{"id":108506,"date":"2026-06-30T08:46:46","date_gmt":"2026-06-30T07:46:46","guid":{"rendered":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/?p=108506"},"modified":"2026-06-30T08:50:46","modified_gmt":"2026-06-30T07:50:46","slug":"il-sud-cresce-ma-continua-a-perdere-i-suoi-giovani-che-sviluppo-high-tech-puo-essere-costruito","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/it\/cultura-dimpresa\/blog\/il-sud-cresce-ma-continua-a-perdere-i-suoi-giovani-che-sviluppo-high-tech-puo-essere-costruito\/","title":{"rendered":"Il Sud cresce, ma continua a perdere i suoi giovani: che sviluppo high tech pu\u00f2 essere costruito?"},"content":{"rendered":"<p>Cresce il Mezzogiorno, pi\u00f9 della media italiana. E fa piacere leggere sulle cronache economiche che \u201cfa da traino\u201d, ancora una volta, per il quarto anno, all\u2019economia nazionale. A guardare con attenzione i dati (stime Istat per il \u201825), si vede che il Pil italiano \u00e8 aumentato appena dello 0,5%, mentre quello del Sud dello 0,6 (anche se in rallentamento nella seconda met\u00e0 dell\u2019anno, secondo il Rapporto annuale della Banca d\u2019Italia). E che comunque l\u2019economia \u201cresta in stallo\u201d, come denuncia Confindustria, mentre interi settori industriali accusano gravi crisi (l\u2019industria del \u201cbianco\u201d e cio\u00e8 gli elettrodomestici \u00e8 l\u2019ultima di cui parlano le cronache).<\/p>\n<p>Uno sguardo di fondo, al di l\u00e0 delle dinamiche congiunturali, rivela che resta aperta una delle \u201cferite\u201d sociali che, soprattutto nel Sud, indeboliscono le pur fragili tendenze alla crescita: la <strong>questione demografica<\/strong> e cio\u00e8 <strong>l\u2019emigrazione qualificata<\/strong> dei suoi giovani verso le regioni del nord e verso l\u2019estero: \u201cLa grande fuga: al Sud 313mila giovani in meno dal 2019 a oggi\u201d (IlSole24Ore, 22 giugno). Vanno via anche i dirigenti aziendali: \u201cUn manager su quattro lascia il Mezzogiorno per lavorare in imprese del Centro Nord\u201d. Come si pu\u00f2 pensare a un futuro di sviluppo senza mano d\u2019opera?<\/p>\n<p>Restano insomma aperti i <strong>divari strutturali tra Nord e Sud<\/strong> in termini complessivi di Pil, redditi pro-capite, lavoro, produttivit\u00e0 ma anche qualit\u00e0 dei servizi. E dunque di prospettive per le nuove generazioni. Vanno, insomma, apprezzati i tentativi di crescita, l\u2019impegno degli imprenditori a investire e innovare, l\u2019attenzione di una mano d\u2019opera generosa e sofisticata. Senza per\u00f2 mai dimenticare che il divario Nord-Sud \u00e8 una delle partite che dall\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia in poi frena lo sviluppo complessivo del sistema Paese e rende difficili le speranze di ripresa.<\/p>\n<p>Guardando bene i dati dell\u2019Istat, si nota con chiarezza che la crescita dipende da alcuni fattori, a cominciare dagli investimenti finanziati dai <strong>fondi per Pnrr<\/strong>: spesa pubblica che, dal 2026 verr\u00e0 meno e che attualmente vale ben due terzi della crescita meridionale (Corriere della Sera, 27 giugno). Giocano positivamente anche le facilitazioni fiscali e le semplificazioni burocratiche della Zes unica (la Zona economica speciale che comprende Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia, Sardegna, Marche e Umbria: un Sud molto esteso) che stimolano gli imprenditori a investire.<\/p>\n<p>Commenta Luca Bianchi, direttore dello Svimez: \u201cla Buona notizia \u00e8 che il Sud \u00e8 riuscito a cogliere la sfida del Pnrr sia in termini di capacit\u00e0 di spesa che di realizzazione dei progetti. Rimane da capire se il Pnrr \u00e8 riuscito a cambiare in modo strutturale la crescita del Paese e in particolare del Sud o se rischiamo di tornare indietro una volta terminata le risorse\u201d. I dubbi non mancano.<\/p>\n<p>Chi conosce il Mezzogiorno e segue le scelte dei suoi imprenditori, comunque, non pu\u00f2 non notare un certo dinamismo positivo, al di l\u00e0 degli effetti della spesa pubblica. Il<strong> cambio generazionale<\/strong>, in molte imprese, ha spinto sull\u2019innovazione, la qualit\u00e0 di prodotti e servizi, l\u2019apertura verso nuovi mercati anche all\u2019estero. E la mappa imprenditoriale \u00e8 per\u00f2 ancora abbastanza \u201ca macchia di leopardo\u201d: singole iniziative, anche molto brillanti, in alcune zone, con una condizione di stasi e arretratezza nella maggior parte delle altre.<\/p>\n<p>Spiccano gli <strong>investimenti nel settore industriale<\/strong> in Campania, Puglia e Sicilia orientale (metalmeccanica, compresi i settori d\u2019avanguardia dell\u2019avionica; farmaceutica; agro-industria, a cominciare dal vino; servizi): \u201cSe si fanno investimenti il tessuto imprenditoriale reagisce\u201d, commenta ancora Bianchi.<\/p>\n<p>Maria Cristina Busi Ferruzzi, presidente di Confindustria Catania, all\u2019Assemblea per i cento anni dell\u2019associazione, ricorda la leadership regionale nei brevetti e la capacit\u00e0 catanese di generare il 23% del Pil siciliano (IlSole24Ore, 23 giugno). \u201cLa Milano del Sud\u201d, amava chiamarsi la citt\u00e0 fino ai primi anni Ottanta, rivendicando il suo dinamismo imprenditoriale. Poi il mondo degli appalti pubblici e delle grandi imprese del settore \u00e8 andato in crisi. La criminalit\u00e0 organizzata ha pesato negativamente sull\u2019intraprendenza (come in molte altre aree meridionali). E adesso si riparte guardando all\u2019industria, al rapporto con l\u2019universit\u00e0, alle opportunit\u00e0 offerte dall\u2019economia digitale e della cosiddetta \u201ceconomia della conoscenza\u201d. Un Mezzogiorno high tech. E che sappia essere profondamente europeo e attento alle evoluzioni geopolitiche di un Mediterraneo in movimento.<\/p>\n<p>Per ragionare seriamente di sviluppo del Sud, si pu\u00f2 fare leva su due parole.<\/p>\n<p>La prima \u00e8 \u201cconoscenza\u201d. E la seconda \u00e8 \u201cmercato\u201d. Evitare le vecchie cattive abitudini delle rivendicazioni \u201criparazioniste\u201d (\u201c\u2026lo Stato che, dall\u2019unificazione d\u2019Italia in poi, ha umiliato ed emarginato il Sud, ci deve dare\u2026), le nostalgie neo-borboniche e le tentazioni assistenziali (il Reddito di cittadinanza come scorciatoia al posto del lavoro produttivo \u00e8 solo la pi\u00f9 recente cattiva strada). E ragionare invece di investimenti produttivi sulle infrastrutture, a cominciare da quelle formative (scuole e universit\u00e0 di qualit\u00e0) e dalle reti digitali. E sostenere tutto ci\u00f2 che serve per promuovere l\u2019intraprendenza, la produttivit\u00e0, la competitivit\u00e0, mettendo le nostre imprese in condizione di crescere anche lungo le nuove filiere produttive e tecnologiche ed esprimere le proprie caratteristiche essenziali: essere attori sociali positivi del benessere e del cambiamento.<\/p>\n<p>Il Mezzogiorno, in sintesi, va ripensato come un\u2019area economica fortemente integrata nell\u2019Unione Europea e uno spazio dinamico nel ridisegno delle mappe di un Mediterraneo diventato strategico nelle mappe della geopolitica e della geoeconomia.<\/p>\n<p>Proprio le opportunit\u00e0 offerte dalle evoluzioni della \u201ceconomia della conoscenza\u201d e dell\u2019\u201ceconomia digitale\u201d, con le implicazioni connesse alle straordinarie applicazioni dell\u2019Intelligenza Artificiale a tutti i settori dell\u2019industria, dei servizi e della cultura, innovando profondamente le dimensioni dello spazio e del tempo, mettono il Mezzogiorno in condizione di pensare non pi\u00f9 tanto ai \u201critardi di crescita da recuperare\u201d quanto soprattutto alle occasioni da cogliere in termini di sviluppo. Uno sviluppo economico e civile, uno sviluppo sostenibile ambientale e sociale.<\/p>\n<p>Cresce il Mezzogiorno, pi\u00f9 della media italiana. E fa piacere leggere sulle cronache economiche che \u201cfa da traino\u201d, ancora una volta, per il quarto anno, all\u2019economia nazionale. A guardare con attenzione i dati (stime Istat per il \u201825), si vede che il Pil italiano \u00e8 aumentato appena dello 0,5%, mentre quello del Sud dello 0,6 (anche se in rallentamento nella seconda met\u00e0 dell\u2019anno, secondo il Rapporto annuale della Banca d\u2019Italia). E che comunque l\u2019economia \u201cresta in stallo\u201d, come denuncia Confindustria, mentre interi settori industriali accusano gravi crisi (l\u2019industria del \u201cbianco\u201d e cio\u00e8 gli elettrodomestici \u00e8 l\u2019ultima di cui parlano le cronache).<\/p>\n<p>Uno sguardo di fondo, al di l\u00e0 delle dinamiche congiunturali, rivela che resta aperta una delle \u201cferite\u201d sociali che, soprattutto nel Sud, indeboliscono le pur fragili tendenze alla crescita: la questione demografica e cio\u00e8 l\u2019emigrazione qualificata dei suoi giovani verso le regioni del nord e verso l\u2019estero: \u201cLa grande fuga: al Sud 313mila giovani in meno dal 2019 a oggi\u201d (IlSole24Ore, 22 giugno). Vanno via anche i dirigenti aziendali: \u201cUn manager su quattro lascia il Mezzogiorno per lavorare in imprese del Centro Nord\u201d. Come si pu\u00f2 pensare a un futuro di sviluppo senza mano d\u2019opera?<\/p>\n<p>Restano insomma aperti i divari strutturali tra Nord e Sud in termini complessivi di Pil, redditi pro-capite, lavoro, produttivit\u00e0 ma anche qualit\u00e0 dei servizi. E dunque di prospettive per le nuove generazioni. Vanno, insomma, apprezzati i tentativi di crescita, l\u2019impegno degli imprenditori a investire e innovare, l\u2019attenzione di una mano d\u2019opera generosa e sofisticata. Senza per\u00f2 mai dimenticare che il divario Nord-Sud \u00e8 una delle partite che dall\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia in poi frena lo sviluppo complessivo del sistema Paese e rende difficili le speranze di ripresa.<\/p>\n<p>Guardando bene i dati dell\u2019Istat, si nota con chiarezza che la crescita dipende da alcuni fattori, a cominciare dagli investimenti finanziati dai fondi per Pnrr: spesa pubblica che, dal 2026 verr\u00e0 meno e che attualmente vale ben due terzi della crescita meridionale (Corriere della Sera, 27 giugno). Giocano positivamente anche le facilitazioni fiscali e le semplificazioni burocratiche della Zes unica (la Zona economica speciale che comprende Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia, Sardegna, Marche e Umbria: un Sud molto esteso) che stimolano gli imprenditori a investire.<\/p>\n<p>Commenta Luca Bianchi, direttore dello Svimez: \u201cla Buona notizia \u00e8 che il Sud \u00e8 riuscito a cogliere la sfida del Pnrr sia in termini di capacit\u00e0 di spesa che di realizzazione dei progetti. Rimane da capire se il Pnrr \u00e8 riuscito a cambiare in modo strutturale la crescita del Paese e in particolare del Sud o se rischiamo di tornare indietro una volta terminata le risorse\u201d. I dubbi non mancano.<\/p>\n<p>Chi conosce il Mezzogiorno e segue le scelte dei suoi imprenditori, comunque, non pu\u00f2 non notare un certo dinamismo positivo, al di l\u00e0 degli effetti della spesa pubblica. Il cambio generazionale, in molte imprese, ha spinto sull\u2019innovazione, la qualit\u00e0 di prodotti e servizi, l\u2019apertura verso nuovi mercati anche all\u2019estero. E la mappa imprenditoriale \u00e8 per\u00f2 ancora abbastanza \u201ca macchia di leopardo\u201d: singole iniziative, anche molto brillanti, in alcune zone, con una condizione di stasi e arretratezza nella maggior parte delle altre.<\/p>\n<p>Spiccano gli investimenti nel settore industriale in Campania, Puglia e Sicilia orientale (metalmeccanica, compresi i settori d\u2019avanguardia dell\u2019avionica; farmaceutica; agro-industria, a cominciare dal vino; servizi): \u201cSe si fanno investimenti il tessuto imprenditoriale reagisce\u201d, commenta ancora Bianchi.<\/p>\n<p>Maria Cristina Busi Ferruzzi, presidente di Confindustria Catania, all\u2019Assemblea per i cento anni dell\u2019associazione, ricorda la leadership regionale nei brevetti e la capacit\u00e0 catanese di generare il 23% del Pil siciliano (IlSole24Ore, 23 giugno). \u201cLa Milano del Sud\u201d, amava chiamarsi la citt\u00e0 fino ai primi anni Ottanta, rivendicando il suo dinamismo imprenditoriale. Poi il mondo degli appalti pubblici e delle grandi imprese del settore \u00e8 andato in crisi. La criminalit\u00e0 organizzata ha pesato negativamente sull\u2019intraprendenza (come in molte altre aree meridionali). E adesso si riparte guardando all\u2019industria, al rapporto con l\u2019universit\u00e0, alle opportunit\u00e0 offerte dall\u2019economia digitale e della cosiddetta \u201ceconomia della conoscenza\u201d. Un Mezzogiorno high tech. E che sappia essere profondamente europeo e attento alle evoluzioni geopolitiche di un Mediterraneo in movimento.<\/p>\n<p>Per ragionare seriamente di sviluppo del Sud, si pu\u00f2 fare leva su due parole.<\/p>\n<p>La prima \u00e8 <strong>\u201cconoscenza\u201d<\/strong>. E la seconda \u00e8 <strong>\u201cmercato\u201d<\/strong>. Evitare le vecchie cattive abitudini delle rivendicazioni \u201criparazioniste\u201d (\u201c\u2026lo Stato che, dall\u2019unificazione d\u2019Italia in poi, ha umiliato ed emarginato il Sud, ci deve dare\u2026), le nostalgie neo-borboniche e le tentazioni assistenziali (il Reddito di cittadinanza come scorciatoia al posto del lavoro produttivo \u00e8 solo la pi\u00f9 recente cattiva strada). E ragionare invece di investimenti produttivi sulle infrastrutture, a cominciare da quelle formative (scuole e universit\u00e0 di qualit\u00e0) e dalle reti digitali. E sostenere tutto ci\u00f2 che serve per promuovere l\u2019intraprendenza, la produttivit\u00e0, la competitivit\u00e0, mettendo le nostre imprese in condizione di crescere anche lungo le nuove filiere produttive e tecnologiche ed esprimere le proprie caratteristiche essenziali: essere attori sociali positivi del benessere e del cambiamento.<\/p>\n<p>Il Mezzogiorno, in sintesi, va ripensato come <strong>un\u2019area economica fortemente integrata nell\u2019Unione Europea<\/strong> e uno spazio dinamico nel ridisegno delle mappe di un Mediterraneo diventato strategico nelle mappe della geopolitica e della geoeconomia.<\/p>\n<p>Proprio le opportunit\u00e0 offerte dalle evoluzioni della <strong>\u201ceconomia della conoscenza\u201d<\/strong> e dell\u2019<strong>\u201ceconomia digitale\u201d<\/strong>, con le implicazioni connesse alle straordinarie applicazioni dell\u2019Intelligenza Artificiale a tutti i settori dell\u2019industria, dei servizi e della cultura, innovando profondamente le dimensioni dello spazio e del tempo, mettono il Mezzogiorno in condizione di pensare non pi\u00f9 tanto ai \u201critardi di crescita da recuperare\u201d quanto soprattutto alle occasioni da cogliere in termini di sviluppo. Uno sviluppo economico e civile, uno sviluppo sostenibile ambientale e sociale.<\/p>\n<p>\u00c8 un nuovo contesto, <strong>europeo e internazionale<\/strong>, che va ben compreso andando oltre gli sguardi angusti del localismo e del provincialismo clientelare (all\u2019assemblea di Confindustria Catania sono stati ricordati i due presidenti della Regione siciliana che si sono pi\u00f9 impegnati, nel tempo, sul \u201cbuon governo delle regole\u201d e sul traino degli investimenti privati: Piersanti Mattarella e Rino Nicolosi).<\/p>\n<p>\u00c8 un contesto che pone sfide inedite non solo a Bruxelles e a Roma e Milano, le due capitali italiane del potere politico e dell\u2019economia innovativa, alla pubblica amministrazione e agli attori sociali, a cominciare dalle imprese, ma anche ai soggetti pi\u00f9 moderni e intraprendenti del Sud.<\/p>\n<p>Una centralit\u00e0, naturalmente, non solo geografica. Ma politica ed economica. In un mondo che sta ridisegnando le rotte degli scambi e le relazioni dei poteri, sotto la spinta degli eventi drammatici che stiamo vivendo accelerano la spinta verso un vero e proprio \u201ccambio di paradigma\u201d dei rapporti politici e dello sviluppo economico e sociale.<\/p>\n<p>Serve, appunto, una rilettura critica del catalogo delle idee che hanno guidato le recenti stagioni della globalizzazione e dell\u2019economia digitale e la progettazione di una \u201cri-globalizzazione selettiva\u201d con processi di <em>reshoring<\/em> che accorcino le <em>supply chain <\/em>industriali (la lunghezza le rende fragili e oramai poco efficienti) e le rilocalizzino nel cuore dell\u2019Europa industriale, senza cedere a tentazioni protezioniste ma riqualificando e <strong>rilanciando tutto il sistema degli scambi internazionali<\/strong> in una condizione da <em>fair trade, <\/em>da commercio ben regolato<em>. <\/em>Il Mezzogiorno proprio qui pu\u00f2 avere il suo nuovo ruolo.<\/p>\n<p><em>(foto Getty Images)<\/em><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cresce il Mezzogiorno, pi\u00f9 della media italiana. 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