“Leopoldo Pirelli era un uomo riservato, pieno di charme, con un profondo senso del dovere… un’etica del lavoro… prodotto di un’educazione che lo faceva sentire responsabile perché aveva ereditato un ruolo e doveva ridare qualcosa di ciò che la sorte gli aveva dato in dono”, sostiene Marco Tronchetti Provera, vicepresidente e Ceo di Pirelli. “Era un gentiluomo. E un appassionato di politica, una persona che cercava il bene del Paese tra le ragioni dei ceti più umili e le ragioni dei ceti più privilegiati”, ricorda Michele Salvati, economista e politologo. “Un imprenditore che aveva molto rispetto per i suoi interlocutori, istituzionali, politici e sindacali”, secondo Sergio Cofferati, ex leader della Cgil. “Una cultura protestante, di grande intransigenza morale”, nella sintesi di Piero Bassetti, personalità di rilievo della politica e dell’imprenditoria milanese.

Ecco quattro delle voci che ricorrono nel documentario “Leopoldo Pirelli – Impegno industriale e cultura civile” prodotto dalla Fondazione Pirelli e realizzato da 3D Produzioni per Memomi, andato in onda lunedì 30 gennaio su Sky Arte HD, in occasione dei dieci anni dalla morte d’uno dei maggiori imprenditori italiani. Memorie, documenti (buona parte dei quali provenienti dall’Archivio Storico Pirelli), testimonianze e interviste: tra gli altri, oltre ai già citati, Rosellina Archinto, Alberto Pirelli, Alberto Brambilla, Gianni Cervetti, Valerio Castronovo, Furio Colombo, Vittorio Gregotti, Claudia Ferrario, etc. Tutti legati da una consapevolezza: in Leopoldo Pirelli si ritrovavano in sintesi originale la responsabilità imprenditoriale e l’attenzione umana alle persone. Economia. Cultura. Etica. Come emerge con chiarezza dalla frase che apre il documentario: “Credo che l’imprenditore non debba vantare i meriti che spesso non sono individuali ma collettivi. Io, se devo attribuirmi un merito, scelgo quello di essere rimasto calmo e sereno al timone nei momenti in cui la barca era in difficoltà, in cui lo scafo stesso sembrava dar segni di cedimento. Ma non sono certo stato solo nel portare la barca fuori dalla burrasca: mentre io restavo al timone, altri hanno issato nuovamente le vele e insieme abbiamo ripreso a navigare”. Le parole sono appunto di Leopoldo Pirelli, tratte da “Le dieci regole del buon imprenditore”. La voce che le legge è di Toni Servillo. Le immagini, un mare in tempesta che poi via via si placa. Sapere navigare, anche in tempi difficili. Alla guida d’una impresa multinazionale. E nella vita.

E’ un valore, infatti, creare e fare vivere un’impresa. Ricchezza, lavoro, innovazione, sviluppo. Ma anche crescita e trasformazione economica e sociale di intere comunità. Come racconta il documentario. E come testimonia tutta l’esperienza d’un uomo che ha segnato positivamente il corso della storia economica italiana della seconda metà del Novecento: i tempi felici del boom economico e quelli critici degli shock petroliferi del 1973 e del 1979, l’”autunno caldo” dei pesanti conflitti sindacali e gli “anni di piombo” del terrorismo, l’elaborazione del “Rapporto Pirelli” per la riforma di Confindustria e la ricerca di migliori relazioni industriali con il “decretone” (40 ore di lavoro settimanale invece che 46, part time per le donne, welfare in azienda, etc.: troppe novità, per una parte del  sindacato che predilige la conflittualità più accesa), le innovazioni tecnologiche e le alleanze internazionali, i bilanci aziendali, le architetture del Grattacielo Pirelli e le trasformazioni della Bicocca, il confronto creativo con la cultura (sulla Rivista Pirelli scrivono Eco, Munari e Sinisgalli, Ungaretti e Montale, Moravia e Guttuso), nel dibatttito delle idee e nella comunicazione. Una Pirelli d’avanguardia.

“Imprenditore gentiluomo”, avevano titolato i giornali italiani il 24 gennaio del 2007, cogliendo bene, in memoriam, il tratto distintivo umano e professionale di Leopoldo Pirelli. “L’italiano serio”, aveva scritto qualche anno prima, nel settembre 1990, la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, riconoscendone le qualità, proprio mentre la Pirelli si preparava ad acquisire il gruppo di pneumatici tedeschi Continental. Quell’acquisizione non andò in porto. Nell’opinione pubblica rimase comunque diffuso il giudizio positivo sulla persona che guidava la Pirelli.

C’è una grande etica della responsabilità, nella storia degli uomini che, in quasi un secolo e mezzo di storia, hanno costruito la Pirelli, dal fondatore Giovanni Battista ai figli Alberto e Piero, da Leopoldo Pirelli, la terza generazione, agli azionisti e ai manager di oggi. Proprio Leopoldo ne è stato testimone esemplare. Un imprenditore buon interprete dell’anima aperta della borghesia milanese innovatrice, colta, moderna e internazionale che ancora oggi segna i caratteri d’una metropoli europea. E “un uomo morale”, per usare un’altra pertinente definizione.

Lo confermano quelle “Dieci regole del buon imprenditore”, sintesi dell’esperienza maturata come leader del gruppo (lette in pubblico nell’autunno 1986, durante una cerimonia del Collegio degli Ingegneri di Milano). Si comincia dalla convinzione che “la libera impresa privata sia  pilastro importante d’un libero sistema e mezzo insostituibile di progresso sociale”. Si insiste sulla valorizzazione e la formazione delle persone, sull’importanza della trasparenza e dell’onestà, sulla forza del dialogo tra impresa e sindacato, sul “dovere” del “cercare di chiudere buoni bilanci”. E si sottolinea il ruolo riformatore dell’imprenditore: “La nostra autorevolezza, direi la nostra legittimazione nella coscienza pubblica sono in diretto rapporto con il ruolo che svolgiamo nel concorrere al superamento degli squilibri sociali ed economici del paesi in cui si opera: sempre più l’impresa si presenta come luogo di sintesi tra le tendenze orientate al massimo progresso tecnico-economico e le tendenze umane orientate a raggiungere migliori condizioni di lavoro e di vita”. Parole intense. Ancora oggi d’attualità.

31/01/2017