{"id":105604,"date":"2025-10-28T11:59:40","date_gmt":"2025-10-28T10:59:40","guid":{"rendered":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/?p=105604"},"modified":"2025-10-28T11:59:40","modified_gmt":"2025-10-28T10:59:40","slug":"nellitalia-che-invecchia-la-sfida-politica-e-investire-sul-futuro-e-il-lavoro-dei-giovani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/it\/cultura-dimpresa\/blog\/nellitalia-che-invecchia-la-sfida-politica-e-investire-sul-futuro-e-il-lavoro-dei-giovani\/","title":{"rendered":"Nell\u2019Italia che invecchia la sfida politica \u00e8 investire sul futuro e il lavoro dei giovani"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019Italia \u00e8 un paese che invecchia: <strong>48,7 anni<\/strong> \u00e8 l\u2019et\u00e0 media, di anno in anno in crescita e comunque gi\u00e0 adesso la pi\u00f9 alta tra i paesi della Ue (dati Eurostat). Ed \u00e8, contemporaneamente, il paese che fa meno figli, con un tasso di fertilit\u00e0 dell\u20191,18%: nel \u201824, documenta l\u2019Istat, sono nati appena 370mila bambini, il 2,6% in meno rispetto all\u2019anno precedente e nei primi sei mesi del \u201825 le nascite sono state 13mila in meno dello stesso periodo del \u201824.<\/p>\n<p>La crisi non finisce qui: <strong>i giovani<\/strong> preferiscono andare a cercare altrove migliori condizioni di lavoro e di vita (\u201cNegli ultimi dieci anni oltre 337mila giovani italiani, di cui 120mila laureati, hanno lasciato il paese\u201d, calcola Riccardo Di Stefano, vicepresidente di Confindustria per Education e Open Innovation). E, quelli che restano, non sono affatto valorizzati n\u00e9 viene dato loro un orizzonte di fiducia: i cosiddetti Neet (le iniziali di N<em>ot in Education, Employment or Training<\/em>) e cio\u00e8 i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano sono 1,3 milioni, il 15,2% nella loro fascia d\u2019et\u00e0.<\/p>\n<p>Siamo, insomma, in una condizione di allarmante <strong>\u201cinverno demografico\u201d<\/strong>, tra vecchiaia che avanza (l\u2019aspettativa di vita \u00e8 salita alla media di 83,4 anni) e nascite che crollano. E, a peggiorare le cose, teniamo fuori dal lavoro e dall\u2019 \u201ceconomia della conoscenza\u201d una parte troppo ampia delle nuove generazioni.<\/p>\n<p>Il tema, trascurato per anni, \u00e8 finalmente arrivato alla ribalta del discorso pubblico. Aumenta l\u2019attenzione per gli studi demografici e le inchieste giornalistiche. Ma, conoscenza dei dati a parte, non si vedono ancora, a livello politico, scelte conseguenti per cominciare ad affrontare le relative\u00a0 questioni economiche, sociali e culturali.<\/p>\n<p>Secondo l\u2019Istat, nel 2050 i bambini saranno solo l\u201911,2% della popolazione. Avremo scuole vuote e professori disoccupati. E nell\u2019arco dei prossimi anni mancheranno lavoratori e imprenditori (a meno di non costruire solide politiche per l\u2019immigrazione). E diminuiranno le risorse per pagare il welfare, a cominciare dalle pensioni, per i tanti anziani.<\/p>\n<p>La demografia \u00e8 fenomeno di lunghe derive: anche se magicamente il fenomeno della <strong>bassa natalit\u00e0<\/strong> venisse improvvisamente bloccato e cambiato di segno, ci vorrebbero almeno vent\u2019anni prima che i neonati di oggi incidessero sul mercato del lavoro. E dunque, per affrontarne gli aspetti, sono necessarie scelte tempestive, ma anche intelligenti misure politiche per affrontare le situazioni intermedie.<\/p>\n<p>Quali? La tendenza alla bassa natalit\u00e0 ha <strong>radici psicologiche, economiche e culturali<\/strong>: la crisi della famiglia tradizionale, la modifica della scala dei valori (la prevalenza dell\u2019 \u201cio\u201d e dunque delle aspettative individuali, contrapposte alle responsabilit\u00e0 genitoriali e al \u201cnoi\u201d della famiglia e della comunit\u00e0), ma anche le strutture e le tendenze del mercato del lavoro che rendono ancora marginale la condizione di tante, troppe donne e le gravi carenze dell\u2019offerta di abitazioni nei grandi centri urbani e dei servizi (a cominciare dagli asili nido e dalle scuole a tempo pieno). E, soprattutto, la caduta di fiducia nel futuro.<\/p>\n<p>Ecco il punto: la <strong>crisi di fiducia<\/strong>. Il \u201cpatto generazionale\u201d (i miei figli potranno vivere una condizione migliore della nostra, dunque vale la pena investire sulla loro formazione e la costruzione delle loro opportunit\u00e0) s\u2019\u00e8 bloccato in Italia all\u2019inizio degli anni Ottanta del Novecento, con l\u2019esplosione del debito pubblico (in sintesi, il costo del benessere dei contemporanei \u00e8 stato scaricato sulle nuove generazioni) e anche in tutti gli altri paesi occidentali il mantenimento del welfare, a cominciare dalle pensioni, \u00e8 stato pagato con l\u2019indebitamento messo in conto a figli e nipoti).<\/p>\n<p>Le tensioni geopolitiche internazionali, i guasti ambientali, le guerre commerciali, i disagi sociali crescenti e le difficolt\u00e0 a reggere le stesse condizioni di qualit\u00e0 della vita dei genitori hanno aggravato tensioni e divari generazionali. Fare figli non \u00e8 pi\u00f9 una priorit\u00e0.<\/p>\n<p>Modificare questo ciclo \u00e8 quanto mai difficile. Eppure, qualcosa di urgente e lungimirante bisogna fare, senza rassegnarsi al destino di declino e degrado, di caduta della spinta all\u2019innovazione non solo economica ma anche sociale e culturale e dunque di crisi radicale di quanto di positivo proprio l\u2019Europa e pi\u00f9 in generale l\u2019Occidente hanno costruito nel corso del Novecento, soprattutto nella seconda met\u00e0 del secolo: la sintesi originale e positiva tra democrazia liberale, economia di mercato e welfare e cio\u00e8 tra libert\u00e0, intraprendenza, valori del cambiamento e solidariet\u00e0, tra progresso e coesione sociale.<\/p>\n<p>Ripensare dunque la politica. Il lavoro. La partecipazione. E imparare finalmente a legare lo sguardo lungo dell\u2019ambizione alle trasformazioni con il riformismo pragmatico del buon governo.<\/p>\n<p>Una conciliazione difficile. Ma possibile, se si d\u00e0 ascolto a uno dei migliori intellettuali del Novecento, <strong>Ernst Cassirer<\/strong>: \u201cLa grande missione dell\u2019utopia \u00e8 di dare adito al possibile, in opposizione alla passiva acquiescenza all\u2019attuale stato di cose. \u00c8 il pensiero simbolico che trionfa della naturale inerzia dell\u2019uomo e lo dota di una nuova facolt\u00e0, la facolt\u00e0 di riformare continuamente il suo universo\u201d.<\/p>\n<p>Tenere il pensiero di Cassirer sullo sfondo, dunque, accanto a quello di <strong>Lewis Mumford<\/strong>, con la distinzione (i lettori di questo blog l\u2019hanno gi\u00e0 sentita ripetere) tra \u201cutopia della fuga\u201d e cio\u00e8 la velleit\u00e0 di costruire castelli in aria e \u201cutopia della ricostruzione\u201d e cio\u00e8 impegno a immaginare e costruire un pur ambizioso cambiamento. Ma anche, qui e adesso, pensare concretamente alla buona politica.<\/p>\n<p>Come? <strong>Ricostruire fiducia<\/strong>, come obiettivo generale (ne abbiamo parlato nei blog del 6 maggio e del 7 ottobre). Dare un orizzonte di senso e di cambiamento alle nuove generazioni. Ma intanto fare scelte concrete. Utilizzare meglio le risorse che abbiamo e cio\u00e8 le donne e i giovani, garantendo loro un migliore accesso al mercato del lavoro, con politiche di carriera e redditi adeguati alla loro formazione e alle loro capacit\u00e0 di trasformare le ambizioni in intraprendenza e operosit\u00e0. Modificare il ciclo dell\u2019abbandono dell\u2019Italia da parte delle persone pi\u00f9 intraprendenti e attive delle nuove generazioni, offrendo opportunit\u00e0 di crescita e, contemporaneamente, attirando risorse umane nuove dall\u2019estero, soprattutto dai paesi del bacino del Mediterraneo. Insistere sulla formazione, superando il gap di conoscenza e comprensione (un terzo degli italiani \u00e8 \u201canalfabeta funzionale\u201d e cio\u00e8 non capisce un testo scritto di media complessit\u00e0 e non sa fare un calcolo poco pi\u00f9 che elementare). E impegnare risorse adeguate, finanziarie e intellettuali, per recuperare alla convivenza civile e dunque alla partecipazione responsabile gran parte di quei Neet di cui abbiamo parlato.<\/p>\n<p>Non \u00e8 un catalogo delle buone intenzioni. Ma l\u2019indicazione di parti convergenti di un unico disegno, lo sviluppo equilibrato dell\u2019Italia europea. Un elenco di punti da tradurre in scelte di governo, in investimenti (usando bene i fondi della Ue), in impegni che coinvolgono le responsabilit\u00e0 non solo dei decisori politici ma anche degli attori economici e culturali.<\/p>\n<p>Una sfida difficile, naturalmente. Ma essenziale. Per la crescita economica. Ma soprattutto per gli equilibri sociali.<\/p>\n<p>Una <strong>\u201ccollaborazione di cittadinanza\u201d<\/strong>, sostiene <strong>Confindustria<\/strong>, al termine di un convegno a Ortigia sull\u2019Open Innovation e la formazione, appunto, per \u201cfare risaltare talento,\u00a0 conoscenza, tecnologia e produttivit\u00e0\u201d (Il Sole24Ore, 24 e 25 ottobre). E sono i Giovani Imprenditori di Confindustria, presieduti da Maria Anghileri, a insistere nei loro convegni sulla necessit\u00e0 di aprire l\u2019impresa alle nuove generazioni, come spazio in cui realizzare progetti, idee, ambizioni, sogni. \u201cL\u2019impresa che cresce\u201d, indicano come obiettivo. Impresa attore economico. E lievito sociale.<\/p>\n<p>Da questo punto di vista, la scelta politica \u00e8 chiara: la strategia che serve, anche dal punto di vista della politica industriale, \u00e8 una politica della conoscenza, dell\u2019innovazione e dunque della formazione.<\/p>\n<p>Se abbiamo risorse scarse, i nostri giovani, \u00e8 indispensabile qualificarle. Metterle in condizione di esprimere il meglio. E intanto lavorare per invertire il ciclo della chiusura impaurita nei microcosmi sociali e della caduta di natalit\u00e0. Investire sulla ricostruzione di fiducia appunto. Su una buona idea di futuro.<\/p><p>(foto Getty Images)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019Italia \u00e8 un paese che invecchia: 48,7 anni \u00e8 l\u2019et\u00e0 media, di anno in anno in crescita e comunque gi\u00e0 adesso la pi\u00f9 alta tra i paesi della Ue (dati Eurostat). 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