Che cultura serve a un buon manager, in tempi così difficili di grandi e radicali cambiamenti? “Fate innamorare gli studenti della cultura scientifica, base necessaria per formare giovani economisti e manager”, raccomanda agli insegnanti delle scuole superiori Andrea Sironi, Rettore della Bocconi di Milano, in una intervista al “Corriere della Sera”. “Chi sogna un futuro da manager studi le scienze umane”, sostiene, in un bell’articolo su scrive su “La Stampa”, Massimo Egidi, Rettore dell’università Luiss di Roma e, prima, Rettore dell’università di Trento.  Tra le due posizioni non c’è contrapposizione (vedremo meglio tra poco).

 

Sulle pagine di questo blog abbiamo parlato spesso di “cultura politecnica” e di imprenditori, manager e tecnici che siano “ingegneri-filosofi”, con una forte intelligenza del cuore e con una sofisticata capacità d’ascolto, di scelta e, perché no? d’una fertile saggia ironia. Abbiamo dato spazio agli appelli a salvare “le scienze umane” (come quello firmato da Alberto Asor Rosa, Roberto Esposito ed Ernesto Galli della Loggia su “Il Mulino” nel dicembre 2013 e ripreso con grande eco su tutti i media) e ai consigli di prestigiose università Usa (Harvard, Princeton, Yale e Stanford”: “Leggi romanzi se vuoi fare l’ingegnere”. Abbiamo criticato le derive economicistiche e scientiste. Ma abbiamo soprattutto insistito più volte sulla necessità di colmare la divaricazione tra le cosiddette “due culture”, umanistica e scientifica, ridando piena validità alla stessa tradizione storica italiana che, dall’Umanesimo a Galileo, dall’illuminismo a Cattaneo, sapeva coniugare l’insieme dei saperi, arte e scienza, filosofia e matematica, poesia e astronomia. Nel segno aperto della ricerca e dell’innovazione. Il paradigma dell’“Ulisse politecnico”, appunto. O, per dirla con una formula di successo (frequente nelle elaborazioni di Assolombarda), dell’attitudine steam (science, technology, engineering, arts, mathematics) per costruire nuove strategie di sviluppo.  

 

Di certo, per chi ha ruoli chiave in un’impresa, è tempo di grandi capacità analitiche e critiche e non di schematiche certezze, prendendo dunque per buona e attuale la lezione di Emil Cioran: “La mediocrità di un manager si riconosce dal numero di idee precise che afferma con sicurezza”.

 

Per capire meglio, vale la pena dare spazio ai giudizi di Egidi. Che concorda con Sironi (“Galileo sosteneva che la natura è scritta con il linguaggio della matematica”). Ma aggiunge che la crescente complessità di economia e società non è stata finora adeguatamente indagata, rappresentata, spiegata: “Abbiamo molte prove dei limiti nel comprendere i fenomeni sociali che l’eccessiva fiducia nei modelli matematici tradizionali ha generato”.

 

Egidi, ironicamente, sostiene che siamo come i giocatori di scacchi mediocri che non riescono a prevedere le mosse d’un grande maestro e ne capiscono sì il gioco, ma solo a partita finita e persa, analizzandone ex post le scelte. Bisogna invece giocare d’immaginazione e fantasia, cercare di elaborare strategie nuove e spiazzanti. Essere innovativi. 

 

Insiste Egidi: “Tra noi, modesti giocatori di scacchi, e la società e l’economia in cui operiamo c’è un gap di competenze. Per ridurlo, e formare buoni economisti e manager, occorrono creatività, autonomia intellettuale, spirito innovativo. Sono capacità che si alimentano con lo studio della psicologia, della storia, della politica e che danno apertura mentale e visione”. Insomma, “sono le scienze umane che permettono ai giovani di sviluppare sempre di più la loro autonomia intellettuale, con l’essenziale aiuto della matematica. Solo così potranno diventare bravi giocatori di scacchi”.