“Il signor Spread” su cui facevano ironia Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i due uomini forti del governo Conte, sta facendo sentire i suoi effetti, rendendo più care le rate di mutuo delle famiglie italiane e i costi degli anticipi fatture e dei servizi bancari per piccoli imprenditori, commercianti, artigiani, il “popolo” che lavora e produce, insomma. E soprattutto tra i ministri della Lega più sensibili ai temi dell’economia si fa strada un’altra preoccupazione, quella del “generale Pil”: se non ce l’hai alleato, non c’è consenso popolare che duri.

Ecco il punto: mentre “il signor Spread” è in piena attività, dalle parti di “quota 300”, pericolosamente vicina ai livelli d’allarme e di crisi, “il generale Pil” è immobile, anzi retrocede: s’intravvedono rischi di recessione. Dare forma umanoide agli indicatori economici aiuta a capire meglio cosa sta succedendo nel mondo della produzione, del lavoro e dei consumi. E costringe, anche controvoglia, chi governa a non abbandonarsi al gioco perverso dei “fattoidi” (con tutto il seguito di “storytelling”, “narrazioni” e “fake news” delle peggior propaganda, come l’esultanza grillina perché “abbiamo sconfitto la povertà”) e a guardare invece in faccia ai fatti. E quei fatti dicono che dopo quattordici mesi di crescita, nel terzo trimestre del 2018 il Pil fa segnare un -0,1%. E le stime fanno ritenere che probabilmente anche il quarto trimestre sarà piatto o negativo.

Consumi fermi, investimenti in caduta, risparmio prudente sui conti correnti, opere pubbliche bloccate, capitali esteri in clamorosa ritirata dai nostri titoli pubblici (l’ultima asta è andata male, quella di dicembre è stata cancellata), Borsa in difficoltà, occupazione in discesa (il “decreto dignità” caro a Di Maio ha cancellato migliaia di posti di lavoro a tempo e fatto crescere il “nero”), disoccupazione giovanile in aumento. “Pil, l’Italia arretra. Torna a crescere la disoccupazione”, titola seccamente “IlSole24Ore” (1 dicembre), notando anche come freni anche la produzione industriale.

L’ombra che si allunga sulla maggioranza Lega-M5S è quella di diventare “il governo del meno”, precipitando dalle illusioni della ripresa al reale pericolo della recessione. “La manovra con la sua ampia agenda di riforme evita il rischio di una terza recessione”, si augurano concordi Salvini e Di Maio. Buone intenzioni. I dati veri, nei prossimi mesi, diranno quanto ci sia di propaganda e quanto di realtà. La preoccupazione resta.

Il quadro internazionale non aiuta: il commercio internazionale è rallentato dai conflitti Usa-Cina e dalle tensioni nazionaliste (l’ultimo G20 a Buenos Aires non ha migliorato la situazione) e per un paese come l’Italia, il cui dinamismo economico è molto legato all’export, i tempi diventano duri. Sarebbe necessaria una forte spinta verso una Ue attiva, con investimenti e reazioni forti che tengano aperti i mercati globali. Ma il governo italiano ha costruito la sua identità sullo scontro con Bruxelles, la propaganda sovranista, l’elogio del protezionismo. E dunque anche da questo punto di vista la nostra economia arranca.

Si spiega così anche un altro indicatore negativo: la caduta degli indici di fiducia delle imprese e delle famiglie. Bassa fiducia, scarsi consumi, investimenti cancellati o rinviati. La crescita del Pil dell’1,5% nel 2019 promessa dal governo per cercare di fare quadrare sulla carta i conti di una gigantesca spesa pubblica a debito per misure assistenziali (reddito di cittadinanza e pensioni) si rivela un’illusione. Si crescerà molto meno dell’1% e i conti del deficit e del debito pubblico saranno disastrosi. Ecco perché la Ue è molto preoccupata e insiste per una riduzione della spesa a debito. E perché famiglie e imprese manifestano un’allarmante sfiducia nel futuro.

Sarebbe necessaria una “discesa dal tram dei desideri”, consiglia saggiamente al governo Dario Di Vico, dalla prima pagina del “Corriere della Sera” (1 dicembre), dicendo agli italiani la verità sui conti e la crisi. Ma a palazzo Chigi non sembra ci sentano.

Le imprese, in allarme crescente, si muovono. Lunedì, a Torino, Confindustria ha dato appuntamento a tutto il suo largo gruppo dirigente, territori e categorie comprese: tremila persone riunite per dire che la politica economica del governo va drasticamente cambiata, meno assistenzialismo e più investimenti per produttività, competitività, innovazione, lavoro (compreso il taglio delle tasse a chi investe e lavora). E sempre lunedì, a Monza, in uno dei territori più produttivi di tutta Italia, gli industriali si sono incontrati per discutere una ricerca sulle prime 800 imprese della Brianza, 48 miliardi di fatturato (pari a tre punti del Pil nazionale), attività in crescita anche all’estero ma evidente preoccupazione per il rallentamento dell’economia e un diffuso clima governativo anti-imprese e ostile alle essenziali infrastrutture. Il 13, a Milano, appuntamento di tutti gli artigiani del Nord. Poi, un altro incontro a Verona. Il “partito del Pil” non è affatto rassegnato a subire.

Ecco “il partito degli affari”, polemizzano soprattutto i grillini. E Di Maio insiste nel chiamare “prenditori” gli imprenditori italiani, come fossero avidi speculatori sui fondi pubblici. “Ci vuole rispetto per chi investe, innova, lavora e produce”, ribatte il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Il fossato tra l’incultura del sussidio pubblico caro a Di Maio e la cultura dell’intraprendere s’allarga. E tutto ciò fa male all’Italia.

La sintesi sta nell’ironia di Marco Bonometti, industriale metalmeccanico bresciano, presidente di Confindustria Lombardia, che denuncia la solitudine dell’imprenditore ed evoca il Titanic: “Siamo come delle vedette sulla tolda della nave mentre tutti sono in sala ristorante a godersi la cena”.