Il boomerang, Charlie Brown e le imprese hanno molto in comune. Il primo, è uno strumento infido: ha bisogno di perizia, spazio, tempismo. Richiede una dose di rischio. Non è un gioco, comunque la si pensi. Charlie Brown,  lo ha provato sulla sua pelle, tentando in tutti i modi di usarlo e sempre con risultati non avvincenti. Metafora delle difficoltà e delle sorprese della vita, anche produttiva. Ecco perché l’ultima fatica di Nicola Palmarini (laurea alla Cattolica e specializzazione a Seattle in Comunicazione di massa e società), parte proprio dal boomerang  per parlare di innovazione, creatività e novità tecnologiche che non sempre hanno avuto successo.  

Leggere “Boomerang” – circa 200 pagine disponibile anche in formato elettronico -, è bello e utile ad iniziare dal sottotiolo che dice tutto: “Perché cent’anni di tecnologia non hanno (ancora) migliorato il mondo”. E in effetti il problema di cosa possono provocare l’innovazione e le tecnologie sta tutto lì: come mai in molti casi invece di produrre benessere hanno prodotto solo “malessere?”. 

 

Palmarini usa proprio l’esempio del boomerang per raccontare bene il modo con cui abbiamo lanciato negli ultimi cent’anni i nostri percorsi di ricerca, desideri, ambizioni attraverso la tecnologia, in nome di un futuro che, per l’autore,  assomiglia sempre di più a un’utopia. Percorsi e situazioni nelle quali viene coinvolta ovviamente la stessa idea di produzione e di impresa, la stessa cultura del produrre e dell’innovare. 

 

Il libro è quindi una carrellata dei tanti boomerang di cui è popolata la storia produttiva e sociale degli ultimi decenni e non solo. I falsi miti dello spettacolo e della cultura, il fallimento dello Stato sociale, l’appiattimento culturale e sociale della moda, l’accecamento che si rischia con il web e la comunicazione istantanea, la confusione e incomunicabilità del linguaggio moderno, le incognite e le ansie date da Internet, le difficoltà e l’infelicità di fondo che denomina molte organizzazione (anche e soprattutto produttive), il mito della smart cities così come quello del profitto e della finanza di successo.  Tutti boomerang – alcuni in viaggio da distanze e fratture temporali brevissime, altri che stanno compiendo la loro parabola, altri ancora che ricadono oggi o domani – che hanno incisa nel loro legno la parola “fine”. 

 

Ma Palmarini racconta anche le possibilità di riscatto e di allontanamento dai rischi del boomerang. E’ quella che l’autore chiama “etica del limite” che può ricondurre società e imprese con i piedi per terra. Si tratta della presa di coscienza di questioni – che sono prima ancora concetti culturali – come l’ambiente e l’inquinamento, il rispetto dell’altro e del suo futuro, ma anche di problemi puntuali come quelli dell’uso dell’acqua, delle risorse naturali, della chimica e della produzione di energia. 

Certo, Palmarini quasi al fondo della sua fatica precisa che non esiste nessun “bottone magico” che, premuto, può risolvere le cose, ma esiste, e deve essere conquistato, un senso del limite che deriva proprio dalla particolare etica con la quale si devono vedere tutte le cose. Anche (e forse soprattutto), quelle della produzione e del consumo.

E’ bella e drammaticamente vera – e per questo deve fare pensare tutti, anche gli imprenditori -, un’affermazione che Palmarini pone ad un certo punto del suo libro: “All’accelerazione del cambiamento e del ritmo del cambiamento si sta associando una altrettanto veloce de-accelerazione culturale”. 

“Boomerang” è un libro che fa pensare e spesso anche arrabbiare ma è tutto da leggere e anche da rileggere. 

 

Boomerang. Perché cent’anni di tecnologia non hanno (ancora) migliorato il mondo

Nicola Palmarini

Egea, giugno 2014 

15/07/2014