L’Italia è di nuovo in piedi”, scrive il Financial Times, spiegando: “Forse gli italiani non se ne sono ancora accorti, ma l’economia mostra segni di vita dopo anni di difficoltà” ed è “finalmente emersa da una tripla recessione che ha lasciato molte ammaccature”. Si cresce, dunque. Lo certifica l’Istat, dando percentuali positive, nel primo trimestre (0,3%, numeri da prefisso telefonico, ma una buona volta con il segno + davanti). Lo sostiene pure la Commissione Ue, che prevede una crescita dello 0,6% quest’anno e dell’1,4 nel 2016 (altri uffici studi indicano percentuali anche maggiori). Ripresa, appunto. Fragilissima. Ma pur sempre ripresa. Da rafforzare, nota ancora il Financial Times, con le riforme che il governo Renzi deve continuare a portare avanti (seguendo l’esempio virtuoso di Irlanda, Spagna e Portogallo che, facendo le riforme indicate dalla “troika” Ue-Fmi-Bce, si sono rimesse in piedi, al contrario della Grecia restia a fare qualunque rinnovamento, prigioniera com’è delle propaganda populista: lo nota bene Danilo Taino sul Corriere della Sera di sabato 30 maggio).

 

Una ripresa fondata su cosa? “L’industria è la chiave della svolta”, ha detto la scorsa settimana all’assemblea di Confindustria Giorgio Squinzi, documentando i “segni di risveglio”, chiedendo al governo la continuazione delle riforme che liberino risorse per la buona economia, insistendo con i sindacati su più moderne “relazioni industriali” (nuove politiche contrattuali che leghino, in fabbrica, aumenti dei salari a incremento della produttività, ma anche una nuova dimensione del welfare a livello aziendale, sfida economica e sociale di grande modernità).

 

Non c’è ripresa senza impresa”, dice Confindustria, con uno slogan d’effetto. E dunque va rafforzato un ambiente favorevole all’impresa, agli investimenti interni e internazionali, alla competitività, “al cantiere di un Paese più moderno e a misura d’impresa”. “Un’impresa – dice ancora Squinzi – che deve essere resa libera di operare, orientata all’innovazione continua e alla crescita sostenibile, un’impresa che sia elemento qualificante di una società aperta, fatta di diritti e di pari responsabilità, fondata sull’impegno e sul merito, un’impresa capace di dare lavoro di qualità alle future generazioni”. Impresa, in altri termini, come attore economico e sociale, in grado di creare ricchezza e lavoro, di fare da agente di coesione sociale, di stabilire positive relazioni tra territori d’origine e mercati globali. Scelte forti d’identità e prospettiva. Scelte di “cultura politecnica”, dunque.

 

Ne è protagonista, innanzitutto, la manifattura, attorno a cui si muovono i servizi, in un virtuoso circuito di sviluppo comune. Il suo fatturato, infatti, crescerà dell’1,8% nel 2015, più del doppio del Pil, dunque, secondo le previsioni del Centro Studi Intesa Sanpaolo e di Prometeia. E aumenta anche la quota di beni ad alto valore aggiunto sull’export: adesso è al 40%, con un robusto incremento nell’arco degli ultimi dieci anni (era il 31% nel 2005). Riprova che proprio nel cuore della Grande Crisi l’industria manifatturiera si è riposizionata, insistendo sulla qualità. Un percorso che ancora continua. Le esportazioni del manifatturiero, infatti, nell’arco 2015-2019, cresceranno del 17%, con punte del 31% per auto e moto di oltre il 20% per elettrotecnica ed elettronica (bene anche chimica, farmaceutica, agroalimentare e meccanica, sotto la media invece arredamento e sistema moda).

 

Il cuore di questa ripresa industriale? Le medie imprese, come certifica l’indagine annuale di Mediobanca-Unioncamere, su 3.212 aziende manifatturiere di medie dimensioni, che assicurano il 16% del valore aggiunto industriale e il 17% dell’export nazionale: solide, innovative, legate ai territori e alle filiere produttive ma anche ben internazionalizzate, capaci anche di attrarre interessanti investimenti esteri. “Torna l’ottimismo”, commenta Mediobanca. Fabbriche di qualità