Saperi che si incrociano. Quelli della manifattura e delle macchine. E quelli analitici della filosofia che cerca di trovare originali chiavi interpretative per navigare nelle complessità di società e mercati in continuo cambiamento. Quelli dei laboratori di ricerca e sviluppo, in cui si sperimentano le basi di nuovi prodotti e nuovi sistemi di produzione. E quelli della creatività artistica. Nell’Italia che faticosamente prova a uscire dalla crisi, ancora densa di effetti sociali devastanti (perdita di lavoro, caduta dei redditi, affievolirsi delle speranze, soprattutto per le nuove generazioni) la strategia della “manifacturing reinassance” (se ne parla del blog dell’8 gennaio) ha appunto bisogno di mettere insieme competenze diverse, in grado di rendere più ricchi il capitale umano e il capitale sociale indispensabili allo sviluppo sostenibile, ambientalmente e socialmente.

 

Nota giustamente il sociologo Aldo Bonomi, teorico del “capitalismo molecolare” e della “città infinita” delle reti intelligenti di manifatture e servizi diffuse sul territorio: “Il ‘made in Italy’ dovrà farsi ‘rimade in Italy’ per inaugurare una quarta stagione, dopo quelle delle bottega, del capannone e dei distretti: per le filiere produttive dovrà aprirsi un tempo in cui il territorio sia fonte di valore nella sua dimensione di bene comune da rigenerare. Non più solo deposito di saperi, tradizioni, risorse da prelevare dentro un modello di crescita puramente quantitativa fondata sul consumo di territorio e sul dumping sociale. Ma qualcosa che pone il problema del carattere sociale e cooperativo dell’attività di investimento nell’economia della conoscenza. Dove, per ricostruire le basi del valore, la manifattura ha bisogno di impollinare la cultura della fabbrica con saperi scientifici e sociali di cui sono portatori i creativi, i professionisti, i giovani ‘indigeni digitali’. I quali, a  loro volta, se vogliono tradurre gli investimenti formativi in redditi e lavori corrispondenti non possono continuare a coltivare l’utopia di un capitalismo virtuale e deindustrializzato” (“La sfida della crisi e le cinque metamorfosi”, IlSole24Ore, 23 giugno).

 

Quelli posti da Bonomi sono proprio i temi cari alla cultura d’impresa Pirelli, più volte approfonditi sulle pagine di questo blog e vissuti come basi di progetti e realizzazioni. Sintesi di competenze diverse interne al sistema produttivo. E dialoghi tra l’interno dell’industria e l’esterno.

 

Un esempio? I luoghi di lavoro innervati da dibattiti su temi generali della filosofia e della scienza, come è appena accaduto, negli ultimi giorni di giugno, ospitando nell’Auditorium dell’Head Quarter di Pirelli, in Bicocca, una sezione della “Milanesiana”, diretta da Elisabetta Sgarbi, dedicata a “La filosofia, il cinema, il segreto” (con  la partecipazione, tra i tanti, di Massimo Cacciari, Remo Bodei, Umberto Veronesi, Marco Bellocchio, Tzevan Todorov ed Emanuele Severino). O gli scambi di esperienze tra artisti impegnati nella costruzione di grandi istallazioni all’HangarBicocca (Carsten Nicolai, Tomàs Saraceno, Micol Assael, Wilfredo Prieto) e gli ingegneri e i tecnologi dei Laboratori Pirelli (lunghe e appassionate discussioni sulle nanotecnologie e la luce, l’elettricità e le tensioni meccaniche, applicate all’arte o alla sperimentazione di nuovi materiali per le mescole di gomma). Il teatro e la musica in fabbrica, nel nuovo stabilimento di Settimo Torinese, con la struttura dei servizi e dei laboratori di ricerca progettati da Renzo Piano, secondo criteri da “fabbrica bella”, immersa nel verde, ecologicamente ammirevole. O la fabbrica che diventa materia per racconti di lavoro che danno forma a libri e opere teatrali (in collaborazione con editori come Mondadori e  Laterza o con il Piccolo Teatro di Milano). O le mostre in Fondazione Pirelli e i lavori di “education” di Fondazione Pirelli e HangarBicocca con migliaia di bambini delle scuole di Milano, per rinsaldare e rinnovare le relazioni tra l’industria e lo studio, il lavoro e la formazione. E’ tutto un mescolarsi di sguardi e competenze, di domande di culture diverse e di risposte ricche di “fertilizzazioni incrociate”.

 

Un lavorìo intenso. In vista di una migliore qualità della metropoli come luogo di competenze innovative e produzioni di alta gamma, nel contesto dell’”economia della conoscenza” e, appunto, dell’industria come cardine di sviluppo di qualità. Un altro modo per fare vivere la cultura d’impresa e l’impresa come luogo di cultura, aperto alla cultura, produttore di cultura. Anche questo è lavorare per una “manifacturing reinassance”.