Milano, la metropoli italiana più aperta, europea, intraprendente. Adesso alle prese con un nuovo ciclo di governo comunale. Nel segno della continuità della giunta precedente guidata bene da Giuliano Pisapia, ma anche con una leadership di buona esperienza manageriale e internazionale, quella di Beppe Sala, “mister Expo”, all’altezza delle nuove sfide: attrattività, competitività, innovazione, solidarietà. In una metropoli che si rivela, dopo il voto, un’isola dinamica in un contesto politico italiano che fa invece prevalere i segnali di ribellismo su quelli della concreta e positiva governabilità.

Sfide complesse. Perché, se è vero che Milano, più di altre città, ha un’economia, una cultura e una vita civile che vanno avanti indipendentemente da scelte e spese della mano pubblica, è altrettanto vero che, proprio in queste stagioni di accentuata competitività internazionale tra città e territori, le scelte lungimiranti di buon governo hanno una straordinaria rilevanza, in chiave di sviluppo, di futuro d’un luogo in cui, meglio e più che altrove, cercare e trovare nuove opportunità di lavoro e di vita.

Milano, oggi, è imprese, cultura, innovazione, creatività, formazione d’alto livello (200mila studenti universitari, di cui 13mila stranieri) ma anche solidarietà e impegno per la sostenibilità, ambientale e sociale. Milano, “the place to be”, come hanno detto i media internazionali durante la brillante stagione dell’Expo. Milano, “la metropoli dove lo strutturarsi delle nuove geometrie tra società, economia e politica è più avanti”, una “identità ibrida tra mercato e società” con tutti i valori della cosiddetta “economia circolare”, come nota Aldo Bonomi (Il Sole24Ore, 19 giugno), segnalando la positiva eredità della stagione dell’amministrazione guidata da Giuliano Pisapia (un “fare bene” che, caratteristica essenziale, si è svolto nel segno duplice della legalità e dell’efficienza: non una sola inchiesta giudiziaria, sulle attività di Palazzo Marino: “Amministrare con le mani pulite, senza tenerle in tasca”, sintetizzano i sostenitori di Pisapia: un’altra eredità da valorizzare).

Milano, insomma, buon motore d’Italia. Da continuare a fare girare.

Ma come stanno davvero, Milano metropoli e la Lombardia, rispetto agli altri “motori d’Europa”? Meglio del resto d’Italia. Ma non proprio bene. I conti li ha fatti l’Assolombarda, la più grande associazione territoriale di Confindustria (raggruppa 6mila imprese tra Milano, Lodi, Monza e la Brianza: hi tech, manifattura e servizi d’eccellenza, un buon quarto del Pil italiano), nel corso dell’assemblea del 9 giugno. E i dati, illustrati dal presidente Gianfelice Rocca, dicono che Milano cresce, è vero, ma meno delle zone del Baden-Württemberg e del Bayern in Germania, della Catalogna in Spagna, del Rhône-Alpes in Francia, scelti come paragone di competitività.

Vediamoli, questi dati. A partire da un confronto con la situazione economica antecedente alla Grande Crisi. La Lombardia segna ancora un -4,9% di Pil (variazione 2015 su 2008) mentre la Catalogna un -2,9% e il Baden-Württemberg è a +8%. L’export si è rimesso in movimento e traina il Paese, ma anche da questo punto di vista meno che altrove: +6,9% in Lombardia (variazione 2015 su 2008), +26,4% in Catalogna, +30,4% nel Baden-Württemberg. In sintesi: non abbiamo recuperato le cadute della crisi e nel settore più dinamico, quello appunto delle imprese che esportano, ci si muove meno.

Se guardiamo al tasso di attività (il rapporto tra popolazione attiva e popolazione in età di lavoro, dai 15 al 64 anni), stiamo messi male: 80% Bayern, 79,4% Baden-Württemberg, 77,6% Catalogna, 73,3% Rhône-Alpes e solo 70,8% Lombardia (meglio che nel resto d’Italia: …). Anche sul tasso d’occupazione (quanti hanno un lavoro), in coda alla classifica o quasi: 77,7% Bayern, 76,9% Baden-Württemberg, 66,6% Rhône-Alpes, 65,1% Lombardia e appena sotto, con il 63,1%, la Catalogna. Il tasso di occupazione medio in Italia è del 56,3%: peggio di noi solo Croazia e Grecia, Germania al 74%, Francia al 64,2%. Per dirla in sintesi: in Lombardia c’è una maggior partecipazione al lavoro e una maggiore occupazione che nel resto d’Italia, ma i paesi direttamente concorrenti sono più attivi, producono di più. E meglio. Producono cioè anche un maggior valore aggiunto, grazie a una maggiore qualificazione della forza lavoro.

La conferma di questo divario si ha guardando le quote di laureati sulla popolazione. Se prendiamo come riferimento la classe d’età dai 25 ai 64 anni, il Lombardia abbiamo il 19,3% di laureati, la quota più bassa tra i competitors: il 30,8% nel Baden-Württemberg, il 29,6% nel Bayern, il 37,4% nel Rhône-Alpes e il 37,5% in catalogna. Le cose migliorano un po’ se si fa il conto su una classe d’età più giovane, dai 30 ai 34 anni: la quota in Lombardia sale al 29,5% (si studia di più, ci si specializza, ci si qualifica meglio) ma i nostri concorrenti crescono anche loro: 36,5% di laureati nel Baden-Württemberg, 36,7% nel Bayern (stiamo accorciando, insomma, le distanze con la Germania più industriale e produttiva), il 43,1% in Catalogna ma addirittura il 50% nel Rhône-Alpes.  Meno laureati, minore produttività e competitività (senza ancora entrare nel merito del tipo di lauree prese e del rapporto tra formazione e lavoro, molto positivo per esempio in Germania).

Milano e la Lombardia, è vero, pagano i costi del cattivo funzionamento e della bassa produttività di tutto il sistema Italia (la pubblica amministrazione invadente e inefficiente, il fisco complicato ed esoso ma anche l’elevata evasione fiscale, il basso livello delle infrastrutture materiali e immateriali, compresa l’insufficiente diffusione della “banda larga”, le carenze della formazione, la disattenzione di gran parte dell’opinione pubblica per la cultura dell’impresa, del merito e del mercato, la corruzione diffusa e il peso delle economie criminali, etc.). Ma, al di là di questi fattori fortemente condizionanti, ci sono anche dinamiche imprenditoriali e sociali, nella metropoli, da rimettere in moto. Imprese da fare crescere. Innovazione da stimolare.

Se Milano è ancora percepita, pure dopo la fine dell’Expo, come “the place to be”, il primato va difeso e rafforzato. Altrimenti, si smette di crescere, ci si blocca, prima o poi si declina.

Come fare? Assolombarda insiste: Milano deve camminare rapidamente sulla strada della “smart city”, abile a giocare su tutte le ipotesi dell’innovazione, a cominciare dal lancio di Human Technopole sull’area ex Expo (università, ricerca, imprese d’avanguardia soprattutto nel settore delle “life sciences”). E diventare una metropoli “Steam”, l’acronico formato dalle iniziali di “science”, “technology”, “education” ma anche “environment”, “arts” (tutto l’insieme delle culture umanistiche e della creatività) e “manifacturing”. “Milano ha il capitale sociale, il capitale economico, il capitale scientifico e il capitale estetico, per giocare con successo questa partita, si dice in Assolombarda, pensando alla metropoli come “motore della ripresa italiana” ma anche come luogo d’eccellenza europeo dell’industria più innovativa. Sfida difficile. Ma assolutamente possibile. Da vincere.

 

 

(Giorgio Dall’Aglio, In città, disegno per “Pirelli”, n.5, 1950)

21/06/2016