Per fare crescere davvero l’Italia, ben oltre la “ripresina” in corso, serve puntare decisamente su due carte: i giovani e le nuove imprese. E’ questa l’indicazione strategica che viene da un documento, “Crescere facendo impresa”, preparato da The European House Ambrosetti e presentato alla fine della scorsa settimana al tradizionale appuntamento di Villa d’Este a Cernobbio. “Non bisogna solo cercare un lavoro, le nuove generazioni devono entrare nella prospettiva di crearselo, il lavoro”, sostiene Valerio De Molli, amministratore delegato Ambrosetti, su “Il Sole24Ore”. Ecco, appunto, la centralità dell’impresa. Da fare nascere. Da consolidare. Da sviluppare, su mercati competitivi globali sempre più esigenti e selettivi.

 

Non c’è ripresa senza impresa”, ribadisce Confindustria in ogni incontro sulla situazione economica e sociale dell’Italia. I dati sulla crescita del Pil dicono che la lunga stagione della Grande Crisi è probabilmente alle nostre spalle. Vanno meglio le esportazioni, ma anche i consumi interni e gli investimenti, pur se in un clima di gran cautela. I segnali negativi si sono capovolti, si leggono andamenti in positivo. Ma siamo sempre nell’area del cosiddetto “prefisso telefonico”, della crescita dello 0,. Non ci si può accontentare, anche perché i “fattori esogeni” (basso prezzo dell’energia, abbondanza di liquidità da manovre Bce, tassi d’interessi ai minimi) sono contrastati da altri fattori di crisi (il rallentamento delle economie di Cina, Russia, Brasile, Turchia…) e dalle conseguenze di gravi turbolenze geo-politiche e sociali internazionali. In sintesi: l’Italia non può pensare di fare da vagone di coda d’una ripresa internazionale, ma deve saper giocare la sua parte. Riforme, dunque. Innovazione. Modernizzazione. Grandi cambiamenti culturali. A cominciare appunto da una cultura favorevole all’impresa.

 

L’Italia, secondo il Global Entrepreneurship Index 2015, ha un gap di imprenditorialità. Occupa il 49° posto in classifica, con un punteggio di 41,3, metà di quello Usa (in cima alla classifica) e comunque a  buona distanza da altri grandi paesi Ue, dal Regno Unito (4° posto) o dalla Germania (11° posto). Colpa di scarse infrastrutture, burocrazia, livello di tecnologia, formazione, capitale di rischio disponibile, etc. Ma anche d’un ambiente generale ostile all’impresa (alle culture del rischio, della selezione, dell’intraprendenza, del premio al merito, etc.). E di una imprenditoria anziana: solo il 5% degli imprenditori italiani ha meno di 40 anni, mentre il 60% sta nella classe d’età 50/70 anni e il 20% ha addirittura più di 70 anni (dati di The European House Ambrosetti).

 

Bisogna insomma spianare la strada ai giovani e alle nuove imprese. Come?  Il documento Ambrosetti indica quattro interessanti proposte: rendere l’educazione all’imprenditorialità uno dei pilastri del sistema educativo europeo; armonizzare e ridurre i costi e le conseguenze giuridiche del fallimento nella Ue, sul modello del Chapter 11 degli Usa; istituire un concorso per la capiotale europea dell’imprenditorialità, sull’esempio della Città della cultura; avere un visto unico per gli imprenditori stranieri in Europa, con un progetto di particolare attrattività per i giovani sotto i 35 anni. Misure concrete. Possibili. Non particolarmente costose. Buoni stimoli per impresa e ripresa, appunto.