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“Rinascimento manifatturiero” adesso è anche una scelta del premier Renzi

Un nuovo rinascimento industriale”. E’ un obiettivo prioritario indicato dal presidente del Consiglio Matteo Renzi per il semestre italiano di presidenza Ue. Ed è importante vedere come un’indicazione nata nel dibattito tra economisti e protagonisti della cultura d’impresa (dal saggio sulla “manifacturing reinassance Usa” di Gary P. Pisano e Willy C. Smith della Harvard Business School alle ricerche dell’Aspen Institute di Washington, dalle indagini dei centri studi di Boston Consulting Group e McKinsey alle elaborazioni di Confindustria, Assolombarda e Fondazione Pirelli, di cui c’è ampia traccia nelle pagine di questo blog) diventi finalmente materia centrale di strategie politiche e programmi di governo.

Le migliori imprese manifatturiere, anche in Italia, hanno reagito alla Grande Crisi contrapponendo alle pratiche rapaci della finanza d’assalto le loro scelte in materia d’innovazione, qualità, creatività, green economy, export e conquista di nuovi mercati, sostenibilità ambientale e sociale di produzioni e prodotti. E hanno mostrato come nella “nuova fabbrica” (un mix di produzione, ricerca, servizi di alta gamma) ci sia il nucleo forte di un’economia in grado di creare ricchezza, lavoro, sviluppo equilibrato. Adesso la politica ne prende atto e progetta di usare le sue leve (le politiche economiche e fiscali, le riforme) per rilanciare l’industria europea. Buona scelta. Nuova dimensione possibile per una Ue in cerca di migliore identità, di più efficace relazione con i bisogni dei suoi cittadini.

Il premier Renzi parla dunque di “crescita e occupazione” come “valori costitutivi” della Ue e mette l’accento sia sulla “ripresa manifatturiera tradizionale” sia sulla necessità, appunto, di “un nuovo rinascimento industriale”. In un’intervista al settimanale “Time” ribadisce il ruolo dell’Italia “come leader industriale” e come “locomotiva d’Europa”, con il “rilancio dell’industria e di quel genio italiano che nei momenti di massima difficoltà ha sempre trovato la forza di fare le cose più incredibili”. E le sue indicazioni incrociano le analoghe valutazioni che prendono corpo in Francia e negli altri paesi europei mediterranei, ma anche nella Gran Bretagna che ha riscoperto l’industria e nella stessa Germania che rimane il primo grande paese manifatturiero d’Europa, subito prima di noi italiani (Flavio Valeri, amministratore delegato di Deutsche Bank in Italia, in una bella intervista a “Il Sole24Ore” dell’8 maggio, ha giustamente parlato di “un asse manifatturiero tra Italia e Germania” nel segno “dell’eccellenza”).

Ci vuole un “industrial compact”, accanto e ben correlato a un intelligente “fiscal compact” magari riformato (mettendo gli investimenti per ricerca, innovazione e sviluppo fuori dai parametri del 3% del rapporto deficit-Pil). E vale la pena dare retta a un grande economista come Amartya Sen, premio Nobel, che difende l’importanza dell’euro e della Ue ma critica l’ossessione ideologica dell’austerity, difendendo la strategia dello “sviluppo sostenibile”.

Romano Prodi, che conosce bene sia la Ue (per averne a lungo governato la Commissione) e il mondo dell’industria, sia italiano che internazionale (competenza da studioso e impegno da politico) parla di “innovazione che crea valore” (Il Sole 24ore, 10 maggio). E, insieme ad Alessandro Ovi, fondatore della Mit Technology Review Italia, indica l’importanza delle grande imprese (da Pirelli a Ferrari), delle medie e piccole imprese (la Protocast di Avio o la Zehus di Milano), degli incubatori d’impresa e delle start up che domenica e lunedì, a Bologna, al Mast e alla Alma Graduate School, sono state al centro di una grande manifestazione sull’innovazione industriale. “Premiare le imprese innovative può essere utile per svegliare gli spiriti creativi che, anche se spesso dormono, sono certamente presenti anche in Italia”, sostiene giustamente Prodi.

L’Italia, con le sue imprese migliori, ha fatto molto, in questa direzione. Ma si può fare di più. La competitività internazionale, nel contesto Ue, si gioca appunto sull’innovazione, sulle tecnologie, sulla ricerca. Lo conferma anche un recente libro di due economisti, Giorgio Barba Navaretti e Gianmarco Ottaviano, “Made in Torino? Fiat Chrysler Automobiles e il futuro dell’industria”, pubblicato da Il Mulino e rivolto a dimostrare la rinnovata centralità manifatturiera in Italia, in Europa e nei paesi occidentali in generale. Si può fare industria. Cercando una competitività non certo sul costo del lavoro (i due economisti ribadiscono che il costo del lavoro non supera il 5% dei costi di produzione totali di un’auto) ma su vantaggi competitivi “che dipendono dalla disponibilità sul territorio di servizi, infrastrutture e forza lavoro specializzata”. Ecco la riconferma della sfida possibile e delle scelte da rafforzare. Il “rinascimento manifatturiero” di cui adesso parla giustamente anche Renzi ha a che fare, infatti, con supply chain di qualità, imprese “medium tech” e servizi hi tech (la “banda larga” delle Tlc, per esempio), formazione d’eccellenza, come quella già garantita dai Politecnici di Torino e Milano, ambiente favorevole all’industria (senza distorsioni d’eccesso di burocrazia, per esempio), buona cultura d’impresa. Si può andare avanti.