Peccato che i manager e gli imprenditori italiani leggano poco, troppo poco. Quattro su dieci, in media, non toccano un libro (la statistica è dell’AIE, l’Associazione degli Editori, secondo cui il 39% dei dirigenti, manager e professionisti nei dodici mesi precedenti a un’indagine, presentata nell’ottobre 2015, non aveva preso in mano un volume, eccezion fatta per i testi tecnici). Peccato, per la qualità ma anche per l’intensità della nostra crescita economica: in tempi di “economia della conoscenza” e di manifattura di qualità sono proprio le condizioni di un sofisticato “sapere” e “saper fare” a fare da cardini essenziali di competitività. Soprattutto in una controversa stagione in cui le mappe tradizionali degli investimenti e degli scambi, scritte sotto il segno della globalizzazione positiva, sono state stravolte dall’affermarsi di neo-nazionalismi, sovranismi, protezionismi, scelte di muri e dazi, subculture di paure, esclusioni e chiusure. Tutto l’opposto delle buone culture liberali del mercato. “The retreat of the global company”, titolava alcune settimane fa “The Economist” (28 gennaio), sottolineando che “the biggest business idea of the past three decades is in a deep trouble”. Tempi di crisi, dunque, accentuati dalla Brexix e dai proclami del nuovo presidente Usa Donald Trump.

E’ affrettato, è vero, dare per morta la globalizzazione. Di certo, economia e politica vanno radicalmente ripensate. E le relazioni tra paesi e popoli diversi, interpretate con criteri aggiornati, anche per governarle meglio. Servono, comunque, nuove mappe geografiche. E nuovi geografi.

Nuovi? Geografi abili nel decrittare e descrivere le condizioni di un mondo in cambiamento, in contraddizione (digital e big data, cloud computing e scienza, cardini dell’economia hi tech, sono fenomeni aperti, non sopportano barriere nazionali). Ma anche consapevoli che non c’è futuro, senza radici nella memoria. Non c’è coscienza dell’identità in movimento, non c’è insomma storia, senza memoria critica (Pier Paolo Pasolini, “Scritti corsari”, 1975: da rileggere).

Geografi, dunque, sensibili agli orizzonti delle trasformazioni. E ai maestri. La recente scomparsa di tre grandi uomini di cultura del Novecento stimola a prendere (o a riprendere) in mano le loro opere, a rimemorare la loro lezione.

Quella di Zygmunt Bauman, per esempio, morto il 9 gennaio scorso e ricordato pochi giorni fa anche da Papa Francesco dialogando con gli studenti universitari di “Roma Tre” (Corriere della Sera, 18 febbraio): contro i rischi di un aggravarsi dell’instabilità e dei limiti di una “società liquida” che disgrega confini, riferimenti, relazioni sociali, il Papa insiste su lavoro e solidarietà, per contrastare “un’economia diventata anch’essa liquida, senza consistenza”. Il lavoro è sicurezza, dignità, futuro. Ed è proprio questa la scommessa da sostenere. Puntando anche sul “dialogo”, l’incontro tra culture, i vincoli solidali tra le persone. Tutti temi centrali, appunto, nella ricerca di Bauman. Concretezza, insiste il Papa, di fronte “alla violenza di società anonime e liquide” e ai rischi dell’avvento di “una società della morte del prossimo”. Maggior impegno, ancora, “ad abbassare i toni, parlare meno e ascoltare di più”.

La seconda lezione da ricordare è quella di Predrag Matvejevic, morto nella sua Zagabria il 2 febbraio. Geografo e storico esemplare, un vero maestro (ha insegnato anche all’Università di Roma e alla Sorbona di Parigi). E autore di uno straordinario “Breviario mediterraneo”, opera tra le più importanti di tutto il Novecento, per raccontare, in un “saggio poetico” o “poema in prosa” o “romanzo sui luoghi” (tre delle tante definizioni date dai critici), con la precisione documentale dei grandi storici alla Fernand Braudel e le capacità narrative dei migliori scrittori un Mediterraneo denso di miti e riti comuni  (l’ulivo, la vite, il pane), di viaggi e avventure (il mare dell’Odissea), di commerci e conflitti. Un mediterraneo drammatico e poetico. In cui, nonostante tutto, qualcosa ha tenuto e ancora tiene: un’attitudine al dialogo, anche nei momenti peggiori. Un Mediterraneo in cui nascono l’Europa, la democrazia, l’idea alta della politica.

Ecco, la terza lezione. Sull’essenzialità della politica, della buona politica. “La politica è l’unica maniera per capire gli altri e amarli”, sosteneva Jannis Kounellis, morto il 16 febbraio a Roma (ieri, i funerali). Un grandissimo artista, Kounellis, non un politico. Greco d’origine, italiano d’adozione, cresciuto nei dinamici creativi anni Cinquanta e Sessanta (è del 1967 la prima mostra che vede la nascita dell’”arte povera” di cui è protagonista, con Pistoletto, Penone, i Merz, Fabro, Mondino, etc.). E internazionale per ispirazione e vocazione. Arte come territorio di segni forti di ricerca e innovazione, dramma e confronto, come strumento per un “respiro insieme delle persone”. Arte tutt’altro che estranea “ai contesti”. Arte e politica.

Anche di lui, dunque, devono ricordarsi i nuovi geografi. Per scrivere le loro originali mappe. Magari su una tela di sacco sdrucita, su una lastra d’acciaio macchiata di ruggine, su una parete grezza sporca di carbone. Alla Kounellis, appunto.

21/02/2017