Il primo, Gianni Brera, è un “gran padano” di San Zenone al Po, classe 1919, partigiano della Repubblica dell’Ossola dopo l’8 settembre del 1943. L’altro Nino Nutrizio, è un dalmata di Traù  -Trogir quando diventerà croata-  classe 1911, prigioniero di guerra in India fino al 1946. I destini di Gianni Brera e di Nino Nutrizio -forse i più grandi giornalisti sportivi del Novecento-  si incrociano fatalmente nella Milano della carta stampata che nel Dopoguerra sta tentando velocemente di rinascere. Brera “mastica” di calcio fin da ragazzino e tornato dal fronte, nel 1945 approda alla Gazzetta dello Sport: ne diventa direttore nel giro di qualche anno. Nutrizio viene dal Secolo XIX: le vicende belliche lo costringono però, tornato in borghese, a ricominciare tutto da capo nella sua professione di giornalista. Nel 1952 il grande salto: l’industriale Carlo Pesenti gli affida la direzione de La Notte, quotidiano milanese del pomeriggio. Sarà un successo clamoroso.

Di lì a poco anche Gianni Brera, nel 1956, va a dirigere la redazione sportiva de Il Giorno: le vendite  del quotidiano si moltiplicano. I due direttori  –Il Giorno, La Notte–  non possono non incontrarsi anche sulle pagine della “Rivista Pirelli”, che già in quei vivissimi anni Cinquanta si affida alle più grandi firme in circolazione. Il calcio -sport nazionale, assieme al ciclismo- spetta naturalmente a Gianni Brera e Nino Nutrizio. Ed è, come oggi, un altissimo esercizio di vis critica.Nutrizio non digerisce l’eliminazione immediata dell’Italia dai Mondiali in Svizzera, nel giugno del 1954, e neppure gli piace che il diciassettenne Giuseppe Virgili passi dall’Udinese alla Fiorentina per l’astronomica cifra di 60 milioni di lire. Nell’articolo “Il malato milionario”, sul n°4 del 1954, afferma che nel mondo sportivo tutti, calciatori e ciclisti, motociclisti e ginnasti, allenatori e dirigenti sono rovinati dal dio denaro, “per guadagnare tanti soldi, per non lavorare nei campi o nella officina, per avere la bella casa e la bella automobile, per indossare i bei vestiti…”. Gli fa eco Brera, pochi mesi dopo, nel gennaio 1955, con “Vita difficile del giocatore di calcio”. “Forse perchè pian piano è andato scivolando nel gladiatorismo e dunque nella smaccata ricerca di guadagno, lo sport italiano non ha ancora avuto degni cantori”: l’incipit dell’articolo ne riassume in pieno il contenuto. Stesso anno, nel  –numero 6 di dicembre, Nutrizio se la prende con il calcio difensivista: il ben noto “catenaccio”, “spettacolo odioso di almeno sei partite su nove ogni domenica”, sintomo del “preoccupante decadimento del calcio italiano”. Nell’articolo del gennaio 1957 Nutrizio avverte  -tra l’altro-  che con una simile mentalità si rischia di non andare ai Mondiali di Calcio in Svezia, in programma di lì a pochi mesi. Si sa come finisce: l’Italia non si qualifica. I Mondiali del 1958 li vince il Brasile, battendo i padroni di casa svedesi. Brera, noto cultore del calcio difensivista “all’italiana” che Nutrizio detesta, può finalmente salutare la trasformazione dei sudamericani da “cicale scialacquatrici” a “formiche” attente e caute in difesa. E’ una “Metamorfosi”, come titola il pezzo sulla rivista n°4 del 1958, ultimo articolo di Brera.

Sono stati due grandi visionari del calcio, Brera e Nutrizio: basta rileggere i loro pezzi sulla rivista “Pirelli” per rendersi conto di quanto le loro affermazioni siano ancora attuali.

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