Mestiere di chi fa politica e governa è cercare di cambiare i numeri delle cose che non vanno. Non negandoli o falsificandoli, naturalmente. Ma lavorando (con scelte, riforme, atti amministrativi, accordi, trattati) per costruire nuovi equilibri, migliori condizioni di sviluppo economico, di lavoro e di vita. Per farlo, però, è necessario conoscerli, i numeri, i dati (i bilanci, gli indici, le statistiche) che dicono come stanno le cose. Altrimenti il governante demagogo e incurante va a sbattere contro “la realtà testarda dei numeri”, come sottolinea giustamente Francesco Giavazzi, un competente economista, sulla prima pagina del Corriere della Sera (20 ottobre).

Quali numeri? Quelli che hanno portato al downgrade di Moody’s sul nostro debito pubblico a Baa3, appena un gradino sopra il livello dei “titoli spazzatura” (“un deficit molto più elevato rispetto alle attese” e previsioni di crescita fatte dal governo per il 2019, l’1,5% del Pil, su cui è basata la manovra, troppo “ottimistiche” e cioè poco credibili; il nostro debito in rapporto al Pil dunque non si ridurrà ma crescerà). Lo spread in crescita, ben oltre i 330 punti base, con timori che tocchi 400 (il che vuol dire denaro più caro per finanziare i 400 miliardi annui di titoli pubblici, perché come debitori siamo poco credibili e il premio al rischio di prestarci soldi aumenta). Quel 2,4% di rapporto tra deficit e Pil (legato a programmi di spesa pubblica corrente per reddito di cittadinanza e pensioni) che la Ue ritiene fuori dalle regole e dagli equilibri finanziari. I 67 miliardi di capitali investiti in Btp che da maggio ad agosto sono andati via dall’Italia perché gli investitori internazionali non si fidano d’una Italia governata confusamente dai “gialloverdi” (e l’emorragia finanziaria continua. Il rallentamento dell’economia, calcolato da Istati, Fmi, Confindustria e Confcommercio: l’1% appena del Pil, forse peggio ancora lo 0,9, altro che l’1,5 “ottimista” del governo.

Preferiamo i cittadini ai “numerini”, la felicità del popolo alle valutazioni dei “signori dello spread”, i diritti dei poveri ai giudizi del “mercato” e dei “poteri forti”, dicono i demagoghi al governo. Ma i “numerini” sono i nostri redditi e i nostri risparmi, i posti di lavoro che le imprese non potranno più creare perché prevale l’incertezza delle regole su mercato del lavoro, fisco (i condoni hanno nel medio periodo un effetto devastante sul comportamento e le aspettative delle imprese oneste e in regola con le tasse), esportazioni (minacciate da tentazioni protezioniste, visto che sono orientate all’export e ai mercati aperti). I “numerini” sono i mutui che costeranno di più alle famiglie e i crediti più difficili da ottenere e più costosi che aggraveranno i bilanci delle imprese (“Credit crunch e rialzo dei tassi, doppia scure per le imprese”, ha titolato domenica 21 ottobre, conti alla mano, un quotidiano che sa lavorare bene con i numeri, “Il Sole24Ore”). I “numerini” sono i tagli ai finanziamenti e ai sostegni fiscali per le imprese che, con l’evoluzione digitale e “Industria4.0” hanno investito, innovato e creato ricchezza e lavoro. I “numerini” sono i soldi che nella manovra non ci sono per finanziare ricerca, innovazione, scuola, formazione scientifica e tecnologica, brevetti, “start up” dei giovani che, da imprenditori, vogliono creare futuro, ricchezza, lavoro e uscire così dalle secche di una generazione impoverita e smarrita. I “numerini” sono il blocco delle opere pubbliche già avviate. Come denuncia bene Pietro Salini, amministratore delegato di Salini Impregilo, una delle imprese di costruzione italiane più apprezzate nel mondo (ha appena vinto un appalto da 700 milioni per la Grand Paris Express, un nuovo sistema di trasporti della capitale francese): “I ritardi decisionali del governo sulle opere in portafoglio in Italia pregiudicano 5mila assunzioni e 800 milioni di fatturato”.

Hanno dunque perfettamente ragione le imprese a esprimere la loro seria preoccupazione per l’andamento della situazione economica, i programmi di governo, le sfide temerarie con l’Europa. “Rischiamo un futuro spazzatura”, ha sostenuto Alessio Rossi, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, sabato 20, al convegno annuale dell’associazione a Capri. “No a uno Stato padre e madre” che investe sull’assistenzialismo e non sulla competitività, sui sussidi e non sul lavoro e sulle infrastrutture, ha detto giovedì 18 Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda, all’assemblea annuale della maggiore organizzazione territoriale di Confindustria, 6mila imprese iscritte, in gran parte piccole e medie, quasi tutte molto innovative e internazionali. E contro una politica di governo che blocca opere pubbliche, rallenta l’export con tentazioni protezioniste, non investe se non in redditi senza lavoro e pensioni anticipate (e quasi tutto a debito, poi), compromette il ruolo dell’Italia in Europa e mina la tenuta della moneta comune, l’euro (salvo rassicurare a parole di non volerne uscire) si stanno pronunciando gli imprenditori del Lazio e del Veneto, del Piemonte e dell’Emilia, di importanti gruppi di settore: tutto quel “partito del Pil” che il governo tiene in scarsissimo conto, seguendo l’ideologia, soprattutto “grillina” che considera “le imprese” contrapposte al “popolo”: sociologia rozza, demagogica, rischiosa.

Le imprese non sono l’opposizione, non tifano per il governo o per i suoi avversari politici. Ma sanno leggere bene la realtà che hanno di fronte, conoscono il valore del mercato e i valori delle persone e del territori. E sono giustamente in allarme. La loro voce è quella dell’Italia attiva, delle forze di cambiamento reale che in tante altre occasioni hanno determinato un migliore destino del Paese: dalla Ricostruzione dopo il disastro della guerra e del fascismo (ha ragione Aldo Cazzullo quando, nelle pagine di “Non avremo più fame”, il suo ultimo libro per Mondadori, sostiene che bisogna usare la R maiuscola, come per Risorgimento e per Resistenza) al boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta, dalla lotta al terrorismo per superare “gli anni di piombo” all’impegno per riemergere dalla gravissima crisi dei primi anni Novanta, legandosi alla Ue e all’euro.

Una voce, dunque, da ascoltare, con attenzione e rispetto.

All’assemblea di Assolombarda, grandi applausi sono stati indirizzati dagli imprenditori presenti allo Scala, in un affollatissimo teatro, al messaggio inviato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, un’istituzione cui gli imprenditori guardano in termini di fiducia, valori, garanzie democratiche. Un messaggio tutt’altro che rituale, da leggere e rileggere con attenzione. Eccolo, cominciano dall’apprezzamento del Quirinale per Milano: “Milano e la Lombardia sono espressione di un modello caratterizzato dall’interazione virtuosa tra manifattura, servizi, istituti di ricerca e università, con risultati pregevoli in termini di innovazione, attrazione di talenti, creatività”. E sono “portatori del desiderio di un futuro migliore, basato su senso di responsabilità, maturità da parte della società civile, delle istituzioni, delle imprese”. C’è insomma “un sentimento profondo di comunità al quale non è estraneo, bensì protagonista, il mondo delle imprese”.

All’azione di questo mondo, ricorda il presidente Mattarella, “è dovuta in larga misura la capacità di creare connessioni, facendo crescere internazionalizzazione, integrazione tra sistemi produttivi, qualità della vita”.

Milano e le imprese, dunque, come motore di sviluppo. Ma anche come attori sociali positivi, in condizioni di crisi. Sostiene Mattarella: “Le aree metropolitane sono oggi grandi motori di sviluppo, oppure luoghi di emarginazione, di disagio. Visitando recentemente eccellenze di questi territori, a Milano e a Monza, ho avuto conferma di come la Lombardia e milano abbiano saputo essere, su molti terreni, luoghi fondamentali di guida, orientamento, approfondimento”. Perché? “Si tratta della valorizzazione di quel senso e di quelle virtù civiche che sanno creare autentica interdipendenza, unendo tra loro le risorse messe in campo dalle imprese con le finalità generali del Paese”.

Sostiene ancora il presidente della Repubblica, contro chiusure e protezionismi, altri temi cari al mondo delle imprese: “La qualità delle aziende italiane e la loro abilità di affermarsi sui mercati internazionali inserendosi nelle catene del valore globale prospera solo in un mondo aperto e integrato. Il rallentamento del ciclo del commercio internazionale, i segnali di ulteriori tensioni e misure protezionistiche rischiano di pesare sulla fiducia”.

Che fare?  “E’ indispensabile uno sforzo condiviso per dimostrare la capacità del nostro Paese di affrontare le sfide. Servono un dialogo costruttivo e un alto senso di responsabilità, da parte della politica, delle istituzioni, delle imprese, delle associazioni e della società civile, per scelte consapevoli con una visione di lungo termine nell’interesse collettivo”.

Un messaggio denso di indicazioni, dunque. Visioni di lungo termine sono appunto quelle che guidano le imprese. Interesse collettivo, il punto di riferimento. Per riprendere l’idea di partenza, bisogna conoscere bene i numeri da cambiare. Senza dare i numeri.