{"id":102574,"date":"2024-11-19T11:01:04","date_gmt":"2024-11-19T10:01:04","guid":{"rendered":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/?p=102574"},"modified":"2024-11-19T11:01:04","modified_gmt":"2024-11-19T10:01:04","slug":"litalia-e-un-grande-paese-industriale-ma-gli-italiani-non-lo-sanno-e-preferiscono-pensare-al-turismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/it\/cultura-dimpresa\/blog\/litalia-e-un-grande-paese-industriale-ma-gli-italiani-non-lo-sanno-e-preferiscono-pensare-al-turismo\/","title":{"rendered":"L\u2019Italia \u00e8 un grande paese industriale, ma gli italiani non lo sanno e preferiscono pensare al turismo"},"content":{"rendered":"<p>Siamo il <strong>secondo paese industriale europeo<\/strong>, subito dopo la Germania. Ma gli italiani non lo sanno. In alcuni settori d\u2019eccellenza (la meccatronica e la robotica, la chimica fine, la farmaceutica d\u2019alta specialit\u00e0, le componentistica auto, la cantieristica navale da diporto, etc.) abbiamo posizioni da primato internazionale, ma per gran parte della nostra opinione pubblica \u00e8 innanzitutto il turismo ad assicurare la ricchezza dei territori. Siamo <strong>tra i cinque maggiori paesi esportatori del mondo<\/strong>, proprio grazie all\u2019industria e a quella meccanica in prima linea, ma i cittadini per il futuro confidano negli alberghi e nelle opportunit\u00e0 del commercio, nello shopping. <strong>\u201cDissonanza cognitiva\u201d<\/strong>, \u00e8 il nome di questo fenomeno, un\u2019opinione che fa a pugni con la realt\u00e0 di fatti e dati. Detta in altri termini, l\u2019Italia non sa bene chi \u00e8 e come si produce la sua ricchezza e dunque non ha una fondata idea di dove andare.<\/p>\n<p>Sono queste le considerazioni che vengono in mente leggendo i dati dell\u2019ultimo <strong>\u201cMonitor sul lavoro\u201d<\/strong> (<strong>Mol Community Research &amp; Analysis<\/strong>) per <strong>Federmeccanica<\/strong>, di cui d\u00e0 conto <strong>Daniele Marini<\/strong> su <strong>Il Sole24Ore<\/strong> (15 novembre) commentando: \u201cL\u2019industria scivola ai margini dell\u2019immaginario collettivo, occupa un ruolo periferico nella rappresentazione sociale dello sviluppo\u201d.<\/p>\n<p>Un vero guaio, questa \u201cdissonanza cognitiva\u201d. Perch\u00e9 la Ue (e dunque anche l\u2019Italia) \u00e8 nel cuore di una stagione di passaggio e di radicali trasformazioni, stretta tra la pesante competizione politica ed economica tra gli Usa dell\u2019era \u201cMaga\u201d di Trump e la Cina in espansione\u00a0(mentre all\u2019orizzonte si intravvedere, crescente, anche l\u2019ombra dell\u2019India). E per poter reggere la concorrenza e salvaguardare il suo prezioso modello politico-sociale (che tiene insieme, in modo originale, la democrazia liberale, l\u2019economia di mercato costruita sull\u2019intraprendenza individuale e i sistemi di welfare, con diffuso benessere) ha bisogno di una nuova e ambiziosa svolta di politica economica e, appunto, di politica industriale.<\/p>\n<p>Ecco il punto: l\u2019Europa pu\u00f2 continuare a restare ancorata ai suoi valori e alla sua cultura civile se mantiene una forza industriale di peso e respiro globale. Se, cio\u00e8, affronta la transizione ambientale e digitale, insistendo sull\u2019industria <em>green<\/em>, in cui peraltro vanta primati produttivi di alto livello. E se dunque investe sulle nuove tecnologie (infrastrutture, ricerca, processi di conoscenza e formazione) e sull\u2019impiego ben strutturato e guidato dell\u2019Intelligenza Artificiale, con quegli 800 o anche 1.000 miliardi all\u2019anno per il prossimo decennio secondo le indicazioni del <strong>Rapporto Draghi<\/strong>.<\/p>\n<p>Serve insistere sull\u2019industria, insomma, anche in nome della nostra democrazia. Puntare ad avere \u201cpi\u00f9 Europa e un\u2019Europa migliore\u201d, nonostante tutto. Ed evitare il precipizio indicato alcune settimane fa dal \u201cFinancial Times\u201d: perdere la sfida competitiva con Usa e Cina e ridursi a essere \u201cil Grand Hotel dei ricchi e potenti del mondo\u201d. Un luogo di storica eleganza. Ma privo di peso e potere. Incapace di decidere sul suo futuro.<\/p>\n<p>\u00c8 necessario parlare di <strong>industria<\/strong>, allora. E impegnarsi a fondo per ribaltare, in un tempo breve, le opinioni di quegli italiani che, appunto secondo il \u201cMonitor sul lavoro\u201d di Federmeccanica, pensano che sia la Germania il paese con maggior peso industriale sull\u2019economia, seguita da Francia e Gran Bretagna (l\u2019Italia \u00e8 appena quarta, con il 12,4% dei pareri del sondaggio) e ritengono (nel 27,7% dei casi) che il settore che fino a oggi ha pi\u00f9 contribuito allo sviluppo del territorio sia il turismo, seguito dall\u2019industria (17,4%), dal commercio (15,4%), dall\u2019agricoltura (14,9%) e poi via via da artigianato, costruzioni, banche e pubblica amministrazione. E per il futuro? Il turismo sale al 30,5% e il commercio al 16% mentre l\u2019industria cala al terzo posto, con il 15,7% dei pareri.<\/p>\n<p>Viene da lontano, questo fenomeno di sottovalutazione del peso industriale. Da una <strong>diffusa cultura anti-impresa<\/strong>, ostile al mercato, alla fabbrica ma anche alla tecnologia e alla scienza (per averne documentata consapevolezza vale la pena leggere <strong>\u201cLa modernit\u00e0 malintesa &#8211; Una controstoria dell\u2019industria italiana\u201d<\/strong> di <strong>Giuseppe Lupo<\/strong>, edito da <strong>Marsilio<\/strong>). Da una disattenzione culturale verso i fenomeni del lavoro industriale, visto durante gli anni Sessanta e Settanta, soprattutto, dal punto di vista del conflitto sindacale e sociale e non anche da quello della modernizzazione positiva. Da una ritrosia del mondo dell\u2019impresa stessa ad aprirsi e a raccontarsi (\u201csiamo gente del fare, non del parlare\u201d, era un ritornello distorcente caro a molti uomini d\u2019industria). Ma anche da un\u2019opinione pubblica incline ai luoghi comuni anti-industriali e segnata da un evidente deficit informativo. E da una tendenza, ben radicata in ambienti economici ed accademici, a insistere sul tramonto dell\u2019industria alla fine del Novecento, per cedere il passo al \u201cterziario avanzato\u201d e alla finanza.<\/p>\n<p>Dati e fatti, soprattutto dopo la Grande Crisi finanziaria del 2008, hanno smentito queste false costruzioni di un immaginario distorto e ridato invece importanza all\u2019economia reale. E l\u2019Italia \u00e8 cresciuta, pi\u00f9 e meglio di altre aree europee, negli anni post Covid, proprio grazie al suo \u201corgoglio industriale\u201d, investendo, innovando, insistendo sulla <em>green economy <\/em>e sulla sostenibilit\u00e0, ambientale e sociale, non come scelta furba di comunicazione ma come un vero e proprio \u201ccambio di paradigma\u201d produttivo, facendone un asset di competitivit\u00e0 e di qualit\u00e0 sui mercati.<\/p>\n<p>Eccola, dunque, la realt\u00e0 dell\u2019Italia industriale ad alta tecnologia e sofisticata qualit\u00e0 (la mostra su <strong>\u201cL\u2019Italia dei brevetti &#8211; Invenzioni e innovazione di successo\u201d<\/strong> che \u00e8 stata inaugurata ieri a Roma, a <strong>Palazzo Piacentini<\/strong>, sede del <strong>Ministero delle Imprese e del Made in Italy<\/strong>, ne d\u00e0 una riprova).<\/p>\n<p>Il passaggio da fare, per cercare di superare la \u201cdissonanza cognitiva\u201d di cui abbiamo parlato e dare all\u2019Italia un ruolo di primo piano per il futuro industriale della Ue, \u00e8 anche quello di affiancare al \u201csaper fare\u201d il \u201cfar sapere\u201d e raccontare, soprattutto alle nuove generazioni, l\u2019importanza del lavoro industriale, della fabbrica high tech innervata da servizi tecnologici, dei laboratori di scienza e ricerca.<\/p>\n<p>Lo conferma il tema scelto per la <strong>Settimana della Cultura d\u2019Impresa<\/strong>, dal 14 al 28 novembre, organizzata da <strong>Confindustria e Museimpresa<\/strong>, per parlare di <strong>\u201cIntelligenza Artificiale, arte e cultura per il rilancio dell\u2019impresa\u201d<\/strong>. Un tema molto netto:<strong> \u201cMani che pensano\u201d<\/strong>. Le mani e cio\u00e8 la centralit\u00e0 della manifattura, dell\u2019impresa che sa fare \u201ccose belle che piacciono al mondo\u201d, per ripetere l\u2019efficace sintesi di Carlo Maria Cipolla. E, accanto alla sapienza d\u2019origine artigiana che nutre anche la pi\u00f9 sofisticata neo-fabbrica, ecco \u201cil pensiero\u201d e cio\u00e8 la conoscenza, la ricerca, la sperimentazione originale di nuovi e migliori paradigmi produttivi, economici e sociali. Indispensabili in tempi di cos\u00ec radicali mutazioni tecnologiche, di sconvolgenti transizioni digitali e ambientali. Dense di rischi e di opportunit\u00e0 di cambiamento positivo.<\/p>\n<p>Arrivata alla sua 23\u00b0 edizione, la Settimana della cultura d\u2019impresa conta oltre un centinaia di iniziative, in tutta Italia, in gran parte nei musei e negli archivi storici delle imprese (dibattiti, incontri, visite guidate di studenti e professori, mostre, festival di letteratura e video, come il Made Film Festival di Bergamo sul cinema d\u2019impresa, concluso sabato, etc.). E mira, ogni anno con maggior impegno, a rendere l\u2019impresa \u201cpopolare\u201d, positiva e creativa, controbattendo a quei sentimenti ostili o comunque diffidenti verso l\u2019impresa, di cui abbiamo detto.<\/p>\n<p><strong>Fabbriche aperte<\/strong>, dunque. E dialoganti. Le Settimane della Cultura d\u2019impresa raccontano come e quanto le industrie siano, certo, attori produttivi ma anche sociali e culturali. Luoghi fisici e mentali dove il passato e il futuro s\u2019incontrano, la memoria fa da cardine dell\u2019innovazione, la competitivit\u00e0 si lega all\u2019inclusione sociale. E il valore economico si raggiunge e si mantiene grazie proprio all\u2019attenzione ai valori morali e sociali, ai diritti e ai legittimi interessi degli stakeholders. Una cultura radicata nella storia di ogni impresa che ne avverta l\u2019essenzialit\u00e0. E un impegno per le scelte sulla sostenibilit\u00e0, sulla qualit\u00e0 del lavoro e sul benessere delle persone. Con un\u2019attenzione crescente contro tutte le discriminazioni, a cominciare da quelle di genere, le violenze, le alterazioni dei valori civili di una comunit\u00e0.<\/p>\n<p>Tutto questo, \u00e8 vero, non basta ad avere rapidamente ragione di quella \u201cdissonanza cognitiva\u201d da cui \u00e8 partito questo nostro ragionamento. Servono scelte politiche sul primato della politica industriale e delle capacit\u00e0 produttive. Impegni culturali (fare diventare la cultura d\u2019impresa cardine della conoscenza dell\u2019importanza delle culture materiali: un suggerimento per il nuovo ministro Giuli). Attivit\u00e0 educative sull\u2019importanza del lavoro. E sfide per i soggetti della cultura e della comunicazione, per andare al di l\u00e0 dello stereotipo della fabbrica fordista \u201cbrutta, sporca e cattiva\u201d.<\/p>\n<p>Sfide essenziali. Anche per evitare che la mancata conoscenza dell\u2019Italia industriale alimenti quelle disattenzioni, quelle false percezioni della realt\u00e0 che contribuirebbero ai rischi di declino economico e dunque sociale e civile del nostro Paese.<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Siamo il secondo paese industriale europeo, subito dopo la Germania. Ma gli italiani non lo sanno. 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