“L’uomo (qui in fabbrica) non perde le sue attitudini, non rinuncia al suo genio. Nell’oggetto, nel prodotto, nella merce c’è riconoscibile la misura della sua capacità. La macchina docile lo aiuta”. Sono parole di Leonardo Sinisgalli, ingegnere e poeta, lucano d’origine e milanese per scelta di lavoro e di vita, “firma” della Rivista Pirelli e poi di “Civiltà delle macchine”. Erano state scritte nel 1949. E adesso fanno da didascalia d’una “calandretta”, un’apparecchiatura per pneumatici degli inizi del Novecento, installata nell’atrio dell’HeadQuarters Pirelli qui a Milano, per ricordare a tutti, ogni giorno, la centralità della fabbrica: una testimonianza del lavoro e della tecnica, che segna il tempo e diventa metafora della migliore condizione industriale. Le persone. E il loro “fare, e fare bene”. Appunto, “la macchina, docile, aiuta”.

Cambiano, le fabbriche. E le macchine. Diventano digitali. Computer. Robot.  Relazioni web. Big data. Resta, la manifattura di qualità. Ma con un’anima hi tech. Cambiano naturalmente anche il lavoro e le competenze delle persone.

“La fabbrica bella”, luminosa, ambientalmente e socialmente sostenibile ha un nuovo volto e una nuova cultura. Ha bisogno anche di un nuovo racconto.

Prendendo spunto da Settimo Torinese, lo stabilimento Pirelli con la “spina” progettata da Renzo Piano (la struttura centrale tra i due corpi produttivi, che ospita uffici, servizi e laboratori di ricerca e sviluppo) in anni recenti si è costruito un racconto per immagini (le fotografie di Peter Lindbergh e di Carlo Furgeri Gilbert) e poi un racconto teatrale (“Settimo – La fabbrica e il lavoro”, per il Piccolo Teatro di Milano, con la regia di Serena Sinigaglia).

Adesso, la sfida affrontata è ancora più ambiziosa: la “fabbrica bella” e “digital” può avere anche una sua musica.

Nel cuore del Novecento la fabbrica dell’acciaio e delle catene di montaggio aveva costruito un suono che ne interpretava l’anima dura, faticosa, stridente, con i “quattro colpi di sirena” della Seconda Sinfonia di Shostakovich, per esempio (eseguita proprio novant’anni fa, nel 1927, per celebrare il decennale della Rivoluzione d’Ottobre). Oggi, fuori da ogni retorica, che suono ha l’industria contemporanea?

Nasce così “Il canto della fabbrica”, dall’incontro tra un compositore, Francesco Fiore e un gruppo musicale d’eccellenza, l’Orchestra da Camera Italiana diretta da Salvatore Accardo e le persone e le macchine del Polo Industriale Pirelli di Settimo Torinese. Osservazione, ascolto, scoperta. E dialogo. Tra le macchine (i mescolatori, le calandre, i robot  “Next Mirs”) e i violini, i violoncelli e le viole. Tra i tecnici dell’industria. E i musicisti. Ritmi da cui farsi ispirare e da rielaborare. E silenzi, come intervalli della produzione e “spazio interiore di risonanza della musica” (la lezione innovativa d’un grande musicista italiano, Salvatore Sciarrino). La produzione si fa suono. La musica dell’Orchestra ne è originale interpretazione.

Racconta il maestro Fiore: “Da una visita in fabbrica a Settimo ho ricavato l’idea che il brano dovesse essere ispirato all’industria contemporanea e ai suoi ritmi produttivi, ma  anche essere concepito specificatamente per l’arte di Salvatore Accardo e per le caratteristiche della sua Orchestra. Una fabbrica intesa come luogo dell’uomo che interviene nell’ambiente naturale per creare un suo luogo di lavoro, e dove il sapere e il lavoro comune devono trovare una sintesi in un prodotto finale: appunto, la musica”.

Ecco i temi ispiratori: “Il silenzioso balletto degli enormi robot al lavoro con i loro movimenti d’una grazia meccanica così estranea al gesto naturale dell’uomo; la profondità dalla quale viene cavata la mescola chimica che deve trasformarsi nel prodotto finito; la coesistenza del vecchio e del nuovo, fatica umana e automi apparentemente impassibili e instancabili, antichi macchinari e computer di ultimissima generazione. Tutto questo ho cercato di riversare nel mio brano: come da un’idea o cellula primigenia (nel caso specifico le note mi – do – sol – do diesis) si possa, attraverso la trasformazione e l’elaborazione, creare qualcosa che non perda il contatto con l’elemento generante ma segua le varie ramificazioni, a volte contraddittorie o contrastanti che un processo di sviluppo può portare”.

Spiega ancora Fiore: “Mentre procedevo nella composizione, un aspetto mi diveniva sempre più chiaro, e cioè che il violino solista assumeva nella concezione del brano la funzione del pensiero dell’uomo: di qualcosa che ha il compito di riassumere gli impulsi e le possibilità date dalla materia e di rielaborare tutto ciò in una sintesi chiarificatrice”.

La parte solistica “è stata quindi concepita non per il violino, ma più specificatamente per il violino come è inteso da Salvatore Accardo: uno strumento dove ragione e sentimento si equilibrano e temperano a vicenda, e dove il talento individuale viene esaltato dal mettersi al servizio della crescita spirituale della collettività”.

Musica e comunità. Creatività. E rigore nell’interpretazione e nell’esecuzione. Dialettica. Un “ricercare”. Anche da questi punti di vista, la cultura della fabbrica trova una rappresentazione musicale. Racconta Salvatore Accardo: “Con Francesco Fiore, profondo conoscitore delle potenzialità espressive e tecniche della nostra Orchestra, abbiamo passato un anno a provare, sperimentare suoni ed armonie. E abbiamo condiviso l’importanza del ‘fare con mano’, toccando la materia, in questo caso musicale, strumentale, plasmandola secondo le caratteristiche degli interpreti, rinnovando un sapere antico. Lo stretto rapporto fra compositore e interprete è un lato essenziale della creazione musicale”.

“Fare con mano”, si dice anche del lavoro di fabbrica: manifattura. Ed è affascinante, insiste Accardo, “questa convergenza creativa tra musicisti e tecnici, uomini e donne di cultura musicale e ingegneri e operai. Il lavoro e il suono. Sintesi di straordinario fascino e profonda emozione”.

Come tradurre tutto ciò in una composizione? “Il significato profondo del brano sta nella dicotomia fra la parte dell’orchestra e quella del Violino. Mentre in qualche modo la parte orchestrale può rappresentare (attraverso la sua severità e il contrappunto rigidamente strutturato) il mondo delle macchine produttive moderne, digitali, che agiscono inesorabilmente nel cuore della fabbrica, la parte affidata al Violino invece utilizza un linguaggio a volte capriccioso, virtuosistico, meditativo e imprevedibile in modo da guidare, come fosse il pensiero umano, l’intero percorso del brano verso un’ideale sintesi”.

Emerge un altro aspetto del racconto per musica: la relazione continua fra tradizione e innovazione. Tema che segna, peraltro, tutto il percorso della Fondazione Pirelli.

C’è appunto un’abitudine che continua a maturare. Testimoniata, per esempio, da un concerto di John Cage, nel ’54, stagione tra le più innovative e creative del musicista. Dove? Al Centro Culturale Pirelli di Milano. Lavoro. Fabbrica. Musica. I segni del tempo.

Ancora una volta, come nella migliore cultura italiana, le conoscenze scientifiche e la “téchne” (il saper fare delle buone fabbriche) si incontrano con le conoscenze umanistiche. Esprimono cultura politecnica. Che nel tempo, anche in Pirelli, prende forma di letteratura, teatro, cinema, fotografia, arte visiva. E musica. La creatività trae forza dal rigore meccanico. La matematica , espressa in forma digitale, guida la produzione. Ma sa pure dare vita a note, accordi, armonie. Bach ne è stato maestro. La metamorfosi, nell’incontro con il mutamento dei tempi, risuona anche in questo “Canto”. Appunto un “ricercare”, come nella lezione di Bach.

Si approfondiscono così le relazioni tra la Pirelli e l’Orchestra da Camera Italiana (un dialogo che va avanti da anni, anche con le prove delle stagioni concertistiche aperte ai dipendenti del gruppo, per vedere dal vivo “come nasce” un’esecuzione musicale). E si rinsaldano i rapporti tra Pirelli e MiTo Settembre Musica.

Concerti nei luoghi del lavoro, in fabbrica, al Polo Industriale di Settimo Torinese nel 2010, 2011 e 2014 (con una straordinaria esecuzione della Settima Sinfonia di Beethoven, davanti a più di mille persone) e poi nel 2016 nell’Auditorium Pirelli in Bicocca, a Milano, hanno sottolineato l’impegno di ridare, alla musica, il ruolo di protagonista della grande cultura popolare, con la consapevolezza che le persone non hanno mai smesso di amare la musica classica e semmai chiedono, soprattutto tra le nuove generazioni, relazioni più intense, originali, cariche di intelligenza ed emozioni, aperte a una idea di modernità che sa vivere tra tradizione e innovazione.

Con il “Canto della fabbrica” si fa un passo in più. Il lavoro e l’industria producono musica. E la sua rappresentazione sceglie proprio i luoghi del lavoro per esprimersi al meglio. Inedite armonie.