Le piccole imprese italiane contro le grandi. Le strutture produttive diffuse sui territori contro i “poteri forti” e i “salotti buoni”. Le fabbrichette contro le multinazionali. Chi non conosce affatto il tessuto industriale italiano usa questi schemi fuori dalla realtà per provare a riscrivere politiche industriali, come si pensa in ambienti di governo a proposito dei contenuti della manovra a “sostegno delle imprese”. “Poche idee ma confuse”, avrebbe detto Mino Maccari, genio dell’arte e della satira degli anni Cinquanta.

Perché? E’ stato drasticamente depotenziato il piano per “Industria 4.0” che pur aveva stimolato forti investimenti di migliaia d’imprese per innovare impianti, prodotti e servizi: niente più super-ammormaneto, iper-ammortamento prorogato al 2020 ma ridotto per sfavorire i grandi gruppi, proprio quelli con maggiore capacità d’investimento, scomparso lo stimolo alla formazione, indispensabile per fare crescere mano d’opera e competenze adatte all’industria digital. E ancora: abolito il contributo alla capitalizzazione delle imprese e fermato al 2020 il credito d’imposta per ricerca e sviluppo, rendendo comunque fin da subito più complicato ridotto. C’è invece una mini-Ires per le aziende che investono e assumono, ma tagliata su misura per le mini-imprese.

Niente taglio fiscale, addio alla flat tax promessa. C’è solo una tassa del 15% per le partite Iva fino a 65mila euro di fatturato (botteghe, piccoli studi professionali, impresine individuali soprattutto del commercio e dei servizi minuti) e un’agevolazione fiscale, sempre al 15%, per i professori che danno lezioni private di ripetizione (chissà cosa mai c’entra, questa misura, con le politiche di crescita del Pil…).

Nulla per lo sviluppo dell’industria e delle imprese più capaci di produttività e competitività e dunque di crescita dell’economia, molto invece per finanziamenti a pioggia di sapore clientelare, pre-elettorale. Altro che manovra per lo sviluppo economico, come il governo giallo-verde proclama in Italia e a Bruxelles.

“Una legge di bilancio scollegata dalla realtà. C’è ostilità verso le imprese”, taglia corto Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda, la più grande struttura territoriale di Confindustria (6mila imprese iscritte, nell’area economicamente più dinamica e innovativa d’Italia), in un’intervista a “la Repubblica” (3 novembre). Bonomi elenca tutti gli errori della manovra, ribadisce l’assoluta contrarietà dell’organizzazione al condono fiscale e sulla mini-Ires è categorico: “Così com’è formulata non serve a niente”,”. E, con manifesta ironia: “La possono cancellare domani. Così risparmiano i fondi per la sua eventuale copertura, semplificano le procedure e non sprecano la carta su cui è scritta”.

Assolombarda ha le carte in regola, per discutere del rapporto tra fisco efficace e crescita economica. Ha di recente presentato un corposo “libro bianco” su “Fisco, imprese e crescita”, un volume di 210 pagine fitto di dati, tabelle, analisi e proposte. Lo ha discusso in incontri con membri di governo e parlamentari di tutti gli schieramenti eletti a Milano, accompagnando le singole proposte con numeri ed esempi concreti di costi e vantaggi per le imprese, il lavoro e per l’erario stesso. Ne ha parlato con i media. Niente.

Adesso arrivano le indicazioni della manovra, penalizzanti per le imprese, soprattutto per quelle medio grandi, e con contributi a pioggia per le piccole e le piccolissime. Ma sono proprio le grandi imprese quelle che innovano di più, stimolano la ricerca e la diffusione di nuove tecnologie, aiutano le università per i programmi più ambiziosi. E alle grandi, alle multinazionali migliori fa riferimento il fitto tessuto che lega imprese diverse, al di là delle dimensioni, in distretti, filiere produttive, reti, meta-distretti, sofisticate supply chain che sostengono anche la penetrazione dell’industria italiana sui mercati internazionali.

Bonomi ha ragione: “C’è ostilità verso le imprese”. E le misure fiscali governative, oltre che avere un inaccettabile sapore punitivo nei confronti delle aziende che anche in questi anni difficili hanno investito, innovato, conquistato nuovi mercati, puntato i loro capitali e le loro risorse di competenze e conoscenza sulla crescita economica, rischiano d’avere un risultato fortemente depressivo: i sussidi a pioggia garantiscono una certa sussistenza alle imprese più deboli ma non ne aiutano l’evoluzione e scoraggiano gli investimenti delle imprese più dinamiche. Ma senza investimenti, interni e internazionali, non c’è sviluppo. Tranne che nell’immaginario dei proclami governativi gonfi di propaganda.

“L’impresa è un vero incubatore di coesione sociale”, insiste Bonomi, oltre che un motore di crescita e di lavoro (un lavoro vero, non quello vagheggiato attraverso sussidi da “reddito di cittadinanza”.

Le imprese sono giustamente in grande allarme. Contro le politiche di governo, dalla cattiva manovra ai freni per gli investimenti pubblici in infrastrutture (a cominciare dall’Alta velocità), dai condoni per fisco e abusi edilizi all’ostilità verso l’Europa ammiccando agli Usa di Trump e alla Russia di Putin che lavorano per indebolire la Ue, gli imprenditori di Milano e Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia, Toscana dicono ad alta voce che non sono affatto d’accordo.

Non sono l’opposizione. Ma un attore sociale con senso della collettività. Non tifano per un partito ma “per l’Italia e per tutto ciò che fa bene al paese”. Un governo responsabile li ascolterebbe. Se responsabile, appunto.

Ci sono risposte immediate al disgoverno, che vengono dal mondo economico. E risposte di lungo periodo. Come dimostra “Connext”, l’ultima iniziativa di Confindustria, avviata in questo autunno 2018 e programmando un grande appuntamento per tutte le 160mila imprese iscritte all’organizzazione proprio a Milano, per il 7 e l’8 del prossimo febbraio 2019.

“C’è un tessuto economico di grande pregio che, facendo sistema, può realizzare un salto di qualità. Dunque, ecco un progetto di partenariato industriale, di alleanza tra aziende per innovare, fare rete e crescere”, sostiene Antonella Mansi, vicepresidente di Confindustria, anima dell’iniziativa per costruire sviluppo e guardare insieme ai mercati internazionali (intervista a “Il Sole24Ore”, 28 ottobre). E ancora: “Integrare le filiere in modo verticale e creare anche scambi orizzontali d’innovazione e competenze”, dialogando pure con paesi esteri, europei continentali e mediterranei (la Germania, il Marocco) e con mondi (il credito, la finanza, la Borsa, i servizi, i centri di ricerca) che, nel fitto tessuto delle relazioni economiche, tengono in piedi la parte più attiva dell’Italia, quella che permette al Paese di non affondare nelle paludi di clientele, assistenze, abusi, favori, sussidi, protezioni improduttive. Un processo, quello avviato dalla Manzi in Confindustria, con la collaborazione di Assolombarda, che prova a dare voce e spazio a un’Italia competitiva e collaborativa, inclusiva e produttiva, tutta diversa dallo schematismo di governo su “piccoli contro grandi”, “italiani contro multinazionali” di cui abbiamo parlato all’inizio. Un’Italia molto più vera delle fake news, cui va data molta attenzione.

“Connext” ha già cominciato ad andare in giro per l’Italia, con un road show da Venezia a Cagliari e Napoli, da Torino a Bari, da Firenze a Roma e Catania, per arrivare all’appuntamento di Milano di febbraio. Dibattiti, confronti, ricerche, riflessioni critiche e autocritiche. E un’attenzione concentrata su quattro aree tematiche, che riassumono la sostanza dei cambiamenti in corso nelle nostre imprese: persona, azienda, città e territorio. Spiega Antonella Mansi: “Il tema persona è declinato coinvolgendo le filiere di scienze della vita, salute, benessere, welfare. L’azienda, la fabbrica, viene intesa nell’espressione dell’innovazione, della realtà virtuale, del cloud. La città comprende energia, ambiente, rigenerazione urbana, servizi. Il territorio è considerato laboratorio dello sviluppo sostenibile e dell’economia circolare”.

C’è appunto un pensiero generale, dietro tutto quest’impegno, che va oltre i confini tradizionali delle rappresentanze imprenditoriali. Si parla di cambiamenti e sviluppo economico più equilibrato, di “economia giusta”, di ciò che lega “competitività” e comunità”. E’ un pensiero che si muove all’altezza dei tempi. Merita ascolto e rispetto.