Le imprese che lavorano anche all’estero – e non solo semplicemente vendendo ciò che fanno -, corrono di più che le altre, accelerano meglio nella conquista di nuovi mercati, appaiono più dinamiche, più pronte a reagire. Questione di organizzazione, ma anche di cultura dell’impresa stessa, abituata a guardare oltre il mercato interno. Comprendere il come e il perché di tutto questo è necessario per migliorare la gestione delle singole aziende ma anche per ampliare l’orizzonte di chi – manager o imprenditore -, non ha ancora definitivamente scelto che cosa fare. E per farlo occorrono valutazioni basate su numeri.

 

Ci hanno pensato  Alessandro Borin e Michele Mancini del Servizio Relazioni Internazionali di Banca d’Italia in una nota pubblicata nei working papers dell’Istituto Centrale italiano che parte da una constatazione – “Negli ultimi due decenni un numero crescente di imprese italiane ha scelto di internazionalizzarsi attraverso la creazione o l’acquisizione di affiliate estere” -, per arrivare ad un obiettivo di studio: capire “gli effetti di questi investimenti sulla produttività e sull’occupazione della casa-madre”. 

 

L’indagine è stata svolta con la costruzione di una banca dati progettata apposta incrociando le informazioni provenienti da più fonti per un esteso campione di imprese manifatturiere italiane per il periodo 1988-2011. 

 

La conclusione dell’analisi statistica ed economica, conforta quella delle “sensazioni d’impresa”.

 

“Le aziende che si internazionalizzano – spiegano i due ricercatori -, posseggono un vantaggio competitivo rispetto alle altre ancora prima di diventare multinazionali”. Che vuole dire, in altri termini, come occorra essere in qualche modo già predisposti a varcare i confini per cercare nuovi mercati. Certo, occorre una cultura imprenditoriale diversa ma anche connotati economici concreti e ben definiti come una “dimensione molto superiore alla media (circa il doppio per fatturato) e una produttività superiore del 14% a quella delle altre imprese, indipendentemente dal settore e dalla dimensione”. Ma non solo. 

 

L’indagine sonda anche gli effetti della presenza di attività oltre confine sulla struttura aziendale e sulle modalità di affrontare la produzione. Arrivando  non solo a constatare le presenza di risultati positivi in termini di bilancio, ma anche – e soprattutto -, un cambiamento della struttura dell’occupazione. “Il risultato aggregato – spiega il rapporto -, è determinato dalla crescita degli occupati white collar nelle imprese che investono nei paesi avanzati; negli altri casi non si registrano effetti statisticamente significativi, neppure nella componente blue collar delle imprese che investono nei paesi emergenti”.

 

Insomma, quando l’impresa inizia ad esplorare il mondo, davvero cambia tutto, dentro e fuori di essa. La nota di Banca d’Italia aggiunge elementi preziosi per comprendere meglio la nuova realtà. 

 

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Investimenti diretti esteri e performance d’impresa: un’analisi empirica basata su un campione di imprese italiane

Alessandro Borin e Michele Mancini

Banca d’Italia, Proposte di discussione, giugno 2015

09/06/2015