{"id":102931,"date":"2025-01-08T14:10:28","date_gmt":"2025-01-08T13:10:28","guid":{"rendered":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/?p=102931"},"modified":"2025-01-08T14:10:28","modified_gmt":"2025-01-08T13:10:28","slug":"responsabilita-politiche-e-intraprendenza-privata-rileggere-il-boom-economico-e-pensare-al-futuro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/it\/cultura-dimpresa\/blog\/responsabilita-politiche-e-intraprendenza-privata-rileggere-il-boom-economico-e-pensare-al-futuro\/","title":{"rendered":"Responsabilit\u00e0 politiche e intraprendenza privata: rileggere il boom economico e pensare al futuro"},"content":{"rendered":"<p>Formidabili, quegli anni. Quelli del boom economico, tanto intenso da essere chiamato \u201cmiracolo\u201d. La lunga stagione, <strong>dal dopoguerra al 1963<\/strong>, in cui il Pil dell\u2019Italia cresce in media del 5,9% all\u2019anno, con un picco dell\u20198,3% nel \u201961. Il tempo scandito dall\u2019intraprendenza, dalla voglia di fare e di crescere, da una diffusa speranza nel miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Un periodo cui vanno, da qualche tempo, pensieri e ricordi, una certa nostalgia canaglia, un desiderio, velato di malinconia, di ritorno a quando si stava peggio e ci si impegnava a lavorare, produrre, inventare, cambiare.<\/p>\n<p>Senza cedere al retrogusto dolciastro dell\u2019amarcord (solo l\u2019ironia di Fellini, memore dell\u2019affilata intelligenza critica di Ennio Flaiano, poteva farne un capolavoro di film), vale comunque la pena ripensare a quegli anni per ragionare, oggi, su come rimettere in campo energie creative e produttive, per cercare di affrontare efficacemente un tempo di radicali e travolgenti cambiamenti economici, politici e sociali.<\/p>\n<p>Per averne una dimensione esatta, vale innanzitutto la pena leggere le documentate pagine di <strong>Nicola Rossi<\/strong>, sapiente economista di solida cultura politica (\u00e8 stato parlamentare del Pd e oggi \u00e8 consigliere d\u2019amministrazione dell\u2019<strong>Istituto Bruno Leoni<\/strong>, centro della migliore cultura liberale), in <strong>\u201cUn miracolo non fa il santo \u2013 La distruzione creatrice nella societ\u00e0 italiana, 1861-2021\u201d<\/strong>, edito da Ibl Libri.<\/p>\n<p>Si nota, sulla base di dati, fatti e riletture critiche della nostra storia economica, come <strong>la crescita italiana degli anni Cinquanta e Sessanta<\/strong> sia stata determinata non solo da <strong>lungimiranti scelte politiche internazionali e interne<\/strong> (il Piano Marshall, l\u2019apertura del mercato europeo, le attenzioni einaudiane per la solidit\u00e0 della lira e l\u2019equilibrio dei conti pubblici, gli investimenti della mano pubblica in infrastrutture e industrie di base: energia, acciaio, etc.) ma anche dalla <strong>grande libert\u00e0 lasciata al dinamismo degli imprenditori privati<\/strong>, tanto da trasformare in poco tempo l\u2019Italia i una della maggiori potenze industriali europee.<\/p>\n<p>Le auto Fiat, Alfa Romeo e Lancia, la chimica di Eni e Montedison, i pneumatici Pirelli, la Vespa Piaggio e la Lambretta Innocenti, il cemento Pesenti, gli alimentari Motta, Alemagna, Pavesi, Galbani, Barilla e Ferrero, gli elettrodomestici, i prodotti dell\u2019abbigliamento e dell\u2019arredamento, etc. ne sono testimoni esemplari (i musei e gli archivi d\u2019impresa ne custodiscono e ne valorizzano le storie).<\/p>\n<p>\u201cDistruzione creatrice\u201d, appunto. \u201cAnimal spirits\u201d d\u2019un capitalismo diffuso. Cui per\u00f2 \u2013 sostiene Rossi \u2013 dalla fine degli anni Sessanta in poi, si sono sostituite scelte politiche secondo cui l\u2019Italia \u201c\u00e8 tornata a proteggere, pi\u00f9 che a creare, imprese e ricchezza\u201d, con classi dirigenti che \u201channo ristretto lo spazio delle libert\u00e0 economiche\u201d e protetto, pi\u00f9 che l\u2019intraprendenza, la forza e la prepotenza di corporazioni elettoralmente influenti. Quel \u201cmiracolo economico\u201d sembra, insomma, \u201cirripetibile\u201d.<\/p>\n<p>Vale la pena discuterne, comunque. Non solo e non tanto per amore di critica storica e per verificare <strong>il ruolo negativo di riforme mancate<\/strong> e di scelte di costruzione di fragili e costosi consensi con lo strumento disinvolto dell\u2019aumento del debito pubblico (scaricando, fin dai primi anni Ottanta, sulle nuove generazioni il costo del benessere contingente). Quanto soprattutto per cercare di capire, proprio oggi, in tempi di radicali transizioni (ambientali, tecnologiche, sociali) e di profondi mutamenti geopolitici, quali politiche avviare, <strong>quali attori sociali sollecitare per costruire percorsi virtuosi di sviluppo sostenibile<\/strong>. Sostenibile socialmente e cio\u00e8 accettabile dalle pubbliche opinioni democratiche (senza contrapporre la necessaria tutela dell\u2019ambiente e la conservazione di lavoro e redditi). E sostenibile nel corso del tempo, in grado cio\u00e8 di determinare lunghi percorsi virtuosi di crescita economica e miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro.<\/p>\n<p>Negli anni Cinquanta e primi Sessanta, c\u2019era <strong>fiducia<\/strong>, pensando e lavorando per un tempo che sarebbe stato migliore (nonostante le acute tensioni sociali e le paure legate alla \u201cguerra fredda\u201d tra Occidente e Unione Sovietica). E dunque erano evidenti le <strong>disponibilit\u00e0 a investire, risparmiare, indebitarsi, fare sacrifici<\/strong> (per fare studiare i figli, comprare una casa, avviare un\u2019attivit\u00e0, ampliare l\u2019impresa, fondare una rivista o un quotidiano, costituire una cooperativa). Una straordinaria molla di progresso. Un uso accorto e lungimirante del capitale sociale progressivo.<\/p>\n<p>Ecco, oggi \u00e8 indispensabile proprio <strong>ricostruire la fiducia<\/strong>. Stimolare a scrivere \u201cuna storia al futuro\u201d. Ricominciare a pensare e a scrivere che, nonostante tutto, c\u2019\u00e8 uno spazio per la speranza. Con un impegno forte di \u201cottimismo della volont\u00e0\u201d. Di cambiamento. E di rilancio dei valori della democrazia e della cultura d\u2019impresa, d\u2019un mercato aperto, ben regolato e competitivo.<\/p>\n<p>Non certo per caso, <strong>speranza, fiducia e rispetto<\/strong> sono tre delle parole pi\u00f9 importanti usate dal <strong>Presidente della Repubblica Sergio Mattarella<\/strong> nel suo discorso di auguri di fine d\u2019anno agli italiani. C\u2019\u00e8 <strong>\u201cl\u2019urgenza della pace\u201d<\/strong>. Ma anche un grande bisogno di ricucire il tessuto sociale lacerato, di \u201criorientare\u201d la convivenza civile. \u00c8 un <strong>\u201cpatriottismo\u201d mite e civile<\/strong> (la frase \u00e8 chiarissima: \u201c\u00c8 patriottismo quello di chi, con origini in altri Paesi, ama l\u2019Italia, ne fa propri i valori costituzionali e le leggi, ne vive appieno la quotidianit\u00e0, e con il suo lavoro e con la sua sensibilit\u00e0 ne diventa parte e contribuisce ad arricchire la nostra comunit\u00e0\u201d). E dunque \u00e8 una straordinaria indicazione per il futuro d\u2019una comunit\u00e0 che scarti le trappole degli egoismi e dei nazionalismi e sappia farsi carico dell\u2019importanza di fare vivere, nella storia quotidiana di ognuno di noi, forti valori sociali.<\/p>\n<p>Come? In tempi cos\u00ec difficili, servono certamente le <strong>\u201cpolitiche industriali\u201d e \u201cfiscali\u201d di impronta europea<\/strong>, le scelte tecnicamente sapienti sui conti pubblici in ordine (una garanzia per le nuove generazioni, da sgravare dal fardello del debito e rassicurare con le possibilit\u00e0 di investimenti produttivi di migliore sviluppo) e sulle risposte concrete ai settori industriali e agli ambienti sociali in crisi. Ma, seguendo l\u2019ispirazione di Mattarella, occorre innanzitutto muoversi guardando a un orizzonte pi\u00f9 ampio.<\/p>\n<p>Vale la pena, dunque, rileggere un monito di <strong>Aldo Moro<\/strong> sulla necessit\u00e0 di una buona politica che contagi e guidi la pubblica opinione: \u201cQuesto paese non si salver\u00e0, la stagione dei diritti e delle libert\u00e0 si riveler\u00e0 effimera, se non nascer\u00e0 <strong>un nuovo senso del dovere<\/strong>\u201d. E sapere che \u201csperanza\u201d non pu\u00f2 essere una parola generica, ma va innervata con scelte sapienti, responsabili, lungimiranti, di un avvenire migliore, guardando concretamente alle nuove generazioni.<\/p>\n<p>L\u2019orizzonte, appunto, \u00e8 l\u2019Europa, la sua tradizione politica e culturale di <strong>conciliazione tra democrazia liberale, mercato e welfare, fra libert\u00e0 d\u2019intraprendenza e responsabilit\u00e0 d\u2019un destino generale<\/strong>. E proprio adesso che la Ue sembra fragile e ben poco presente nel cuore delle tensioni geopolitiche, minacciata non solo dall\u2019esterno ma anche dal suo interno da dottrine e comportamenti illiberali e populisti, ai suoi valori fondanti \u00e8 necessario tornare: libert\u00e0 e sviluppo, democrazia e destino comune camminando insieme. L\u2019Europa come speranza, appunto.<\/p>\n<p>Per le nuove generazioni italiane, una scelta del genere significa <strong>puntare sulla formazione, sulla scuola di qualit\u00e0, sulla ricerca scientifica, sull\u2019innovazione, sulla costruzione di un nuovo e migliore senso di comunit\u00e0<\/strong>. Valori forti, capitale sociale di \u201cpartecipazione\u201d (ecco un\u2019altra delle parole chiave usate dal presidente Mattarella). Perch\u00e9, se i \u201cmiracoli\u201d non sono ripetibili, il declino sociale e politico dell\u2019Europa e dell\u2019Italia non \u00e8 affatto un destino obbligato. Tutt\u2019altro. Servono \u201cbuona politica\u201d, cultura, conoscenza critica, fiducia nei valori di progetti comuni. Ecco, anche in questo, certe esperienze degli anni Cinquanta e Sessanta, sia pubbliche (e cio\u00e8 politiche e culturali) sia private (l\u2019impresa responsabile, capace di farsi carico di lavoro di qualit\u00e0 e valori di sviluppo) possono ancora dirci qualcosa. Senza cadere nella nostalgia.<\/p><p><em>(Foto Getty Images)<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Formidabili, quegli anni. Quelli del boom economico, tanto intenso da essere chiamato \u201cmiracolo\u201d. La lunga stagione, dal dopoguerra al 1963, in cui il Pil dell\u2019Italia cresce in media del 5,9% all\u2019anno, con un picco dell\u20198,3% nel \u201961. 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