Si chiamerà Mind. La mente, il cervello pulsante della nuova Milano metropoli di scienza e conoscenza. O, traducendo l’acronimo, Milano Innovation District. E’ il nome deciso per la grande area ex Expo, il Parco della Scienza che ospiterà Human Technopole, il campus scientifico dell’Università Statale, un grande centro ospedaliero come il Galeazzi e gli uffici e i laboratori di una lunga serie di imprese private attive nei settori della ricerca scientifica, medica e farmaceutica, delle life sciences di cui proprio Milano è avanguardia europea. Area grande, un milione di metri quadri. E già attrattiva: arrivati 1,8 miliardi di investimenti privati, una prima robusta quota di altri fondi in previsione di crescita di valore internazionale.

Bel nome, Mind. Coerente con funzioni e progetti di un luogo e di una città che si sta rilanciando come smart, tecnologica ma anche socialmente aperta e inclusiva. Rem tene, verba sequentur o anche nomina sunt consequentia rerum, avrebbero detto i romani, con quell’esattezza dei termini e dei concetti che caratterizzava una lingua, il latino, di cui, per fortuna, si torna ad apprezzare qualità e attualità: è la sostanza delle cose, la funzione delle attività a determinare il loro nome.

Il presente e il futuro di Milano, nella stagione della cosiddetta “economia della conoscenza”, sta nella capacità di legare competenza scientifica e saperi umanistici nell’orizzonte originale della “cultura politecnica”. E di quel Mind bisognerà trovare declinazioni d’immagine e comunicazione, rappresentazione di valori e racconto. Se ne occuperanno il Politecnico, l’Università Iulm e l’Accademia di Brera, cui Arexpo (la società proprietaria dell’area, guidata da Giuseppe Bonomi), ha già affidato l’incarico di definirne l’identità, la divulgazione del Masterplan e le strategie di comunicazione e promozione.

Milano, d’altronde, di “cultura politecnica” è da lungo tempo centro vitale. Le radici possono essere rintracciate nel lavoro quattrocentesco d’un grande architetto, Bramante, abile matematico e raffinato pittore (ce ne sono rilevanti impronte in Sant’Ambrogio e soprattutto in Santa Maria delle Grazie). E nelle opere d’ingegno di Leonardo, la cui intelligenza progettuale e realizzativa è ancora netta, attuale, dal funzionamento dei Navigli allo splendore de “L’Ultima Cena”. E il suo “Codice Atlantico”, ben custodito alla Biblioteca Ambrosiana, è sempre meta di studiosi di scienza e turisti in cerca dei fondamenti della bellezza. Scienza e umanesimo di Leonardo sono riferimenti utili, anche nella preparazione non rituale né retorica delle tante iniziative in vista dell’anniversario dei cinquecento anni dalla sua morte, in calendario per il 2019. E potranno ben ispirare pure le attività di definizione identitaria e di rappresentazione di Mind.

Ragione e scienza hanno segnato anche le discussioni de “Il Caffè” illuminista e riformista dei Verri e di Beccaria. Scienza ed economia moderna hanno ispirato le pagine de “Il Politecnico” di Carlo Cattaneo a metà Ottocento. E proprio così, “Il Politecnico”, Elio Vittorini volle chiamare la sua rivista, impegnata, proprio all’indomani della Liberazione, nel tentativo di rifondare la cultura italiana, oltre l’idealismo crociano. E privilegiando ciò che è essenziale a scienza e ricerca, la libertà: “Gli intellettuali non devono suonare il piffero per la rivoluzione”.

Sono anni frenetici, quei Cinquanta e Sessanta milanesi di cui Vittorini è tra i protagonisti. Animati da pittori e scrittori, pubblicitari e imprenditori, grafici e architetti. Sino al design, una dimensione della creatività molto milanese che investe l’industria e la rende più competitiva: chne, funzionalità e bellezza camminano insieme, le grandi imprese (Pirelli, Eni) sostengono sofisticare riviste culturali, ha successo una figura speciale, Leonardo Sinisgalli, ingegnere e poeta, che lavora per Pirelli, Olivetti e Finmeccanica: fabbriche, lavoro, “Civiltà delle macchine”. Cultura alta e cultura popolare, se popolare è l’industria. La Triennale è ancora oggi testimone del tempo e motore d’innovazione, dall’arte pop all’urbanistica e al migliore design.

La cultura, a Milano, è laboratorio. Una parola che evoca l’industria. La bottega d’artista. E il centro di ricerca. Un paradigma di riferimento può essere Giulio Natta, premio Nobel per la chimica nel 1963, l’anno culmine del boom economico: laurea al Politecnico di Milano, studi nei laboratori Pirelli e Montecatini. Sino al Nobel. Con forti ricadute industriali: il polipropilene, la produzione del “moplen”, la plastica che cambia anche consumi e costumi. Vale ancora oggi, il “paradigma Natta”. Nel passaggio dalle manifatture alle imprese digitali, e all’economia della conoscenza, la sintesi politecnica regge bene. Dalle fabbriche e nelle fabbriche si organizzano musica e teatro, la scienza si rappresenta sulla scena, i prodotti industriali e di design vengono messi in mostra come fossero oggetti d’arte. E proprio in un’ex fabbrica è cresciuto l’HangarBicocca, il più grande centro europeo d’arte contemporanea. La cultura, a Milano, è una buona impresa.

Anche lungo questa strada, si torna a Mind. Luogo di ricerca, innovazione, conoscenza. Di industria. E di costruzione, proprio attraverso le imprese, di ricchezza diffusa, opportunità di lavoro e migliore qualità della vita. Una partita futuribile di grande interesse. Non solo per Milano. Ma per tutto il sistema Paese. Milano capitale politecnica in movimento è infatti locomotiva d’una crescita economica e sociale che coinvolge tutta la grande regione del Nord integrata con l’Europa (a partire dall’asse con Torino e da quello con Bologna e l’Emilia industriale) ma fa pure da riferimento strategico per la declinazione mediterranea dell’Europa stessa, con ruolo essenziale del nostro Mezzogiorno. Il segno: cambiamento e innovazione. Una bella impresa.