Lo spread è un numero, come le temperature del grafico della febbre. Entrambi indicano uno stato di salute: nel primo caso quello del debitore, se ispira o meno fiducia al creditore; del malato, nel secondo. Nessun malato è mai stato così incosciente da accusare il termometro di “complotto”, ma semmai, messo in allarme proprio da quelle precise indicazioni del termometro, s’è rivolto a un buon medico, una persona competente e responsabile, uno non eletto a furor di popolo ma scelto perché bravo, per studi, scienza ed esperienza.

Il paragone con il grafico della febbre viene in mente, a chi si occupa di cultura d’impresa, di fronte alle ennesime polemiche che maturano in ambienti di governo a proposito del giudizio negativo dei mercati finanziari e delle perplessità della Commissione Ue sulla “manovra” annunciata con il Def (il Documento di economia e finanza) e sullo “sfondamento” del rapporto deficit-Pil al 2,4%.

Lo spread tra Bund (i titoli pubblici tedeschi, affidabili) e i nostri Btp ha superato quota 300. E il rendimento dei titoli pubblici all’ultima asta di ieri, lunedì 8 ottobre, ha superato il 3,5%: il che vuol dire che chi li compra pretende un maggior “premio” per il rischio che corre mettendoli in portafoglio. E la Borsa ha vissuto un’altra giornata nera (i “numerini” degli indici al ribasso dicono quanti risparmi dei “cittadini” sono andati in fumo).

In ambienti di governo si reagisce parlando di speculatori internazionali che vogliono il male dell’Italia e si contrappone ancora una volta “l’economia reale” alla “finanza”. O, per usare un altro slogan di gran moda tra i “gialloverdi” al governo, “i numerini” ai “cittadini”. Chiacchiere buone per la propaganda. E nemmeno chiacchiere originali. Anni fa ci fu un ministro che, per amore di battuta, disse che lui si occupava dei mercati rionali e non di quelli finanziari (non lasciò di sé un buon ricordo). La realtà, però, non ama le chiacchiere e racconta altro. E fatti e numeri sono testardi.

I “numerini” sui titoli di Stato dicono quanti interessi in più si devono pagare per il nostro gigantesco e crescente debito pubblico (si devono: lo Stato, cioè tutti noi “cittadini” con le nostre tasse). I “numerini” dello spread dicono quanto in più pagheremo, sempre noi “cittadini”, per i mutui sulle case, i prestiti che abbiamo fatto o per ottenere credito per cercare di fare crescere le nostre aziende e creare lavoro.

I “numerini” sulla crescita annunciata dal governo (1,5% nel 2019 dopo una crescita dell’1,2% quest’anno, ma qualcuno dei ministri azzarda anche il 2% o addirittura il 3% nell’arco di un paio di anni) o su quella prevista da autorevoli protagonisti dell’economia (1% Confcommercio, 0,9% Confindustria) dicono di un forte divario di aspettative. E se quei “numerini” ottimisti non saranno confermati, per i “cittadini” la conseguenza sarà chiara: meno lavoro, salari ridotti minori servizi pubblici, minor benessere. Tutte questioni che riguardano la vita quotidiana dei “cittadini”.

Si potrebbe andare avanti così a lungo. Ci si ferma qui per dire che l’attenzione ai “numerini” è un dovere fondamentale per qualunque governo che abbia a cuore il futuro dei suoi cittadini.

Non enumerando dati a casaccio, per ragioni di propaganda elettorale e polemica politica. Né facendo affidamento sul “potere magico” di certe parole (il “pensiero magico”, contrapposto alla realtà, è stato fonte di alcuni dei più tragici disastro del Novecento). Ma elaborando e condividendo scelte che possano essere realizzate. Non si costruisce solido sviluppo economico aumentando il peso dei debiti. E non si costruisce opinione pubblica consapevole, capace di approvare e sostenere scelte riformatrici coraggiose, senza fare i conti con la realtà. Con la realtà, non con i desideri o la propaganda. O con le illusioni d’una nota sui social media o con l’invenzione del “nemico” (un’altra funesta abitudine del Novecento).

I numeri, insomma, certi, attendibili, ben studiati ed elaborati con competenza e autonomia scientifica, ben spiegati con chiarezza, sono la base della scienza, anche di quella economica. Di numeri, vivono le imprese (gli investimenti, il lavoro, i salari, i dati contabili che dicono, nei bilanci, cosa fare e dove puntare, quante rate fare per un nuovo macchinario, quante quote di mercato conquistare o difendere). Di numeri, si alimentano i bilanci delle famiglie. Numeri da umanizzare, non da disprezzare.

I numeri sono un fondamento del buon governo e, naturalmente, d’una solida, partecipata democrazia. E perché i cittadini possano ritrovare fiducia e sicurezza, è davvero indispensabile, per una dignitosa classe dirigente, “non dare i numeri”.