Che sia donna o che sia uomo, l’imprenditore è sempre tale. Nel senso che lo spirito d’impresa, il suo essere centro di produzione e innovazione, i traguardi economici raggiunti, sono sempre tali, al di là del sesso di chi guida l’azienda. Insomma, chi è imprenditore lo è e basta. Possono però cambiare – a seconda del genere -, le cornici, i contorni, le circostanze dell’azione, le relazioni personali, gli umori, le interpretazioni della funzione imprenditoriale. La cultura dell’impresa muta anche a seconda di chi la guida. 

 

Con tutto ciò che ne consegue in termini di risultati di mercato e di bilancio. Per comprendere occorre allora confrontare – per quanto possibile -, situazioni ed esperienze d’impresa differenti. Il dibattito è aperto.

 

Certo, ne va della retorica delle aziende al femminile e al maschile. Ma ne guadagna la corretta visione delle imprese. 

 

Contribuiscono a tutto questo due ricerche che appaiono a poca distanza l’una dall’altra. Uno studio di Banca d’Italia che, numeri alla mano, dimostra come “in termini di redditività e di produttività, anche controllando per il settore e per la dimensione d’impresa, non sembrano emergere differenze significative tra imprese maschili e femminili”. E un lavoro della Bocconi e dell’ Universitat Autonoma de Barcelona, che spiega – anche qui numeri alla mano -, che quando “un’amministratrice delegata può interagire con altre donne nel consiglio di amministrazione, si crea un’alchimia che porta a incrementi dei profitti che può raggiungere il 18%”.

 

Alla prima conclusione sono arrivati Domenico Depalo e Francesca Lotti (che lavorano all’Ufficio Studi di Banca d’Italia), che nel loro “Che genere di impresa? Differenziali di performance tra imprese maschili e femminili” conducono un’analisi, oltre che sulla letteratura più importante dedicata al tema delle cosiddette differenze di genere, anche sulla realtà dei numeri. Ad essere setacciati i bilanci e i relativi indici  delle società di persone e di capitale, sulla base dei dati Infocamere. 

 

Alessandro Minichilli e Mario Daniele Amore (Dipartimento di Management e Tecnologia) insieme a Orsola Garofalo (Universitat Autonoma de Barcelona), in “Gender Interactions within the Family Firm” –  di prossima pubblicazione in Management Science – arrivano invece alla seconda conclusione. “Quando l’amministratore delegato è donna, le imprese con un consiglio di amministrazione a prevalenza femminile registrano in media un incremento dei profitti del 18%, mentre un aumento della presenza femminile dal 25° al 75° percentile si traduce in una crescita dei profitti del 12%”. A questo traguardo, i tre ricercatori giungono attraverso un complesso metodo di indagine sulle imprese familiari con un fattura di almeno 50 milioni di euro.

 

Rimane, come è naturale, ciò che i numeri non possono rivelare se non in parte e cioè l’approccio non quantificabile alla gestione d’impresa, quella parte immateriale che ogni imprenditore – se è davvero tale – dà alla propria azienda. Ma, a ben vedere, si sta parlando di qualcosa che non c’entra nulla con i numeri, ma ha molto a che fare con le qualità intrinseche della persona e dell’essere imprenditore, maschio o femmina che sia. 

 

 

Che genere di impresa? Differenziali di performance tra imprese maschili e femminili

Domenico Depalo, Francesca Lotti

Banca d’Italia, Questioni di economia e finanza (Occasional papers), 184 – giugno 2013 

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Gender Interactions within the Family Firm

Alessandro Minichilli, Mario Daniele Amore, Orsola Garofalo

Management Science (prossima pubblicazione).