Sull’Italia in recessione (unico tra i grandi paesi europei) e con “il motore inceppato” (definizione del professor Sabino Cassese) s’allunga sempre più incombente un’ombra: quella della crescente presenza dello Stato nell’economia, da gestore di aziende e non da legislatore e controllore (come sarebbe giusto e opportuno). Nelle stanze di Palazzo Chigi e dei ministeri economici c’è una gran voglia di nazionalizzazioni. Si progetta di arrivare alla maggioranza del capitale di Alitalia, tra intervento diretto del Mef (il ministero dell’Economia) e quote della Cassa Depositi e Prestiti e delle Ferrovie (dimenticando che sinora lo Stato, nei pasticci Alitalia, ha già bruciato quasi 10 miliardi di euro). Si punta al raddoppio della presenza della Cassa Depositi e Prestiti, dal 4,26 al 10% circa, in Telecom, società privata, per scorporare la rete e unirla a quella di Open Fiber (dove la Cdp ha il 50%). Si chiacchiera, al ministero delle Infrastrutture, di nazionalizzare le autostrade. Ma anche di far entrare la Cdp nel nuovo colosso delle costruzioni internazionali Salini-Astaldi (imprese private, la prima eccellente, la seconda in crisi). E sempre tra grillini e leghisti s’insiste per fare diventare banca pubblica la Carige, nonostante gli attuali commissari nominati dalla Bce, che ben conoscono conti e condizioni della banca in crisi, dicano che non ce n’è alcun bisogno, cercando invece investitori privati. Si prepara una proposta di legge, da parte del M5S, sulla gestione pubblica delle acque, fatta in modo tale da bloccare gli investimenti privati in corso da anni e riportare tutto sotto il controllo di enti pubblici e comunali che tanto danno hanno fatto in passato (sprechi, clientele, disagi per il servizio, scarsa qualità delle reti).

Torna, insomma, la voglia dello Stato padrone, una dilagante pretesa del governo giallo-verde di avere direttamente mani in pasta nella gestione di grandi e piccole imprese, nelle decisioni manageriali su investimenti, assunzioni, appalti. Pretese di potere, senza tenere in alcun conto le esigenze di efficienza, economicità, produttività, qualità e costi dei servizi e delle attività d’impresa.

Pretese di potere. E contraddizioni. Perché nella legge di Bilancio approvata in extremis alla fine di dicembre dalle Camere (senza poterla nemmeno ben esaminare) dopo una faticosa trattativa con la Commissione Ue sui conti, il deficit e il debito pubblico, si prevedono nel 2019 privatizzazioni per l’equivalente di un punto di Pil, circa 17 miliardi. Ma di quelle privatizzazioni, promesse a Bruxelles per farsi approvare la manovra, non si vede l’ombra, mentre tutte le mosse del governo vanno, al contrario, verso l’aumento della mano pubblica sull’economia, verso l’ingresso statale nelle aziende private.

E lo Stato regolatore e controllore? E’ bloccato dalle contese tra M5S e Lega, i due partiti di governo, per piazzare i loro uomini. Così la Consob è stata senza presidente per mesi (con gravi incertezze dannose per i mercati), prima di arrivare finalmente alla nomina di Paolo Savona. L’Inps è senza presidente, dopo la scadenza del mandato del professor Tito Boeri, competente economista. E si pretende di mettere becco persino nelle vicende della Banca d’Italia, per la nomina del vicedirettore generale: una grave intromissione sull’autonomia dell’istituto.

Tante chiacchiere, poca competenza nel governo dei complessi processi dell’economia.

Vale la pena rileggere un po’ di storia, per ricordare come lo Stato padrone sia stato protagonista di alcune delle pagine peggiori della nostra vicenda economica. Dopo gli anni dinamici della ricostruzione e del boom, dove la mano pubblica, con la gestione di amministratori competenti, capaci e perbene, ha fornito al Paese le infrastrutture necessarie alla ripresa (acciaio, autostrade, trasporti, edilizia pubblica, industria chimica di base), dagli anni Settanta in poi, le Partecipazioni Statali sono via via degradate in un circuito di sottogoverno, bruciando soldi pubblici nel “panettone di Stato”, le banche simili a una “foresta pietrificata”, le auto di Stato, le telecomunicazioni pubbliche, i servizi energetici e postali sempre più costosi, sempre meno efficienti. Monopoli, clientele, interessi privati sotto veste pubblica, sprechi.

La stagione delle privatizzazioni, negli anni Novanta, ha riaperto l’economia, l’ha resa più efficiente (con servizi migliori e meno costosi per i cittadini, i consumatori, le famiglie, le imprese). E’ vero, le privatizzazioni sono state talvolta mal fatte e comunque poco accompagnate da un indispensabile processo di liberalizzazioni. Ma pur tra limiti e contraddizioni, l’economia italiana, ben inserita dentro i processi del mercato europeo e poi dell’euro, s’è rimessa a crescere, pur senza colmare i divari di efficienza e produttività (produttive le imprese private, poco produttivi i servizi e l’amministrazione pubblica).

Adesso, un governo ostile alle competenze, al merito professionale, alla scienza, alla ricerca, all’efficienza delle infrastrutture, alla competitività e ai confronti internazionali, torna a vagheggiare di nazionalizzazioni e statalizzazioni, in un contesto accompagnato da scarsa cura per gli investimenti privati, italiani e internazionali e di distribuzione di redditi assistiti, pensioni anzitempo, condoni fiscali, protezione di categorie a disagio (in pieno stile populista), uso distorto delle poche risorse pubbliche a disposizione.

Un orizzonte cupo. Per evitarne il pericolo, si muovono fronti crescenti di opinione pubblica, di attori d’impresa e sociali. Un appello per “sbloccare l’Italia”, lanciato da “Il Foglio”, ha raccolto autorevoli firme politiche ed economiche, compresa l’adesione dei vertici di Confindustria. “Non frenate l’Italia”, titola “La Stampa” dando ampio spazio alle opinioni di chi lavora e produce. Appelli opportuni. Perché l’Italia non merita né i “signori del no” né i sostenitori d’una “decrescita infelice” dietro cui si celano interessi di potere che non fanno bene a chi giustamente rivendica un migliore futuro di sviluppo equilibrato.

 

19/02/2019