{"id":103197,"date":"2025-02-11T10:16:44","date_gmt":"2025-02-11T09:16:44","guid":{"rendered":"http:\/\/www.fondazionepirelli.org\/?p=103197"},"modified":"2025-02-11T10:16:44","modified_gmt":"2025-02-11T09:16:44","slug":"green-economy-cultura-e-politiche-di-coesione-per-cercare-di-evitare-il-declino-dellindustria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/it\/cultura-dimpresa\/blog\/green-economy-cultura-e-politiche-di-coesione-per-cercare-di-evitare-il-declino-dellindustria\/","title":{"rendered":"Green economy, cultura e politiche di coesione  per cercare di evitare il declino dell\u2019industria \u00a0"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019industria italiana continua a lanciare segnali d\u2019allarme. I <strong>ricavi nel \u201824<\/strong> sono diminuiti di 42 miliardi, il 2,4% in meno che nel \u201823, con punte particolarmente negative per l\u2019auto e la moda, ma comunque con <strong>10 comparti in sofferenza su 15<\/strong> (Il Sole24Ore, 7 febbraio). E se si allarga lo sguardo a un periodo pi\u00f9 lungo, si scopre che in cinque anni (\u201819-\u201824) abbiamo perso ben 59mila aziende manifatturiere, soprattutto nei settori dell\u2019abbigliamento, della metallurgia, del legno e dell\u2019industria alimentare, il <strong>10,6% di imprese in meno<\/strong>.<\/p>\n<p>Non \u00e8 ancora il caso di parlare di \u201cdeindustrializzazione\u201d. Ma siamo certamente di fronte a un lungo processo di crisi che, in assenza di scelte radicali e credibili di politica industriale, nazionale ed europea, rischia di compromettere profondamente il ruolo dell\u2019Italia come secondo paese industriale della Ue dopo la Germania.<\/p>\n<p>Pesano, in questo declino, la<strong> caduta dell\u2019economia tedesca<\/strong> (il nostro principale partner commerciale, il punto di riferimento di filiere di fornitura un tempo, a cominciare dall\u2019<em>automotive<\/em>, solide e profittevoli). Ma anche l\u2019<strong>alto costo dell\u2019energia<\/strong>, le <strong>tensioni geopolitiche<\/strong> crescenti, le preoccupazioni per i <strong>dazi minacciati dall\u2019amministrazione Trump<\/strong> alla Casa Bianca e tali da provocare altri elementi di reazione, dalla Cina a Bruxelles. E anche le incertezze legate alla genericit\u00e0 e alla scarsa applicabilit\u00e0 delle politiche governative di sostegno, per esempio, su <strong>Industria 5.0<\/strong>. Rallentano gli investimenti in innovazione. Si amplificano le preoccupazioni degli imprenditori, in ansia anche perch\u00e9 continuano a non trovare persone qualificate da assumere per fare crescere produttivit\u00e0 e competitivit\u00e0.<\/p>\n<p>Una situazione allarmante, insomma. Cui dare rapidamente risposte (ne abbiamo gi\u00e0 parlato nel blog del 28 gennaio).<\/p>\n<p>Eppure, nonostante tutto, chi conosce bene il sistema industriale nei territori pi\u00f9 dinamici, a cominciare dalla <strong>Lombardia<\/strong>, oltre a confermare i segnali di allarme, pu\u00f2 anche mettere in risalto <strong>elementi di resilienza e di capacit\u00e0 di reazione<\/strong>, punti di forza del sistema produttivo su cui fare leva per impostare politiche di ripresa e sviluppo.<\/p>\n<p>Che elementi? Le <strong>attitudini alla green economy<\/strong>, gli <strong>investimenti in cultura<\/strong> e le indicazioni alle <strong>\u201cpolitiche coesive\u201d<\/strong>. Le considerazioni vengono alla ribalta da una recente analisi presentata la scorsa settimana da <strong>Symbola<\/strong> e dalla <strong>Fondazione Cariplo<\/strong>, con tre recenti rapporti della Fondazione presieduta da Ermete Realacci proprio sui <strong>temi della sostenibilit\u00e0<\/strong>, <strong>dell\u2019industria culturale e creativa<\/strong> e <strong>della coesione<\/strong>.<\/p>\n<p>Le indagini del <strong>Rapporto Symbola e Unioncamere<\/strong>, infatti, documentano, con il sostegno del <strong>Centro Studi Tagliacarne<\/strong>, come 571mila imprese italiane, negli ultimi cinque anni, abbiano investito nella <em>green economy<\/em> e nella sostenibilit\u00e0, creando <strong>3,1 milioni di posti di lavoro<\/strong> e dimostrando di \u201caffrontare meglio la crisi\u201d, affrontando la transizione ecologica e sviluppando prodotti e processi produttivi contemporaneamente sostenibili, innovativi e competitivi. La Lombardia \u00e8 la prima regione italiana per numero di imprese (102mila) che effettuano eco-investimenti. E lombardi sono i gruppi (Arvedi, Feralpi) all\u2019avanguardia per la produzione di acciaio <em>green<\/em>, con tanto di certificazione di autorevoli istituzioni internazionali. In un paese povero di materie prime come l\u2019Italia, essere leader nell\u2019economia circolare, con la pi\u00f9 <strong>alta percentuale di avvio a riciclo sulla totalit\u00e0 dei rifiuti<\/strong> (91,6%, rispetto a una media europea del 57,9%), \u00e8 un vantaggio competitivo di grande rilievo.<\/p>\n<p>La sostenibilit\u00e0, nei tre aspetti della <strong>tutela ambientale<\/strong>, dei <strong>meccanismi di <em>governance <\/em><\/strong>e della <strong>sostenibilit\u00e0 sociale<\/strong> (dalla sicurezza sui posti di lavoro alla qualit\u00e0 degli stabilimenti industriali (anche dal punto di vista architettonico: la \u201cfabbrica bella\u201d e cio\u00e8 ben progettata, luminosa, accogliente e, appunto, sicura)) \u00e8 diventata un vero e proprio <strong><em>asset<\/em> di competitivit\u00e0<\/strong>, connotando positivamente anche le industrie costruite all\u2019estero.<\/p>\n<p>\u00c8 una condizione che si rivela come un notevole punto di forza anche in un tempo in cui parlare di sostenibilit\u00e0 sembra una scelta in controtendenza in parecchi ambienti politici ed economici europei e internazionali.<\/p>\n<p>Ci sono state, anche nel recentissimo passato, a Bruxelles, scelte ideologicamente <em>green <\/em>e decisioni burocratiche (la vicenda della frettolosit\u00e0 delle scelte a favore dell\u2019auto elettrica e dei limiti ai motori endotermici ne \u00e8 testimonianza) che hanno messo seriamente in difficolt\u00e0 l\u2019apparato industriale europeo, colpendo filiere produttive efficienti e investendo migliaia di posti di lavoro. Ma, seguendo le indicazioni del <strong>Rapporto Draghi<\/strong> sugli investimenti necessari alla doppia transizione ambientale e digitale, la Ue pu\u00f2 sviluppare una sua originale politica industriale che, lungo i binari della neutralit\u00e0 tecnologica, consenta la vita e il rilancio della nostra industria, tenga testa alla concorrenza di Usa, Cina e India e rafforzi il peso europeo (e dei suoi valori economici, civili e sociali) nei nuovi scenari geopolitici e di mercato. Le imprese italiane sensibili alla <em>green economy <\/em>sono, insomma, sulla buona strada.<\/p>\n<p>Fanno fede le parole del <strong>presidente della Repubblica Sergio Mattarella<\/strong>: \u201cPer troppo tempo abbiamo affrontato in modo inadeguato la questione della tutela dell\u2019ambiente e del cambiamento climatico, opponendo artificiosamente fra loro le ragioni della gestione dell\u2019esistente e quelle del futuro dei nostri figli e nipoti. Per garantire la capacit\u00e0 di competere, l\u2019Europa ha necessit\u00e0, a lungo termine, di abbandonare i combustibili fossili e compiere la transizione, evidenziano il nesso &#8211; come ha fatto il Rapporto Draghi &#8211; tra decarbonizzazione e competitivit\u00e0\u201d<\/p>\n<p>Gli investimenti in cultura sono una componente essenziale di questa strategia. Cultura e creativit\u00e0, infatti &#8211; documenta il Rapporto Symbola \u201cIo sono cultura\u201d &#8211; generano complessivamente un valore aggiunto di 296,9 miliardi di euro. E anche in questo caso la Lombardia \u00e8 la prima regione, con quasi 30 miliardi.<\/p>\n<p>Giocano positivamente le relazioni virtuose tra imprese industriali e di servizi e industria culturale, nel contesto di una dinamica <strong>\u201ceconomia della conoscenza\u201d<\/strong>, forte anche delle collaborazioni, per formazione e ricerca, con un sistema universitario lombardo di alto livello anche internazionale. Cos\u00ec come funziona la consapevolezza di come e quanto pesino le \u201cimprese coesive\u201d (quelle che hanno un forte legame con i territori di insediamento e con tutto il sistema degli stakeholders: un dinamico capitale sociale positivo) con stimoli maggiori per l\u2019innovazione, la qualit\u00e0 del lavoro, la tendenza all\u2019export e, in una sola parola, la competitivit\u00e0.<\/p>\n<p>Sono dimensioni storiche, per buona parte delle nostre imprese (musei d\u2019impresa e archivi storici ne offrono esemplari testimonianze). E scelte di attualit\u00e0. Di cui \u00e8 indispensabile che i soggetti politici e amministrativi e le organizzazioni sociali e di rappresentanza prendano sempre pi\u00f9 chiara coscienza (la legge della Regione Lombardia sul riconoscimento e la promozione dei musei d\u2019impresa ne \u00e8 importante segno, che anche altre regioni potrebbero cogliere).<\/p>\n<p>Le imprese, insomma, sono attori economici, naturalmente. Ma anche attori sociali e culturali. E come tali vanno considerate anche dall\u2019opinione pubblica pi\u00f9 ampia.<\/p>\n<p>Fa testo, di questa indicazione, anche un vecchio giudizio di uno dei migliori economisti internazionali, che oggi vale la pena rileggere. \u00c8 di <strong>John Kenneth Galbraith<\/strong>, contenuto in uno dei suoi libri di maggior successo, <strong>\u201cThe affluent society\u201d<\/strong> del 1958 e poi ribadito durante il suo viaggio in Italia, a Torino, nel 1983. Eccolo: \u201cL\u2019Italia, partita da un dopoguerra disastroso, \u00e8 diventata una delle principali potenze economiche. Per spiegare questo miracolo nessuno pu\u00f2 citare la superiorit\u00e0 della scienza e dell\u2019ingegneria italiana o l\u2019efficacia della gestione amministrativa e politica. La ragione vera \u00e8 che l\u2019Italia ha incorporato nei suoi prodotti una componente essenziale di cultura e che citt\u00e0 come Milano, Parma, Firenze, Siena, Venezia, Roma, Napoli e Palermo, pur avendo infrastrutture molto carenti, possono vantare nel loro standard di vita una maggiore quantit\u00e0 di bellezza. Molto pi\u00f9 che l\u2019indice economico del Pil, nel futuro il livello estetico diventer\u00e0 sempre pi\u00f9 decisivo per indicare il progresso della societ\u00e0\u201d.<\/p>\n<p><strong>Industria e cultura, bellezza e competitivit\u00e0<\/strong>. La lezione \u00e8 sempre d\u2019attualit\u00e0.<\/p><p><em>(Foto Getty Images)<\/em><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019industria italiana continua a lanciare segnali d\u2019allarme. 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