{"id":102306,"date":"2024-10-29T12:14:26","date_gmt":"2024-10-29T11:14:26","guid":{"rendered":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/?p=102306"},"modified":"2024-10-29T13:25:35","modified_gmt":"2024-10-29T12:25:35","slug":"le-quattro-rettrici-di-milano-contro-il-gender-gap-sfida-di-equita-ma-anche-di-sviluppo-economico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/it\/cultura-dimpresa\/blog\/le-quattro-rettrici-di-milano-contro-il-gender-gap-sfida-di-equita-ma-anche-di-sviluppo-economico\/","title":{"rendered":"Le quattro rettrici di Milano contro il gender gap: sfida di equit\u00e0 ma anche di sviluppo economico"},"content":{"rendered":"<p>Quattro donne contro il <em>gender gap<\/em>. <strong>Quattro rettrici universitarie di Milano<\/strong>, per l\u2019esattezza: <strong>Elena Beccalli della Cattolica<\/strong>, <strong>Marina Brambilla della Statale<\/strong>, <strong>Giovanna Iannantuoni della Bicocca<\/strong> (\u00e8 anche presidentessa della Crui, la Conferenza dei rettori di tutte le universit\u00e0 italiane) e <strong>Donatella Sciuto del Politecnico<\/strong>. C\u2019\u00e8 una foto esemplare (la Repubblica, 26 ottobre) che le ritrae una accanto all\u2019altra, con il sindaco della citt\u00e0 Beppe Sala, mentre discutono, a Palazzo Marino, con un gruppo di studenti e studentesse delle scuole superiori, per ragionare insieme su come fare crescere la partecipazione femminile al mercato del lavoro e su quali vantaggi possono derivarne non solo per l\u2019economia, ma anche e soprattutto per la coesione sociale, lo sviluppo sostenibile, la qualit\u00e0 della vita (la Repubblica, 26 ottobre).<\/p>\n<p>\u00c8 una foto simbolica, del cammino fatto dalle donne, proprio a Milano, sul piano della responsabilit\u00e0 politica e culturale (potrebbe essere ancora pi\u00f9 significativa in futuro, se si pensa che a novembre si insedia la nuova rettrice dello <strong>Iulm<\/strong>, <strong>Valentina Garavaglia<\/strong> e che si potrebbe pur dire \u201cmilanese\u201d anche <strong>Anna Gervasoni<\/strong>, la rettrice della <strong>Liuc<\/strong>, l\u2019universit\u00e0 di Castellanza geograficamente in provincia di Varese ma fortemente connessa con i territori produttivi del nord di Milano). Ma al di l\u00e0 della foto, i ragionamenti delle rettrici contengono anche un monito: su quanto resta ancora da fare per ridurre e poi eliminare quelle differenze di genere che riguardano il lavoro, la retribuzione, i diritti e perch\u00e9 no? il potere, come accesso agli strumenti in grado di determinare gli equilibri economici e sociali e tracciare un migliore futuro.<\/p>\n<p>Una cosa sembra infatti chiara: ragionare sul ruolo, sul peso e sulla responsabilit\u00e0 delle donne non significa soltanto avere in campo conoscenze e competenze rivolte a migliorare la condizione femminile, ma soprattutto poter disporre di un universo intellettuale e culturale, di una <strong>\u201cintelligenza del cuore\u201d<\/strong>, di una sensibilit\u00e0 e di una attitudine pragmatica alla soluzione dei problemi che possono essere determinanti per quel \u201ccambio di paradigma\u201d economico e sociale di cui si parla da tempo e che investe l\u2019economia produttiva in senso stretto, la vita civile, la sfera complessa dei diritti e dei doveri, il welfare, l\u2019insieme della nostra stessa democrazia.<\/p>\n<p>E riguarda, naturalmente, le condizioni di un miglior futuro. Compresa l\u2019evoluzione e la <em>governance<\/em> dell\u2019Intelligenza Artificiale. Come chiarisce Donatella Sciuto, Politecnico: \u201cSe penso che i sistemi di AI sono sviluppati per la stragrande maggioranza dagli uomini \u00e8 chiaro che anche <strong>la tecnologia pu\u00f2 diventare un ulteriore pregiudizio di genere<\/strong>\u201d. E dunque? Sembra oramai acquisito il fatto che, per dirla in modo semplice, la struttura degli algoritmi, la costruzione della relazione tra domande e risposte abbiano bisogno di un impegno multidisciplinare (cyberscience, fisica, matematica, statistica, ingegneria ma anche sociologia, filosofia, psicologia, economia, diritto) per capirne senso e valori e governarne dinamiche e conseguenze. L\u2019importante \u00e8 che la presenza femminile, disciplina per disciplina, sia elevata. L\u2019impegno delle quattro rettrici indica una strada da seguire.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 un punto fermo: insistere sul merito, sulle capacit\u00e0 professionali delle donne. \u201cNon siamo diventate rettrici per le quote rosa. Abbiamo studiato, fatto ricerca e concorsi\u201d, sostiene Marina Brambilla, al vertice della Statale. E dunque \u201cle donne riescono a diventare protagoniste laddove sono messe nelle condizioni di studiare come i loro compagni. Penso che Milano e la Lombardia possano essere un esempio\u201d.<\/p>\n<p>Ci sono <strong>tre articoli della Costituzione<\/strong> che possono fare da riferimento, il 3, il 31 e il 37, che esplicitamente stabilisce che \u201cla donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parit\u00e0 di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore\u201d (ne abbiamo parlato nel blog del 17 settembre). E c\u2019\u00e8 una disparit\u00e0 che continua a incidere sia sulla vita personale di milioni di donne sia sulla qualit\u00e0 stessa dello sviluppo economico del Paese.<\/p>\n<p>Guardiamo alcuni dati, per capire meglio. Il <strong>tasso di occupazione femminile<\/strong>, secondo l\u2019Istat, \u00e8 stato nel primo semestre \u201824 del <strong>52,7%, in miglioramento<\/strong> rispetto al 51,9 dello stesso periodo dell\u2019anno precedente. Ma comunque nettamente al di sotto di <strong>quello maschile<\/strong>, rispettivamente al <strong>70,4%<\/strong> nel \u201924 e al 69,4% del \u201923, con una forbice di 18 punti, molto pi\u00f9 ampia del 10% della media Ue. Un <strong>divario di genere<\/strong> che continua a collocarci nelle ultime posizioni europee. E si ripercuote negativamente sull\u2019andamento complessivo dell\u2019economia italiana: \u201cSe il nostro tasso di occupazione femminile raggiungesse la media europea, il Pil crescerebbe del 7,4%\u201d, sostiene <strong>Azzurra Rinaldi<\/strong>, economista, direttrice della <strong>School of Gender Economics<\/strong> dell\u2019universit\u00e0 \u201cLa Sapienza\u201d di Roma. Il ragionamento vale anche guardando al contesto della Ue: \u201cInvestire sull\u2019uguaglianza di genere, come documenta l\u2019Istituto europeo per la parit\u00e0 di genere, potrebbe fare aumentare il Pil pro capite in Europa nel 2050 dal 6,1% al 9,6%. Il che vuol dire approssimativamente un guadagno tra 1,95 e 3,15 trilioni di euro\u201d, commenta Linda Laura Sabbadini (la Repubblica, 25 settembre), chiedendosi retoricamente se bastino queste prospettive per \u201ccambiare finalmente strada\u201d ai governi europei e investire sulla parit\u00e0 e il lavoro femminile. Insiste Sabbadini: \u201cIl nostro Paese \u00e8 ancora prigioniero di una visione miope, non solo perch\u00e9 ingiusta e penalizzante, ma perch\u00e9 frutto di una cultura che non comprende che investire sulla parit\u00e0 di genere significa trainare la crescita economica\u201d.<\/p>\n<p>Altri dati rilevanti vengono dall\u2019<strong>Inps<\/strong> che documenta come \u201c<strong>le madri sono penalizzate su stipendi e carriere<\/strong>\u201d (la Repubblica, 25 settembre). Il fenomeno, in letteratura economica e sociale si chiama <strong><em>child penalty<\/em><\/strong>, per indicare le conseguenze che una maternit\u00e0 ha su lavoro e carriera. Si apre un differenziale con gli uomini, che progrediscono sotto i due aspetti, mentre le madri vivono una condizione di part time e di rallentamento degli avanzamenti professionale. Con un divario che raramente si recupera (circa trenta punti, calcola l\u2019Inps). E con effetti, ovviamente, anche sulle pensioni: l\u2019assegno medio dei pensionati supera del 35% quello delle pensionate.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 ancora un altro aspetto, che l\u2019Inps mette in rilievo: la crescente tendenza femminile all\u2019abbandono del lavoro, dopo la nascita di un figlio. Se, prima di quella nascita, la probabilit\u00e0 di lasciare il lavoro \u00e8 pi\u00f9 o meno pari (9% gli uomini, 11% le donne), subito dopo, nell\u2019anno della nascita, il rischio sale al 18% per la madre e comincia a scendere all\u20198% per il padre. A due anni, il rischio per la madre \u00e8 ancora alto (14%) e solo dopo il terzo anno si torna in condizione di parit\u00e0. Naturalmente se si pu\u00f2 contare su sostegni familiari e sociali (a cominciare dagli asili nido).<\/p>\n<p>La situazione, naturalmente, si aggrava per le lavoratrici part time.<\/p>\n<p>Una situazione da cambiare radicalmente. Con scelte politiche. Investimenti di welfare. Pari opportunit\u00e0. E modifiche delle tendenze culturali. Un impegno di sguardo lungo e ampio respiro. Non esattamente quello di cui ci parlano cronache e statistiche.<\/p>\n<p>Non si tratta solo di giustizia e di migliori equilibri sociali. Ma anche di vantaggio in termini di valori e di qualit\u00e0 dello sviluppo. Commenta Marina Beccalli, Universit\u00e0 Cattolica: Ci sono moltissimi studi internazionali che documentano come nelle organizzazioni o aziende dov\u2019\u00e8 maggiore la presenza di donne ci sono meno frodi, comportamenti pi\u00f9 etici, un maggiore orientamento alla sostenibilit\u00e0\u201d.<\/p><p><em>(foto Getty Images)<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quattro donne contro il gender gap. 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