“E’ uno scandalo che le donne siano pagate meno degli uomini”. Le parole di Papa Francesco, il 29 aprile scorso, toccano il cuore del problema d’una economia ingiusta, ma anche fortemente rallentata nel dinamismo per il suo sviluppo. Insistono su un tema morale e civile, l’eguaglianza di diritti, doveri e responsabilità. Ma anche su una questione economica: un Paese che discrimina le donne non è in grado di costruire una crescita equilibrata e sostenibile.

 

“Avvenire”, a supporto del discorso del Papa, ricorda alcuni dati essenziali: la differenza salariale tra uomo e donna, secondo Eurostat (l’agenzia statistica della Ue) in Italia è del 6,7% (ma l’esperienza diretta italiana mostra come in certi casi, al di là dei contratti formali, il differenziale sia superiore al 20%, mentre in Germania è ben maggiore, il 22,4%, in Gran Bretagna il 19,1% e in Francia il 14,8%); il tasso di occupazione femminile è del 46,8% contro il 64,7% degli uomini (troppo poche donne sul mercato del lavoro, riprova d’una grave incapacità sistemica di utilizzare bene competenze e intelligenze); il 30% delle donne rinunciano al lavoro dopo aver avuto dei figli (conferma di gravi carenze delle politiche del welfare e della famiglia). 

 

Siamo insomma di fronte a una condizione di discriminazione, anche se, rispetto al passato, sono stati fatti molti passi avanti per una maggiore e migliore inclusione del capitale umano femminile (ne abbiamo parlato più volte, nei blog di questa rubrica settimanale).

 

Vale la pena, allora, ricordare ancora una volta la lezione del premio Nobel per l’economia Gary Becker: discriminare è ingiusto e, inoltre, non conviene. Perché la discriminazione – documenta Becker –  impedisce di scegliere i migliori, mortifica la resa del capitale umano, abbatte la competitività. Se chi discrimina non sostiene costo alcuno, aggiunge Becker, non c’è limite economico alla discriminazione. Ma ciò succede solo in strutture non competitive. Il mercato (aperto e ben regolato, naturalmente, non il monopolio né l’oligopolio né le economie ad alto grado di protezionismo) è invece competitivo. E vanno bene solo le imprese che non discriminano (le persone di colore, le donne, etc.) ma scelgono e fanno crescere i migliori. Chi discrimina, in una società di mercato – insiste Becker – non sa insomma fare bene nemmeno i suoi interessi.

 

E’ una sfida per la buona cultura d’impresa, che deve lavorare all’integrazione e all’inclusione (questione di responsabilità sociale ma anche, alla Becker, di convenienza, di competitività). E una lezione economica e morale. Da non dimenticare proprio quando in Europa e anche in Italia la presenza di donne nell’economia, come ricorda anche il Papa, non è ancora al livello di una corretta condizione di equilibrio.  Lo sviluppo viene solo da una “società aperta”, inclusiva, capace di darsi norme intelligenti e lungimiranti.

05/05/2015