{"id":104391,"date":"2025-06-24T11:09:10","date_gmt":"2025-06-24T10:09:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/?p=104391"},"modified":"2025-06-24T11:09:10","modified_gmt":"2025-06-24T10:09:10","slug":"lavoro-qualificato-stipendi-piu-alti-innovazione-ecco-le-scelte-per-frenare-la-fuga-dei-nostri-giovani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/it\/cultura-dimpresa\/blog\/lavoro-qualificato-stipendi-piu-alti-innovazione-ecco-le-scelte-per-frenare-la-fuga-dei-nostri-giovani\/","title":{"rendered":"Lavoro qualificato, stipendi pi\u00f9 alti, innovazione: ecco le scelte per frenare la fuga dei nostri giovani"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019Italia invecchia. Fa sempre meno figli. E vede andar via, di anno in anno pi\u00f9 numerosi, le sue ragazze e i suoi ragazzi, soprattutto quelli con alto titolo di studio e maggiore intraprendenza. In prospettiva, s\u2019impoverisce: <strong>meno giovani, meno lavoro, meno imprese<\/strong>, meno Prodotto interno lordo, meno produttivit\u00e0 ma anche minore passione per l\u2019innovazione, minore coesione e sociale e pi\u00f9 fragile spirito civile legato ai valori di comunit\u00e0. Italia in declino, insomma? Ancora no. Ma i rischi sono forti.<\/p>\n<p>Sono queste le considerazioni che tornano prepotenti in mente leggendo, negli ultimi giorni, una serie di dati economici e demografici, a conferma di tendenze note da tempo eppure, di volta in volta, sempre pi\u00f9 allarmanti. E purtroppo, nonostante i passi avanti fatti, ancora non adeguatamente centrali nel discorso pubblico e politico, a parte le retoriche sull\u2019attenzione per le nuove generazioni.<\/p>\n<p>Quali dati? L\u2019<strong>Istat<\/strong> certifica che <strong>un quarto della popolazione italiana<\/strong> (siamo 58 milioni 934 mila, al 1\u00b0 gennaio \u201825) <strong>ha pi\u00f9 di 65 anni<\/strong> e in 4milioni 591mila persone superano gli 80 anni (50mila in pi\u00f9 rispetto al \u201824). Le speranze di vita alla nascita hanno raggiunto gli 81,4 anni per gli uomini e gli 85,5 per le donne (quasi cinque mesi in pi\u00f9 rispetto al \u201823). E le nascite continuano a diminuire: 370 mila nuovi nati nel \u201824, con un <strong>tasso di fecondit\u00e0 sceso a 1,18 figli per donna<\/strong>, uno dei pi\u00f9 bassi in Europa.<\/p>\n<p>Ecco un altro dato quanto mai negativo: negli ultimi dieci anni, <strong>97 mila giovani laureati hanno lasciato il Paese<\/strong>, in cerca di migliori opportunit\u00e0 di lavoro e di vita. E questo dato medio, nel corso del tempo, tende a peggiorare. Nel solo \u201823, erano 21mila (il 21% in pi\u00f9 dell\u2019anno precedente). Quasi centomila laureati spariti dal nostro mercato del lavoro. Si sono formati nelle nostre scuole, hanno imparato sofisticate e solide conoscenze nelle nostre universit\u00e0 (parecchie delle quali sono oramai tra le migliori del mondo: il Politecnico di Milano \u00e8 appena entrato nella classifica delle prime cento) e adesso per\u00f2 sono risorse di qualit\u00e0, \u201ctalenti\u201d, si usa dire, a disposizione di altri paesi, altri sistemi produttivi, altre societ\u00e0. Uno spreco, insomma, ancora pi\u00f9 grave nella stagione in cui la principale leva competitiva \u00e8, appunto, \u201cl\u2019economia della conoscenza\u201d. E l\u2019Italia, con il 20,7% di laureati contro una media Ue del 32%, non ricresce affatto a soddisfare le necessit\u00e0 di lavoro qualificato delle imprese ma anche delle pubbliche amministrazioni e dei servizi (la sanit\u00e0, per esempio).<\/p>\n<p>Sempre l\u2019Istat documenta che nel biennio \u201823-\u201824 gli espatri dei cittadini italiani (270mila) sono aumentati del 39,3% (facendo sempre riferimento al numero di coloro che cambiano residenza, nettamente inferiore a quello di chi va all\u2019estero restando formalmente iscritto all\u2019anagrafe delle citt\u00e0 d\u2019origine). Scelte temporanee o di lungo periodo. Comunque con pochi rientri: tra il \u201819 e il \u201823 sono espatriati 192 mila italiani, d\u2019et\u00e0 compresa fra i 25 e i 34 anni e ne sono rientrati 73mila. Quasi 120mila sono rimasti all\u2019estero.<\/p>\n<p>Dove? Nel <strong>Regno Unito<\/strong>, poi in <strong>Germania<\/strong>, in <strong>Svizzera<\/strong>, in <strong>Francia<\/strong> e in <strong>Spagna<\/strong>, innanzitutto (la fonte \u00e8 sempre l\u2019Istat). \u201cNon abbiamo investito sulla loro formazione, sulle politiche attive, sulla ricerca, sulla valorizzazione del capitale umano all\u2019interno delle aziende. Non stiamo consentendo ai giovani di sentirsi parte attiva di una societ\u00e0 che cresce e migliora con loro. Gli altri Paesi, invece, risultano pi\u00f9 attrattivi\u201d, sintetizza Alessandro Rosina, professore di Demografia e Statistica all\u2019universit\u00e0 Cattolica di Milano (La Stampa, 18 giugno).<\/p>\n<p>Per capire meglio perch\u00e9 tanti ragazzi vadano via, basta dare un occhiata anche alle retribuzioni. L\u2019ultimo rapporto di <strong>Almalaurea<\/strong> (il consorzio che riunisce 82 atenei italiani) documenta come \u201cil valore medio degli stipendi in Italia sia molto basso: a parit\u00e0 di livello educativo all\u2019estero i laureati percepiscono il 54% in pi\u00f9 che in Italia, a un anno dalla laurea e il 62% per i laureati da cinque anni\u201d (Il Sole24Ore, 17 giugno).<\/p>\n<p>Eppure, nonostante siano malpagati, i nostri laureati sono davvero bravi. Anche nel mondo della ricerca. Come confermano gli ultimi dati sugli <strong>Erc Advanced Grants<\/strong>, i finanziamenti europei destinati ai ricercatori senior: l\u2019Italia \u00e8 terza, in Europa, dopo il Regno Unito e la Germania, avendo appena superato la Francia e l\u2019Olanda. E, se si guarda al passaporto dei ricercatori, l\u2019Italia \u00e8 addirittura seconda, alle spalle della Germania. Il problema, per il Paese, che molti degli italiani che si aggiudicano i finanziamenti Erc lavorano stabilmente all\u2019estero: quest\u2019anno, su 37 premiati, 23 lavorano in Italia e 14 all\u2019estero (Corriere della Sera, 18 giugno). Nel \u201823 il quadro era peggiore: 22 all\u2019estero e 12 in Italia. Si registra, insomma, un\u2019interessante tendenza al miglioramento della qualit\u00e0 e delle opportunit\u00e0 offerte dai centri italiani. Il tempo ci dir\u00e0 quanto questa tendenza si possa consolidare o meno.<\/p>\n<p>Ecco il punto chiave delle vicende di cui stiamo parlando: per trattenere in Italia i nostri laureati ma anche per essere attrattivi nei confronti delle ragazze e dei ragazzi internazionali serve <strong>investire molto di pi\u00f9 nella ricerca<\/strong> (ben oltre l\u2019attuale 1,4% del Pil, quota bassissima rispetto alla media Ue superiore al 2%), nella formazione di qualit\u00e0, ma anche negli stipendi, nelle opportunit\u00e0 di carriera, nella costruzione di migliori condizioni di affermazione e sviluppo delle opportunit\u00e0 professionali e personali.<\/p>\n<p>Le scelte da fare chiamano in causa la <strong>spesa pubblica<\/strong>, anche quella del Pnrr, che stando alle premesse del <strong>Next Generation Ue<\/strong>, avrebbe dovuto privilegiare le varie opportunit\u00e0 della <strong>\u201ceconomia della conoscenza\u201d<\/strong>, nel contesto degli stimoli e dei supporti alle transizioni ambientali e digitale (la spesa in corso non punta se non parzialmente agli obiettivi di partenza). Le scelte di cambiamento da fare riguardano anche le imprese: gli stipendi d\u2019ingresso sono bassi e nelle aziende piccole e medie, tutt\u2019ora a forte dominanza familiare nella gestione, le possibilit\u00e0 per giovani laureati sono ancora quanto mai ridotte. \u201cMa il Paese pensa ai giovani?\u201d, si chiede polemicamente un economista accorto come <strong>Francesco Giavazzi<\/strong> (<strong>Corriere della Sera, 19 giugno<\/strong>), forte anche dell\u2019esperienza di governo fatta a Palazzo Chigi durante la presidenza del Consiglio di Mario Draghi. L\u2019Italia in cui prevalgono gli anziani, d\u2019altronde, lascia sempre meno spazio, anche sociale e culturale, alle nuove generazioni. Che emigrano. Appesantendo cos\u00ec il clima e le abitudini del \u201cpaese per vecchi\u201d, con le sue paure e la sua sospettosit\u00e0 verso il cambiamento. Un circuito vizioso.<\/p>\n<p>Servono maggiori e pi\u00f9 mirati investimenti pubblici e privati, dunque. <strong>Innovazione<\/strong>. E scelte che premino conoscenze, competenze, intraprendenza, cultura internazionale. Tutto il contrario delle tendenze alla conservazione e delle resistenze alla modernizzazione. E della diffusione del \u201clavoro povero\u201d, tipico di una tendenza politica diffusa che continua a trascurare l\u2019industria, i servizi high tech, gli stimoli di politica industriale ai settori pi\u00f9 produttivi e innovativi. Per dirla in sintesi: <strong>\u201cUniversit\u00e0, lavoro, stipendi: serve una politica europea\u201d<\/strong>, sostiene <strong>Patrizio Bianchi<\/strong>, economista, ex rettore universitario a Ferrara ed ex assessore al Lavoro alla Regione Emilia. E Rosina: \u201cGarantire ai nostri giovani condizioni pari a quelle che trovano negli altri paesi europei \u00e8 una sfida cruciale per la crescita e lo sviluppo dell\u2019Italia\u201d. Sfida di buona politica, appunto. E di sguardo davvero aperto sul futuro.<\/p><p><em>(foto Getty Images)<\/em><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019Italia invecchia. Fa sempre meno figli. E vede andar via, di anno in anno pi\u00f9 numerosi, le sue ragazze e i suoi ragazzi, soprattutto quelli con alto titolo di studio e maggiore intraprendenza. 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