Ragionare su dati e fatti. Decidere conoscendo il peso e il senso delle questioni e agire con responsabilità, secondo conoscenza. E’ quello che fa (meglio: quello che dovrebbe fare…) una classe dirigente che sia all’altezza del suo ruolo e dei suoi doveri. In politica. In economia. Nella società. Lo dice bene Beppe Sala, sindaco di Milano: “Assolombarda con il suo Osservatorio Milano sostiene in modo concreto il lavoro di tutto il sistema economico e sociale offrendo l’elemento più prezioso: i dati. Dati non semplicemente raccolti con puntualità, ma analizzati e letti alla luce del contesto sociale ed economico. E’ un lavoro prezioso, un argine alle semplificazioni e un gran servizio alla democrazia”.

I dati. E la democrazia. La conoscenza di come stanno davvero le cose. E le scelte conseguenti. Viviamo in tempi controversi, in cui sui fatti prevalgono i “fattoidi” (nulla che sia vero o realmente successo, ma qualcosa di verosimile, spacciato per vero da social media senza verifiche né controlli), sulla cronaca attendibile prevale la propaganda, sul confronto d’opinioni l’urlo e l’insulto. E così, per difendere verità dei fatti e, appunto, democrazia, una scelta civile di responsabilità può essere quella di ricominciare a ragionare sui dati, sui numeri. E pretendere che nel dibattito pubblico lo si faccia sempre più spesso. Molta più ragione. E meno passione e sentimento. Più domande e meno proclami saccenti. Più attenzione al dubbio, meno alla retorica. Per dirla in termini letterari, più Sciascia e meno D’Annunzio (per lasciare comunque ai margini gli analfabeti: almeno, D’Annunzio sapeva usare la punteggiatura, i modi dei verbi e la sintassi, la consecutio temporum e la forza esatta e terribile delle parole).

Pessimo segno, allora, l’atteggiamento del nuovo governo rispetto all’Istat, l’Istituto centrale di Statistica, stando almeno alle dichiarazioni della sottosegretaria del ministero dell’Economia Laura Castelli (M5S) “sulla sinergia necessaria da mettere in atto con la politica per il raggiungimento degli obiettivi del contratto di governo”. Sinergia politica? Raccordo con gli obiettivi di governo? C’è da essere molto preoccupati. Ruolo e responsabilità dell’Istat è raccogliere dati aggiornati e attendibili, “fotografare” e documentare la realtà economica e sociale, fornire ai decisori politici elementi certi e chiari su cui basare le scelte. L’unica “sinergia” è garantire all’Istat autonomia e autorevolezza. Perché lavori sui dati. Tutto il resto, è pensiero strumentale. Rischio di degrado scientifico. E dunque di degrado della politica. E delle ipotesi di buon governo.

La politica, naturalmente, non è matematica né scienza esatta. Si nutre di passioni, talvolta cupe. Dà voce a interessi, spesso partigiani. Deve giustamente tener conto di sentimenti, preoccupazioni e paure. Alimentare speranze. Ha bisogno di suggerire e costruire futuro. Alimentare una visione migliore del mondo. Cercare compromessi tra opinioni e tensioni diverse. Saper calcolare bene i contrastanti rapporti di forza e costruire programmi. E’ lavoro nobile, la politica, anche quando maneggia sostanze ignobili. Non può solo elencare numeri, ma li può ben usare per rafforzare un sogno. Con grande senso di responsabilità. E robusta sensibilità del proprio ruolo cardine. Ruling class, si dice in inglese. La classe che fa le regole e le rispetta. Niente buone regole, senza conoscenza e competenza, senza saper leggere fatti e orientamenti e senza avere sguardo lungo all’orizzonte.

Torniamo ai dati, dunque. Saperli raccogliere, mettere insieme, analizzarli, compararli è indispensabile attività scientifica. E cardine di democrazia liberale, perché in assenza di conoscenza non c’è capacità critica, non c’è scelta consapevole. Non c’è libertà né delega con chiara percezione di valori e interessi.

Nel suo piccolo, l’Osservatorio Milano è esemplare. Nato nel 2017 su un’intesa tra il Comune e l’Assolombarda, usa 221 indicatori diversi per “misurare” Milano, a paragone con città europee analoghe (Barcellona, Lione, Monaco e Stoccarda) ma anche con grandi capitali (Berlino, Londra, Parigi) e metropoli Usa (New York e Chicago) e del Far East (Shanghai e Tokyo). Alla fine di giugno, è stata presentata la nuova edizione 2018. E si andrà avanti, aggiornando periodicamente i dati. Una scelta lungimirante.

Il lavoro è frutto dell’originale collaborazione dei centri studi di Assolombarda, Banca d’Italia, Camera di Commercio, Politecnico, Confcommercio, Fondazione Ambrosianeum, Intesa San Paolo, Pim, Clas Group e d’una serie di altre istituzioni e imprese (Fondazione Fiera, Vodafone, MasterCard, Ernst&Young, Cusimano & Wakefield, Voices from the Blogs) per parlare con competenza di attrattività (di persone e capitali, talenti e investimenti internazionali) e reputazione di Milano, dinamiche sociali ed equità, accessibilità, sviluppo urbano e green, città smart, tempo libero, capitale umano qualificato, rapporti tra la pubblica amministrazione e i cittadini, innovazione e start up.

Ne emerge il racconto ben documentato di una metropoli in intensa trasformazione, la più internazionale d’Italia, tutt’altro che chiusa in se stessa e nei suoi primati e ben attenta, semmai, a non inorgoglirsi nel “modello” e ad aprirsi al resto del Paese, a fare da stimolo, indicazione, traino. Con occhi ben aperti sull’Europa e sul mondo. Usando bene le sue “vocazioni”, sempre scrupolosamente documentate dall’Osservatorio: scienze della vita, industria agro-alimentare, manifattura 4.0, arte, cultura e design, finanza.

Dati interessanti si ricavano anche dal “Rapporto sulla città – Milano 2018” curato dalla Fondazione Ambrosianeum e presentato ieri (la responsabilità è di Angela Lodigiani, studiosa ben documentata): numeri e analisi soprattutto sulle questioni economiche e sociali, con una solida memoria del passato e lo sguardo rivolto verso “Agenda 2040”: le grandi città hanno bisogno di una programmazione di interventi pubblici e investimenti privati di ampio respiro. Potrà tenerne conto proprio il nuovo governo, nel provare ad affrontare con consapevolezza gli investimenti legati al “Patto per Milano”, per sostenere l’innovazione, le infrastrutture, la ricerca, lo sviluppo di Human Technopole e quanto sarà necessario per non mettere in crisi la crescita dell’area più dinamica dell’economia italiana, la “locomotiva” che può trainare il treno dello sviluppo.

Dati, chiari e ben classificati, si trovano pure in un altro documento, reso pubblico nei giorni scorsi: il Bilancio Sociale del Palazzo di Giustizia di Milano, un rendiconto delle attività di Corte d’Appello, Tribunale, Procura Generale, Procura della Repubblica, Tribunale dei minori e Tribunale di Sorveglianza. Il “sistema giustizia” indagato (con la collaborazione della Sda Bocconi e di Assolombarda) in tutte le sue dimensioni che hanno ricadute sugli stakeholders: i cittadini, le imprese, le altre amministrazioni pubbliche. Anche qui, dati e analisi, confronti e giudizi di misurazione di efficacia, efficienza e tempestività. Il luogo comune della giustizia lente poco si addice a Milano: nonostante la carenza di magistrati e personale giudiziario, si è ridotto l’arretrato e, tanto per dare un solo dato, la durata media di un appello civile è stato di 545 giorni (un anno e sei mesi), metà dei 1.061 giorni di media nazionale e comunque meno dei 631 giorni della media del benchmark europeo.

C’è ancora molto da fare, naturalmente. Ma proprio i dati, ben raccolti e commentati, dicono che proprio a Milano c’è un nesso tra funzionamento della metropoli, sviluppo, competitività, attrattività ed equilibrio sociale, quello che una buona giustizia può garantire. Dati, non chiacchiere.