{"id":50638,"date":"2016-12-06T00:00:00","date_gmt":"2016-12-06T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.fondazionepirelli.org\/fondazione-pirelli\/a-parita-di-merito-assumiamo-le-donne-lindicazione-della-normale-di-pisa-e-le-scelte-per-colmare-il-gender-gap\/"},"modified":"2019-05-23T16:57:48","modified_gmt":"2019-05-23T16:57:48","slug":"a-parita-di-merito-assumiamo-le-donne-lindicazione-della-normale-di-pisa-e-le-scelte-per-colmare-il-gender-gap","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/it\/cultura-dimpresa\/a-parita-di-merito-assumiamo-le-donne-lindicazione-della-normale-di-pisa-e-le-scelte-per-colmare-il-gender-gap\/","title":{"rendered":"\u201cA parit\u00e0 di merito assumiamo le donne\u201d. L\u2019indicazione della Normale di Pisa e le scelte per colmare il \u201cgender gap\u201d"},"content":{"rendered":"<p>\u201cA parit\u00e0 di merito <strong>assumiamo le donne<\/strong>\u201d. L\u2019annuncio arriva da Vincenzo Barone, direttore della <strong>Scuola Normale di Pisa<\/strong>, una delle eccellenze universitarie italiane ed europee (\u201cla Repubblica\u201d, 29 novembre). Ed \u00e8 il segnale forte d\u2019una tendenza a intervenire sul \u201c<strong>gender gap<\/strong>\u201d (il divario di carriere, ruoli, redditi e prospettive tra uomini e donne) che pu\u00f2 contagiare non solo il resto del mondo dell\u2019universit\u00e0, ma anche gli ambienti dell\u2019economia, delle imprese, della finanza. Un acceleratore di trasformazioni positive.<\/p>\n<p>\u201cL\u2019universit\u00e0 \u00e8 ancora un sistema maschile. L\u2019assumere preferenzialmente donne, appunto a parit\u00e0 di merito, pu\u00f2 essere una buona idea\u201d, commenta <strong>Cristina Messa<\/strong>, rettore dell\u2019<strong>Universit\u00e0 Bicocca di Milano<\/strong>, una delle cinque rettori donna tra i 79 \u201cmagnifici\u201d ai vertici degli atenei italiani. I dati confermano che le donne sono il 40% del corpo docente complessivo, ma appena il 21% dei professori ordinari e il 36% dei professori associati, in un\u2019universit\u00e0 che per\u00f2, tra gli studenti, per numero e qualit\u00e0 dei risultati, vede prevalere le donne: 56,2% le studentesse, 59,2% le laureate, con un\u2019et\u00e0 media di laurea a 26,1 anni, rispetto ai 26,5 degli uomini. Le ragazze, insomma, si laureano un po\u2019 prima e soprattutto si laureano meglio: 103,2 su 110 come media del voto di laurea \u201cfemminile\u201d rispetto al 101,1 di media \u201cmaschile\u201d. Un mondo in movimento, insomma, anche se lentamente, un po\u2019 troppo lentamente.<\/p>\n<p>Guardiamo altri dati, per capire meglio il contribuito che pu\u00f2 arrivare dalle laureate alla crescita della competitivit\u00e0 delle imprese, in una regione chiave per l\u2019economia italiana, la Lombardia: su 116 mila studenti universitari iscritti alle \u201c<strong>facolt\u00e0 Steam<\/strong>\u201d (l\u2019acronimo che raggruppa le iniziali di science, technology, engineering ma anche environment e cio\u00e8 la \u201cgreen economy\u201d, arts e cio\u00e8 il complesso delle competenze umanistiche e creative e, infine, manifacturing), le donne sono gi\u00e0 il 47,6% e solo per le lauree in ingegneria la percentuale si ferma al 22%, un dato comunque in crescita anno dopo anno. In dettaglio: il 62% nel \u201cgruppo medico\u201d e in quello chimico-farmaceutico, il 59,7% nel \u201cgruppo geo-biologico\u201d, il 52,9% in architettura, il 50,2% nel \u201cgruppo agrario\u201d, il 43,8% in matematica e scienze, il 22% in ingegneria.<\/p>\n<p>Come interpretare questi dati, raccolti ed elaborati da Irs e Universit\u00e0 Cattolica per Assolombarda? Come una crescita della consapevolezza sia dei soggetti sociali pi\u00f9 dinamici (le studentesse, le laureate) sia dei settori pi\u00f9 avanzati della formazione e delle imprese a insistere sul ruolo femminile come fattore fondamentale d\u2019innovazione e di sviluppo. Uno sguardo in avanti, una sfida.<\/p>\n<p>\u201cUn progetto per colmare il gap di genere\u201d, annuncia il presidente di Assolombarda <strong>Gianfelice Rocca<\/strong> (Il Sole24Ore, 18 novembre). Dall\u2019universit\u00e0 al mondo del lavoro. Per rafforzare dimensioni e qualit\u00e0 della crescita economica italiana, partendo proprio da Milano, metropoli innovativa che pu\u00f2 fare da locomotiva dell\u2019intero Paese. Ancora numeri, per capire meglio: \u201cNel 2015 \u2013 sostiene Rocca \u2013 le donne tra i 15 e i 64 anni erano in Lombardia 3,2 milioni, di cui 2 milioni attive: il che equivale a un tasso di partecipazione femminile nel mondo del lavoro del 62,7%\u201d. Molto meglio della media italiana, il 47,2% e in linea con la media della Ue a 15 paesi. Ma \u201cpeggio dei nostri competitors industriali, il Baden-W\u00fcrttemberg, il Bayern e la Catalu\u00f1a, che consideriamo benchmark e in cui la media \u00e8 del 74%. Se fossimo al loro livello, insomma, conteremmo ben 360mila donne in pi\u00f9 nel mercato del lavoro, vale a dire pi\u00f9 di un terzo delle attuali inattive\u201d.<\/p>\n<p>Presenza femminile da fare crescere, dunque. Sul mercato del lavoro, nei ruoli delle imprese, sino ad arrivare ai livelli pi\u00f9 alti e al top management. Come? Spiega Carlo Bonomi, vicepresidente di Assolombarda: \u201cBisogna lavorare su due aspetti. Quello culturale, che impedisce oggi alle donne di avere un ruolo importante all\u2019interno delle imprese e un altro legato alle politiche pubbliche\u201d che migliorino molto la compatibilit\u00e0 tra maternit\u00e0, famiglia e lavoro.<\/p>\n<p>Ancora dati, partendo proprio da quella media nazionale sulla partecipazione femminile, che mostra come una donna su due non lavori, un dato che ci mette in coda alla Ue (solo Malta fa peggio) e che determina una perdita di Pil del 15%, secondo stime del Fondo Monetario Internazionale (guardando il tutto da un altro punto di vista, se in Italia lavorasse il 60% delle donne, se tutto il Paese cio\u00e8 fosse allineato alla Lombaerdia, secondo stime della Banca d\u2019Italia il Pil crescerebbe del 7%).<\/p>\n<p>\u201cPochi asili, stipendi bassi. E le donne lasciano il lavoro\u201d, sintetizza un\u2019inchiesta de \u201cLa Stampa\u201d (4 dicembre), mostrando, con ricchezza di dati e storie, che le \u201cinattive\u201d tra i 25 e i 54 anni sono il 34,1% in Italia, rispetto all\u201911,6% in Svezia, e con un forte divario geografico (nel Mezzogiorno si va oltre il 60%), che la percentuale di contratti a tempo indeterminato \u00e8 del 44% tra le donne e del 56% tra gli uomini e che le differenze in busta paga sono alte anche ai livelli pi\u00f9 qualificati: la retribuzione media mensile, a cinque anni dalla laurea, \u00e8 di 1.316 euro per le donne e di 1.597 euro per gli uomini: 281 euro di differenza, un sacco di soldi.<\/p>\n<p>Un evidente \u201cgender gap\u201d, insomma. Pi\u00f9 vistoso man mano che si sale verso i vertici delle imprese: \u201cIn Italia si passa da una presenza femminile del 46% nei livelli bassi d\u2019impiego al 24% a livello di senior manager al 19% appena nel top management\u201d, ricorda Paolo Boccardelli, direttore della Luiss Business School (\u201cla Repubblica- Affari&amp;Finanza\u201d, 28 novembre). E se la legge Golfo-Mosca, con l\u2019obbligo di una quota di presenza femminile nei consigli d\u2019amministrazione delle societ\u00e0 quotate ha rafforzato la presenza femminile nei board di vertice e ha fatto evolvere la cultura d\u2019impresa (pi\u00f9 qualit\u00e0, pi\u00f9 flessibilit\u00e0 intelligente, maggiore sensibilit\u00e0 per l\u2019innovazione in senso ampio), ancora molto resta da fare, ai piani alti e in quelli intermedi delle aziende, sia grandi che piccole e medie.<\/p>\n<p>Documenta l\u2019inchiesta de \u201cLa Stampa\u201d: \u201cIl gender gap \u00e8 in crescita: su 144 paesi analizzati dall\u2019Ocse, l\u2019Italia \u00e8 al 50\u00b0 posto, in calo di nove posizioni rispetto al 2015. Nelle opportunit\u00e0 economiche e nella partecipazione il divario \u00e8 passato dal 60% al 57%. Sulle differenze di salario l\u2019Italia \u00e8 scesa dal 109\u00b0 posto al 127\u00b0. E calano anche i ruoli manageriali e tecnici ricoperti dalle donne, dall\u201985\u00b0 all\u201987\u00b0 posto. Un grave danno per tutto il sistema Paese\u201d.<\/p>\n<p>Cosa c\u2019\u00e8 alla base di questa distorsione? Commenta Chiara Saraceno, una delle migliori sociologhe del lavoro italiane: \u201cLa mentalit\u00e0, i modelli culturali di genere e di famiglia incidono molto sul basso tasso di occupazione femminile\u201d. E ancora: \u201cAccanto alle aspettative rispetto alla famiglia, che fanno pesare sulla donna la maggior parte delle incombenze e delle responsabilit\u00e0 casalinghe, persiste una cultura aziendale largamente maschilista, che ritiene le donne inaffidabili, o meno competenti degli uomini e che considera la necessit\u00e0 di conciliare lavoro e famiglia un\u2019interferenza fastidiosa o non accettabile\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019effetto di pregiudizi, discriminazioni, \u201cgender gap\u201d \u00e8 grave: meno Pil, minore qualit\u00e0 della crescita economica, minore e peggiore competitivit\u00e0. Tutti limiti da cui uscire, il pi\u00f9 rapidamente possibile. Le scelte della Scuola Normale di Pisa, ma anche le \u201cbuone pratiche\u201d oramai diffusa in parecchie aziende su parit\u00e0, inclusione, welfare aziendale e opportunit\u00e0 per le donne possono fare da buon paradigma da seguire.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cA parit\u00e0 di merito assumiamo le donne\u201d. L\u2019annuncio arriva da Vincenzo Barone, direttore della Scuola Normale di Pisa, una delle eccellenze universitarie italiane ed europee (\u201cla Repubblica\u201d, 29 novembre). 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