Tira un’aria sgradevole, per le imprese e per lo sviluppo economico fondato sulla cultura del buon mercato. Dirigismo, nazionalismo, protezionismo da tentazioni di frontiere chiuse, eccessi d’amore per la spesa pubblica assistenziale, ostilità per un euro che, nonostante grandi limiti, ha contribuito in modo determinante alla stabilità dell’Europa e delle nostre economie. I segnali che vengono dalle stanze di governo su lavoro, infrastrutture, risorse umane, commercio estero, Europa, sono guardati con grande preoccupazione dal mondo delle imprese, le multinazionali che volentieri hanno investito e continuerebbero a investire nel nostro Paese ma anche le imprese medie e piccole, i commercianti, gli artigiani. E sono in tanti a domandarsi se l’Italia, uscita finalmente da una lunga e pesante recessione, non debba ricominciare a preoccuparsi.

L’economia rallenta: l’autorevole agenzia di rating S&P ha corretto al ribasso le stime di crescita dell’Italia per il 2018 da 1,5% a 1,3% (analoghe le previsioni dell’Istat) e ha confermato un debole 1,2% per il 2019, parlando, oltre che di tensioni internazionali, anche di incertezze legate al “processo politico interno” e ha sottolineato che l’aumento dello spread si traduce in un maggior costo del denaro per l’economia reale e in un ulteriore freno alla crescita: un elemento che dovrebbe far riflettere certi propagandisti in area di governo che mostrano di considerare quello spread non un termometro importante ma un dato irrilevante, il frutto d’un maligno complotto…

Servirebbero scelte economiche forti e chiare, capaci di legare stabilità dei conti pubblici e sviluppo, sostegni alla ricerca e all’innovazione (confermando i provvedimenti positivi dei governi precedenti per “Industria 4.0” e il rinnovamento digitale degli impianti) e riforme per creare lavoro. Parecchie delle scelte recenti di governo vanno invece in tutt’altra direzione. Il cosiddetto “decreto dignità” del ministro Di Maio ingessa il mercato del lavoro, aumenta i rischi di contenzioso e mette in crisi un’economia in cerca non di precarietà ma di flessibilità. E l’annuncio, già il puro e semplice annuncio di un atteggiamento punitivo per le imprese che delocalizzano rischia di rallentare fortemente gli investimenti esteri in Italia, di cui la nostra economia avrebbe grandissimo bisogno.

Le reazioni critiche di tutto il mondo economico confermano l’impatto negativo dei provvedimenti annunciati. Critiche – vale la pena chiarire – che vengono dalle grandi ma soprattutto dalle piccole e medie imprese, dell’industria, del commercio, dei servizi, dell’artigianato. Nel Nord industriale, da Assolombarda alle Confindustrie territoriali del Veneto, le proteste hanno trovato orecchie attente negli ambienti della Lega, da gran tempo forza di governo locale quanto mai sensibile alle buone ragioni dell’economia produttiva. Ed è possibile che il decreto, in Parlamento, venga giustamente sottoposto a radicali modifiche.

Resta comunque la sensazione del clima anti-imprese, di una cultura economica (soprattutto in ambienti dei Cinquestelle), che ignora la stretta relazione tra dinamiche di mercato, imprese come motore di sviluppo, creazione di lavoro fuori da logiche assistenziali, welfare legato sia a esigenze sociali che a ragioni di miglioramento della produttività (una dimensione responsabile cui, peraltro, sono sensibili anche i sindacati, come si ricava dagli ultimi contratti di lavoro, a cominciare da quello dei metalmeccanici).

Giocano negativamente, nel clima ostile allo sviluppo, anche le enunciazioni di chiusura protezionistica (in questo, Lega e Cinquestelle camminano in sintonia). Tutto il contrario di quello di cui avrebbe bisogno l’Italia, paese esportatore, economia aperta che proprio sulla platea internazionale dà il meglio di sé.

Un dato, per riflettere su quanto pesano le multinazionali estere, sull’economia italiana: sono 11.039, occupano 973.000 dipendenti e generano 519 miliardi di fatturato. Un terzo sono concentrate a Milano (città metropolitana): sono per l’esattezza 3.599 con 279.000 dipendenti e 168 miliardi di fatturato. La prospettiva di fondo: continuare ad attrarle in una città leader per servizi, manifattura hi tech, formazione di qualità (le grandi università oramai presenti nei ranking internazionali, dal Politecnico alla Bocconi), cultura, salute, qualità della vita. Milano, da locomotiva dello sviluppo italiano, ha bisogno di continuare a essere, come nella sua storia migliore, città aperta, attrattiva, inclusiva. Tutto il contrario, appunto, del gretto protezionismo impaurito che connota purtroppo tanta retorica negli ambienti di governo.

Chiusure, rigidità, incertezze, ostilità per la cultura del mercato e delle imprese. E tensioni sull’Europa. Le preoccupazioni economiche hanno purtroppo un certo fondamento. E se temono conseguenze.

In ambienti finanziari circola l’idea di una clausola, da introdurre nei contratti di finanziamento e di acquisizione di aziende italiane da parte di investitori internazionali. Ne dà conto, compiutamente, Il Sole24Ore (4 luglio). Si chiama “Quitaly”, sintesi allarmata tra “quit” (abbandono) e Italy e, se introdotta, servirebbe a proteggere gli investitori esteri quando finanziano imprese italiane o quando le acquisiscono dall’eventualità che l’Italia abbandoni la moneta unica, l’euro. Il Sole24Ore chiarisce che non ci sono ancora contratti firmati con questa clausola. Ma già il fatto che se ne parli, tra banche e grandi studi legali internazionali, è termometro di incertezza, instabilità, giudizio di scarsa fiducia sulla gestione del nostro Paese. Condizioni negative, per lo sviluppo. Che avrebbe bisogno di stabilità, chiarezza sul buon governo, fiducia lungo la strada europea, competenza e senso di responsabilità.