L’Italia è ancora terra di emigranti. E contemporaneamente terra d’accoglienza, anche per studenti di alto livello, nelle nostre migliori università, a partire da Milano. Sono dati di movimento economico e sociale che raccontano un Paese in cambiamento. E chiamano direttamente in causa la politica, per fare consapevoli ed efficaci  scelte di governo d’un fenomeno che segnala sia condizioni di crisi di lungo periodo sia opportunità di crescita e di migliore qualità dello sviluppo economico e sociale.

Guardiamo i dati, innanzitutto. Il XIII “Rapporto Italiani nel mondo”, curato dalla Fondazione Cei Migrantes e presentato a Roma il 24 ottobre scorso nota che negli ultimi dodici anni, dal 2006 al 2018, la mobilità degli italiani è passata da 3,1 milioni di iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) a 5,1 milioni, l’8,5% dei 60 milioni dei residenti in Italia. Una cifra altissima. Da guardare comunque con maggior attenzione: poco più di metà sono iscritti per “espatrio”, mentre il 39,5% sono figli di cittadini italiani all’estero e gli altri per acquisizione di cittadinanza (figli di oriundi che ottengono il secondo passaporto). Il dato certo è gli iscritti all’Aire sono in aumento, il 64,7% in più di dodici anni fa. E l’Airi comunque non registra compiutamente il numero degli italiani all’estero perché in tanti, andati fuori dall’Italia per motidi di studio o di lavoro temporaneo, non vi si iscrivono.

Chi va via? Soprattutto i giovani, tra i 18 e i 34 anni (37,4%) e i “giovani adulti” (25%). Ma negli anni è aumentato il fenomeno che riguarda chi ha più di 50 anni: metà vanno in Europa (con sempre minor interesse per il Regno Unito, dopo le infauste scelte della Brexit), un altro 40% negli Usa e in America latina. Sono persone ancora in età di lavoro o pensionati attivi che, rimasti da soli, tendono a ricongiungersi con le famiglie dei figli e dei nipoti. Nonni in movimento, insomma. Una piccola parte sono pensionati che decidono di andare a vivere dove i carichi fiscali sono minori (il Portogallo, per esempio), il costo della vita basso o le condizioni climatiche più favorevoli per la “terza età”.

Dei 243mila nuovi iscritti all’Airi nel 2017, più di metà, 128mila, sono quelli “espatriati”, i nuovi migranti italiani, cioè. Da dove partono? Dalla ricca e dinamica Lombardia, innanzitutto, in 21.980. Poi, dall’Emilia Romagna (12.912) e dal Veneto, terra di fabbriche (11.132). Un fenomeno su cui riflettere: si parte proprio da aree economicamente prospere, con solide opportunità di lavoro e un robusto tessuto di università di grande qualità e di imprese multinazionali. E’ la cosiddetta “fuga dei cervelli”. Giovani colti, ben preparati, intraprendenti, che preferiscono le strade internazionali per cercare migliori opportunità di lavoro e di vita e di spazi più accoglienti rispetto a università (in cui vigono ancora un po’ troppo il “familismo” e i criteri di selezione per cooptazione e relazione e molto meno per merito)  e a centri di ricerca dai budget ridotti e comunque meno ricchi di quanto non succeda negli Usa e in Germania, ma anche nei paesi del Nord Europa e in Cina.

Al quarto posto, per aree di espatrio, ecco la Sicilia (10.6499 e la Puglia (8.816). Vale la pena aggiungere che proprio dalle regioni del Sud il primo spostamento, soprattutto dei giovani, è verso le regioni del Nord, per studiare e poi per cercare lavoro e solo in un secondo tempo, da lì verso l’estero.

Fondazione Migrantes e la Cei (la Conferenza episcopale italiana) insistono su una valutazione etica e sociale, su cui riflettere con attenzione: “Il migrare non è legato a una particolare congiuntura ma è un diritto umano fondamentale della persona. E al centro del fenomeno delle migrazioni va posto sempre il problema dell’accoglienza”, sostiene il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei.

Ecco un tema cardine: quello dell’accoglienza. C’è un paradigma positivo, Milano e la Lombardia. Già segnalato dall’Ocse, nel rapporto annuale sulle migrazioni presentato a Parigi il 20 giugno scorso, sottolineando che “nel 2016 l’82% della popolazione immigrata” era “in una situazione regolare e lavorava nel settore formale”.

Milano attrattiva, dunque. E sempre più amata dai giovani studenti universitari di mezzo mondo. Lo documenta l’indagine annuale di Assolombarda su “L’internazionalizzazione degli atenei di Milano e della Lombardia”, presentata il 25 ottobre scorso.

Cosa dicono i dati? Nell’anno accademico 2016-2017 si contano 12.878 iscritti internazionali: di questi 2.017 sono cinesi e più della metà degli studenti frequenta corsi di laurea “Stem” ( e cioè Science, Technology, Engineering and Mathematics, quelli più richiesti dalle imprese tecnologicamente all’avanguardia). Il loro numero continua a crescere: il 2,4% in più sull’anno precedente. Un aumento in linea con le rilevazioni degli ultimi anni: erano 12.020 nel ‘14-‘15 e 12.577 nel ‘15-‘16. L’indagine, oramai all’ottava edizione, prende in considerazione 13 atenei della regione, 8 dei quali con sede a Milano: Politecnico, Bocconi, Cattolica,  Humanitas, IULM, Università Statale, Bicocca e San Raffaele. Poi, la LIUC di Castellanza, le Università di Bergamo, Brescia, Pavia e dell’Insubria. Commenta Pietro Guindani, vicepresidente di Assolombarda, con delega a Università e Innovazione: “Il Rapporto evidenzia il processo di apertura internazionale del polo accademico lombardo. E occorre continuare ad alimentare la capacità attrattiva dei nostri atenei. A cominciare dall’aumento dell’offerta di corsi in lingua inglese, una scelta decisiva per inserire gli studenti nella comunità internazionale”.

Ci sono altre indicazioni interessanti, nel Rapporto Assolombarda: un sostanziale bilanciamento tra i generi (52,2% femmine e 47,8% maschi): la maggior parte è iscritta a corsi di laurea di 1°, 2° livello e ciclo unico (90,5% degli studenti internazionali), mentre il restante 9,5% è impegnato in corsi post lauream come dottorati, master e scuole di specializzazione. Per quanto riguarda la provenienza geografica, il 42,6% arriva dall’Europa e il 38,4% dall’Asia. ma in termini assoluti la nazionalità più rappresentata è quella cinese con 2.017 studenti, seguita dall’Iran (876 studenti), dall’India (752 studenti) e dalla Svizzera (751 studenti).

Cosa attrae tanti studenti stranieri? Rispetto agli universitari lombardi, gli studenti internazionali scelgono più frequentemente corsi Stem (50,1% contro 40%) e, in misura ancora maggiore, corsi di arte e design (6,1% contro 1,4%). Un risultato probabilmente legato anche al prestigio del made in Italy e all’elevata reputazione internazionale di Milano nel settore del design e creativo. Cresce poi il numero di studenti coinvolti in programmi di mobilità. Rispetto all’anno 2015 – 2016, sono 17.820 in totale (+5,3%), di cui 10.737 sono italiani in uscita (+0,6%) e 7.083 sono stranieri in entrata (+13,2%). Dallo studio emerge, infine, come le università lombarde e in particolare quelle milanesi, se confrontate con il resto degli atenei italiani, si distinguano per il numero di corsi offerti in lingua inglese: rispettivamente il 24,2% e il 28,7% del totale contro il 16,3% italiani.

Milano attrattiva per la forza della sua “cultura politecnica”, dunque. E città aperta, dinamica, coinvolgente. Una dimensione urbana, economica e sociale su cui insistere, proprio in termini di vitalità della metropoli e della regione.  Guardiamo bene una coppia di dati: i 22mila che partono dalla Lombardia, i 13 mila studenti che arrivano. Uno scambio virtuoso di conoscenze, culture, attitudini, stili di vita, sguardi sul mondo. Un capitale umano e un capitale sociale che si rinnovano continuamente. Un’indicazioine positiva per il nostro futuro.