{"id":104907,"date":"2025-09-09T09:29:12","date_gmt":"2025-09-09T08:29:12","guid":{"rendered":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/?p=104907"},"modified":"2025-09-09T09:29:12","modified_gmt":"2025-09-09T08:29:12","slug":"le-parole-che-fanno-vivere-maestro-gentilezza-rispetto-equilibrio-e-probita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/it\/cultura-dimpresa\/blog\/le-parole-che-fanno-vivere-maestro-gentilezza-rispetto-equilibrio-e-probita\/","title":{"rendered":"Le \u201cparole che fanno vivere\u201d: maestro, gentilezza, rispetto, equilibrio e probit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>Ci sono parole che fanno vivere. <strong>Paul Eluard<\/strong>, uno dei pi\u00f9 intensi poeti francesi del Novecento, le enumerava cos\u00ec: \u201cLa parola calore la parola fiducia\/ Giustizia amore e la parola libert\u00e0\/ la parola figlio e la parola gentilezza\/ la parola coraggio la parola scoprire\/ E la parola fratello e la parola compagno\u2026\u201d. \u201cParole innocenti\u201d, le chiamava, anche per ricordare \u201ccerti nomi di luoghi e paesi\/ e certi nomi di donne e di amici\u201d. Come Gabriel P\u00e9ri, eroe della Resistenza, cui la poesia era dedicata.<\/p>\n<p>Possiamo provare a continuarlo, oggi, quest\u2019elenco, anche come antidoto ai tempi difficili che ci tocca vivere. Tempi di violenza e volgarit\u00e0, narcisismi e politica \u201ccon molti incubi e pochi sogni\u201d (Il Foglio, 6 settembre), menzogne e sortilegi che rendono sempre pi\u00f9 difficili le possibilit\u00e0 di scrivere storie a misura d\u2019umanit\u00e0.<\/p>\n<p>Scriviamo la parola <strong>maestro<\/strong>, per esempio. E la parola <strong>probit\u00e0<\/strong>. La parola <strong>lavoro<\/strong>, la parola <strong>rispetto<\/strong> e la parola <strong>equilibrio<\/strong>. La parola <strong>grazie<\/strong> e la parola <strong>scusa<\/strong>. La parola <strong>altrui<\/strong>. E, dopo Eluard, potremmo ripetere in modo nuovo la parola <strong>giustizia<\/strong> e la parola <strong>gentilezza<\/strong>.<\/p>\n<p>Gli esempi di riferimento di questo nostro discorrere sono tratti dalla cronaca dei quotidiani (segno che leggere i giornali ben scritti e redatti consente di avere notizie e indicazioni di stile e cultura civile che fanno ben sperare, nonostante il disprezzo e gli insulti rivolti ai giornalisti da odiatori seriali sui social media ma anche da politici importanti). <em>Minima moralia<\/em>, si potrebbe pur dire, citando con deferenza e rispetto, senza alcuna velleit\u00e0 di paragone, ben pi\u00f9 illustri precedenti.<\/p>\n<p>Una persona \u00e8 le avventure, le felicit\u00e0 e i dolori che ha vissuto, i libri che ha letto, le donne o gli uomini che ha amato, gli amici che ha scelto, i maestri che ha avuto.<\/p>\n<p>Ecco, riflettiamo sulla parola \u201cmaestro\u201d (senza esagerare, per\u00f2, ad attribuirla, a sproposito, un po\u2019 a tanti, a troppi). E usiamo, come uno degli strumenti possibili, il nuovo libro di <strong>Massimo Recalcati<\/strong>, giusto dieci anni dopo l\u2019appassionante <strong>\u201cL\u2019ora di lezione\u201d<\/strong>: \u00e8 <strong>\u201cLa luce e l\u2019onda\u201d<\/strong>, Einaudi, con un sottotitolo essenziale: \u201cCosa significa insegnare?\u201d. La parola maestro viene dal latino <em>magis<\/em>, che significa \u201cpi\u00f9\u201d. Pi\u00f9 conoscenza da acquisire, pi\u00f9 domande da fare, pi\u00f9 risposte da cercare, pi\u00f9 punti di vista da considerare. Non \u00e8 il relativismo nichilista. Ma un\u2019attitudine a trasmettere il sapere anche come capacit\u00e0 critica e come abitudine a guardare il mondo con \u201clo sguardo dell\u2019altro\u201d.<\/p>\n<p>Recalcati, nelle sue pagine, parla di maestri del Novecento come <strong>Jacques Lacan<\/strong>, <strong>Gilles Deleuze<\/strong> e <strong>Pier Paolo Pasolini<\/strong>. E ognuno di noi pu\u00f2 scrivere un suo elenco ulteriore. <strong>Jorge Luis Borges<\/strong>, tra \u201ci giusti\u2026 che stanno salvando il mondo\u201d, enumera \u201cun uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire\u201d e \u201cchi scopre con piacere un\u2019etimologia\u201d. Qualcuno, attento alla cultura siciliana e dunque al mondo, indicherebbe <strong>Pirandello<\/strong> e <strong>Vittorin<\/strong>i, <strong>Sciascia<\/strong> e <strong>Camilleri<\/strong> (di cui tanto si discute adesso, per i cent\u2019anni dalla nascita). A Milano, vale la pena rileggere <strong>Manzoni<\/strong> e <strong>Testori<\/strong>, oltre che <strong>Gadda<\/strong>. E ricordare l\u2019ironia di <strong>Alberto Arbasino<\/strong>, ripresa da Edmondo Berselli: \u201cIn Italia c\u2019\u00e8 un momento stregato in cui si passa dalla categoria di bella promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l\u2019et\u00e0 concede poi di accedere alla dignit\u00e0 di venerato maestro\u201d.<\/p>\n<p>Pochi fortunati e capaci, appunto. E ha proprio ragione Giuliano Ferrara quando ragiona sull\u2019eccesso di paginate di ricordi ed elogi per le scomparse, anche recenti, di illustri personaggi e celebrit\u00e0: \u201cEsagerare stanca anche la memoria\u201d (Il Foglio, 6 settembre). Bellezza, stile ed eleganza (ecco altre parole su cui insistere) sono il risultato di un sobrio e sofisticato senso della misura.<\/p>\n<p>Maestri nell\u2019alto dei cieli della grande cultura. E maestri, fondamentali, nella vita e nella scuola quotidiana.<\/p>\n<p>Era maestra la mia nonna paterna, la maestra Lucia che, a cavallo tra la fine dell\u2019Ottocento\u00a0 e i primi quarant\u2019anni del Novecento, aveva insegnato a leggere e fare di conto a centinaia di bambini a Caronia, un paese normanno sulla costa tirrenica della Sicilia. Scoprii, nel tempo, che in tanti avevano serbato di lei un grato ricordo. Insegnava a imparare. E ad avere un\u2019idea delle parole, dei numeri e dunque del mondo. A diventare persone. Ieri. Come i maestri e le maestre fanno oggi e poi ancora domani. Insiste Recalcati: \u201c\u00c8 solo il contagio con il desiderio del maestro che produce il desiderio dell\u2019allievo. Il compito del maestro \u00e8 quello di accendere il desiderio di sapere\u201d.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 un\u2019altra parola cardine che si lega a maestro, pensando alla vita degli altri. Ed \u00e8 rispetto. L\u2019ha pronunciata, ancora una volta, il presidente della Repubblica <strong>Sergio Mattarella<\/strong>: \u201cSolo in un mondo fondato sul rispetto \u00e8 possibile realizzare progresso\u201d, ha detto in un messaggio al <strong>Forum European House Ambrosetti<\/strong> a Cernobbio (Corriere della Sera, 7 settembre), spronando l\u2019Europa a \u201cricostruire la centralit\u00e0 del diritto internazionale\u201d e a \u201cnon cedere ai regimi autocratici\u201d e criticando pure \u201clo straripante peso delle corporazioni globali\u201d ovvero le Big Tech: \u201cSono le nuove Compagnie delle Indie\u201d. Rispetto umano, contro le prepotenti tecnocrazie. Rispetto delle regole e dei valori. Rispetto di un migliore equilibrio economico e sociale.<\/p>\n<p>Ecco un\u2019altra parola essenziale: equilibrio. Che vuol dire cercare, con insistenza e ragionevolezza, nuove dimensioni di compatibilit\u00e0 tra le necessit\u00e0 di crescita economica e quelle di giustizia sociale, tra produttivit\u00e0 e sostenibilit\u00e0, tra competitivit\u00e0 e solidariet\u00e0, secondo i canoni di una \u201cimpresa riformista\u201d che pu\u00f2 fare da protagonista di una nuova e migliore stagione di sviluppo e non solo di crescita. Un progresso economico e civile da misurare non soltanto con i parametri del Pil (il Prodotto interno lordo, la ricchezza creata) ma soprattutto con quelli del <strong>Bes<\/strong> (il <strong>Benessere equo e sostenibile<\/strong>, un autorevole indicatore elaborato gi\u00e0 anni fa dall\u2019<strong>Istat<\/strong>), quelli dell\u2019<strong>Isu<\/strong> (l\u2019<strong>Indice di sviluppo umano<\/strong> introdotto dall\u2019Onu gi\u00e0 negli anni Novanta del Novecento per misurare il benessere e la qualit\u00e0 della vita, e cio\u00e8 salute e istruzione, oltre che il solo reddito) e quelli del <strong>Knowledge Economic Index<\/strong>, messi a punto dal <strong>World Bank Institute<\/strong> per valutare la posizione di un Paese nell\u2019economia globale della conoscenza, dato che proprio la diffusione della conoscenza e dunque del pensiero critico \u00e8 strettamente legata alla libert\u00e0, alla responsabilit\u00e0 e alla qualit\u00e0 dello sviluppo.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 una teoria di fondo, con cui fare i conti: quella elaborata da <strong>Martha Nussbaum<\/strong> sull\u2019idea di <em>Capability Approach<\/em>, che valuta appunto il benessere e la qualit\u00e0 della vita in termini di reali opportunit\u00e0 che una persona ha di vivere una vita che desidera e ritiene degna di essere vissuta. Ecco un\u2019altra \u201cparola che fa vivere\u201d: <strong>dignit\u00e0<\/strong>.<\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2, per insistere su uno solo di tanti esempi, significa farsi carico, da parte della politica e delle classi dirigenti in generale, delle risposte da dare a quel milione e 400mila giovani, tra i 15 e i 24 anni, <strong>\u201cneet\u201d<\/strong>, che cio\u00e8 non studiano e non lavorano, un vero e proprio \u201ccapitale umano disperso\u201d (Chiara Saraceno, La Stampa, 6 settembre) che esprime un drammatico disagio personale e sociale e determina inaccettabili squilibri nella struttura del Paese. Tutto il contrario dell\u2019inclusivit\u00e0 su cui si basa una solida democrazia. E della dignit\u00e0 personale e sociale.<\/p>\n<p>Ha dunque ragione <strong>Laura Linda Sabbadini<\/strong> quanto sostiene, nel suo nuovo libro, <strong>\u201cIl Paese che conta\u201d<\/strong>, Marsilio, che bisogna saper ragionare su dati e fatti e non su \u201cfattoidi\u201d, post verit\u00e0 e statistiche di comodo e che misurare le disuguaglianze significa anche contribuire a salvare la democrazia.<\/p>\n<p>Volendo, sull\u2019equilibrio, potrebbe valere la pena di fare anche un altro piccolo ma significativo esempio. Sul rapporto tra vita e lavoro. Ricordando la scelta di una delle pi\u00f9 famose trattorie milanesi, \u201cTrippa\u201d, a Porta Romana (tanto di successo, grazie al buon cibo, da dover aspettare mesi per avere una prenotazione) di chiudere sabato e domenica. \u201cMeno soldi, ma pi\u00f9 felici. E una vita migliore\u201d, dice Pietro Caroli, il fondatore, insieme allo chef Diego Rossi (Corriere della Sera, 4 settembre). Ecco, nella Milano frenetica e luccicosa, preferire la <strong>qualit\u00e0 della vita<\/strong> e del lavoro al fare soldi \u00e8 indice di una tendenza che, per quanto minoritaria, va fatta vivere e valere.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 un\u2019altra parola, da legare all\u2019idea di economia giusta e sostenibile. Ed \u00e8 probit\u00e0. L\u2019ha usata Marco Tronchetti Provera, Ceo di Pirelli, per ricordare Leopoldo Pirelli per i cento anni dalla sua nascita: \u201cUn imprenditore, tra i pi\u00f9 lungimiranti della sua generazione. Un uomo probo, come si sarebbe detto in passato, sensibile ai temi sociali e culturali e dotato d\u2019un grande senso di responsabilit\u00e0, verso l\u2019azienda che guidava e verso le istituzioni del Paese\u201d (Corriere della Sera, 25 agosto: \u201cUn illuminista in azienda. \u00c8 l\u2019etica a sostenere la missione di un imprenditore\u201d).<\/p>\n<p><strong>Valori e passioni<\/strong>, nel mondo difficile e competitivo dell\u2019economia di mercato. Quanto mai importanti per poter parlare, nel luogo periodo, di innovazione, lavoro, redditivit\u00e0. E migliore futuro.<\/p>\n<p><strong>Etica del fare<\/strong>, <strong>etica del lavoro ben fatto<\/strong>, si \u00e8 detto, anche nei giorni scorsi, parlando di un\u2019altra persona dell\u2019economia e della cultura appena scomparsa, <strong>Giorgio Armani<\/strong>. Legando quella dimensione morale a un\u2019idea che va oltre la moda e investe il senso pi\u00f9 profondo dell\u2019eleganza, come uno stile di lavoro e di vita. Anche con misura. Con buon gusto. E con gentilezza. Rieccoci alle parole \u201cche fanno vivere\u201d.<\/p>\n<p>Sono parole impegnative, appunto, tutte quelle di cui stiamo ragionando. Ultime utopie, potrebbe pur dire qualcuno. E ben a ragione. Eppure, a rafforzare il convincimento che, nonostante i tempi corrivi e grevi vadano in tutt\u2019altra direzione, sia necessario insistere sulle parole fertili di buoni sentimenti e comportamenti, arriva il conforto di pagine classiche, sapienti e severe. Come quelle di <strong>Lewis Mumford<\/strong> che invita a distinguere \u201cl\u2019utopia della fuga\u201d (vaneggiare obiettivi impossibili, costruire castelli in aria) dall\u2019 \u201cutopia della ricostruzione\u201d (provare a rendere in mondo un po\u2019 migliore &#8211; ne abbiamo gi\u00e0 parlato, in questo blog).<\/p>\n<p>O quelle con cui <strong>Italo Calvino<\/strong> conclude <strong>\u201cLe citt\u00e0 invisibili\u201d<\/strong>, invitando a \u201ccercare e saper riconoscere, chi e cosa, in mezzo all\u2019inferno, non \u00e8 inferno, e farlo durare, e dargli spazio\u201d.<\/p>\n<p>Val la pena, dunque, continuarlo, l\u2019elenco delle \u201cparole che fanno vivere\u201d, delle \u201cparole innocenti\u201d di Eluard. Ognuno a suo modo.<\/p><p><em>Cancellare parole per sottolinearle <\/em><\/p>\n<p><em>Emilio Isgr\u00f2, Libro cancellato, 1964, Museo del Novecento Milano<\/em><\/p>\n<p><em>Getty Images<\/em><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ci sono parole che fanno vivere. 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