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La cultura della responsabilità

L’ultimo libro di Stefano Zamagni affronta uno dei temi cruciali dell’oggi

L’impresa moderna ha una grande responsabilità. Anzi, a ben vedere l’impresa – ieri e oggi -, ha sempre avuto una grande responsabilità. Così come, d’altra parte, ognuno di noi ha, sulle spalle, una dose di responsabilità personale. Capirne il senso è importante, per tutti e ancora di più per chi – imprenditori e manager  – deve governare organizzazioni della produzione (senza dire ovviamente di chi, invece, ha fra le mani i destini di intere comunità).

Leggere l’ultima fatica letteraria di Stefano Zamagni (che insegna Economia politica nell’Università di Bologna e nella Johns Hopkins University, ma soprattutto è uno dei più acuti osservatori del nostro tempo), dedicata proprio al concetto di responsabilità può essere cosa molto utile.

Zamagni ragiona attorno al significato dell’essere responsabili oggi, non tanto dal punto di vista dei singoli ma da quello delle collettività. Molte sono le domande che possono sorgere a questo proposito.  Chi è, ad esempio, responsabile delle disuguaglianze crescenti, della disoccupazione, della povertà, dei disastri climatici? E che cosa accadrà nella società dei big data e dei social network, dove le smart machine potranno “pensare” e decidere? E, poi, cosa ne è della responsabilità sociale d’impresa della quale tanto si ragiona?

Zamagni cerca di dare risposte, a questi e ad altri interrogativi, con un linguaggio piano anche quando affronta passaggi complessi, partendo dal considerare che nel mondo d’oggi (iperconnesso e globalizzato) ogni azione si carica di conseguenze non volute, e spesso neppure immaginate.  Condizione che, fra l’altro, vale per i governi ma anche per le imprese. Il messaggio di Zamagni indica quindi che essere responsabili non è solo non fare il male ma è agire per il bene e, nel mercato, adottare comportamenti che affermino la responsabilità come prendersi cura. Non solo “non fare” quindi, ma, anche e soprattutto, “fare bene”.

Il libro (poco più di duecento pagine che si devono leggere con calma e attenzione), contiene un racconto diviso in sei capitoli e un epilogo. L’autore inizia con le “forme della responsabilità” per proseguire con approfondire la “responsabilità degli esiti di mercato”, poi con l’esame della responsabilità sociale d’impresa e quindi della possibilità di esistenza di una “finanza responsabile” per arrivare ad affrontare il tema delle “macchine che pensano” e delle “macchine che decidono” per finire con il dire chiaro che “solo il neoumanesimo salverà l’economia”.  Nell’epilogo Zamagni cerca quindi di trarre un’indicazione che raccolga la sintesi del ragionamento condotto spiegando: “Essere responsabili significa, oggi, questo: non considerarsi né come il mero risultato di processi che cadono fuori del nostro controllo, né come una realtà autosufficiente senza bisogno di rapporti con l’altro. Significa, in altri termini, pensare che ciò che ci aspetta non è mai del tutto determinato da quanto ci precede”. Da qui la necessità, secondo l’autore, di ripensare al modello di mercato e più in generale di economia che oggi risulta essere più diffuso.

Il libro di Zamagni ha, oltre quello di parlar chiaro, un grande merito: affronta un tema complesso non solo con un linguaggio comprensibile, ma pure mettendo insieme sollecitazioni e idee provenienti dall’economia così come dalla storia, dalla filosofia e dalla letteratura: così Musil finisce accanto a Keynes, Machiavelli a Marshall, Platone, Cicerone e Guicciardini a Mill, Friedmann e Drucker e tutto senza dimenticare Kafka, Einaudi, Eco e Leopardi e molti altri.

Responsabili. Come civilizzare il mercato

Stefano Zamagni

il Mulino, 2019