{"id":51525,"date":"2017-09-19T00:00:00","date_gmt":"2017-09-18T22:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.fondazionepirelli.org\/fondazione-pirelli\/troppo-pochi-laureati-troppi-cervelli-in-fuga-ecco-perche-litalia-innova-e-cresce-lentamente\/"},"modified":"2019-10-28T17:24:32","modified_gmt":"2019-10-28T15:24:32","slug":"troppo-pochi-laureati-troppi-cervelli-in-fuga-ecco-perche-litalia-innova-e-cresce-lentamente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/it\/cultura-dimpresa\/troppo-pochi-laureati-troppi-cervelli-in-fuga-ecco-perche-litalia-innova-e-cresce-lentamente\/","title":{"rendered":"Troppo pochi laureati, troppi cervelli in fuga: ecco perch\u00e9 l\u2019Italia innova e cresce lentamente  \u00a0"},"content":{"rendered":"<p>Sono troppo pochi, i laureati in Italia. Soprattutto nei settori che riguardano l\u2019innovazione digitale, vero cardine di sviluppo economico, nel cosiddetto mondo <strong>Stem<\/strong> (science, technology, engineering e mathematics). E troppi, tra quei laureati, coloro che vanno all\u2019estero a cercare nuove e migliori opportunit\u00e0 di lavoro e di vita. E\u2019 questo il quadro di sintesi di recenti ricerche e statistiche in giorni in cui ci si rallegra per una crescita economica migliore del previsto (+1,5% di Pil nel 2017 e forse altrettanto nel 2018, secondo le pi\u00f9 recenti analisi di Bankitalia e Centro Studi Confindustria) ma si deve comunque prendere atto che \u00e8 la crescita minore tra i grandi paesi Ue e senza riuscire ancora a intaccare radicalmente il nodo della crisi sociale: la carenza di lavoro e dunque di futuro tra le giovani generazioni.<\/p>\n<p>Guardiamo alcuni dati. Secondo il rapporto annuale \u201cEducation at a Glance 2017\u201d dell\u2019Ocse, il 30% dei laureati italiani (nelle classi fra i 25 e i 64 anni, la popolazione in et\u00e0 da lavoro) ha un titolo di studio in discipline umanistiche, scienze sociali e informazione e solo il 24% nelle discipline Stem (in Germania, invece, il 35%): troppi avvocati, professori e comunicatori, pochi ingegneri e matematici, troppa cultura classica tradizionale e poca scientifica, per dirla in grande sintesi. Certo, dopo i dati sul titolo di studio, bisognerebbe anche discutere sui contenuti degli studi e sulla loro qualit\u00e0. E varrebbe anche la pena ricordare (lo abbiamo fatto spesso in questo blog) che proprio le caratteristiche dell\u2019innovazione in corso chiedono soprattutto studi multidisciplinari, culture \u201cpolitecniche\u201d, ingegneri-filosofi e umanisti memori del grande valore scientifico della stagione d\u2019oro dell\u2019Umanesimo. Resta il fatto che di ingegneri ne abbiamo pochi e ne servirebbero molti di pi\u00f9.<\/p>\n<p>Ancora qualche dato dal Rapporto Ocse: solo il 18% degli italiani da 25 a 64 anni ha una laurea, rispetto alla media Ocse del 37% (siamo fanalino di coda); e se si guarda alle generazioni pi\u00f9 giovani, 25-34 anni, il divario resta ampio: 26% di laureati in Italia contro il 57% della media Ocse. D\u2019altronde, continuiamo a investire troppo poco nell\u2019istruzione: il 4% appena del Pil, contro il 5,2% della media Ocse. Se la competitivit\u00e0 si misura sul capitale umano, non stiamo affatto bene.<\/p>\n<p>Nel \u201cGlobal Human Capital Report 2017\u201d del World Economic Forum l\u2019Italia \u00e8 solo al 35\u00b0 posto, per una bassa partecipazione al mercato del lavoro, dovuta soprattutto al \u201cgender gap\u201d (poche le donne, anche se in percentuali crescenti negli anni e in gran parte concentrate nelle lauree in processi educativi) e alla larga disoccupazione giovanile, aggravata dal forte fenomeno dei \u201cneet\u201d (i ragazzi che non studiano e non lavorano, un triste primato italiano in Europa: il 19,9%, dati Ue, luglio 2017).<\/p>\n<p>Potremmo fare molto meglio, suggerisce il World Economic Forum, se investissimo per migliorare le prestazioni del nostro capitale umano sulla scia di quel che fanno le economie pi\u00f9 avanzate. Si torna anche da questo punto di vista alla relazione tra formazione di qualit\u00e0, soprattutto nelle materie scientifiche, e opportunit\u00e0 di lavoro e di crescita. E\u2019 sempre il Rapporto Ocse a ricordare che il tasso di occupazione dei laureati adulti in Italia varia dal 71% delle \u201cbelle arti\u201d all\u201985% per \u201cingegneria, produzione industriale ed edilizia\u201d.<\/p>\n<p>Nel disequilibrio tra domanda e offerta, ad appesantire la condizione italiana e a rallentare i processi di sviluppo economico (l\u2019economia finalmente cresce, dopo un decennio di crisi, ma poco) si aggiunge il fenomeno della \u201c<strong>fuga dei talenti<\/strong>\u201d: dal 2008 al 2015 (analisi del Centro Studi Confindustria\/ \u201cIlSole24Ore\u201d 15 settembre) il 51% degli italiani che hanno spostato la residenza all\u2019estero aveva un\u2019et\u00e0 compresa tra i 15 e i 39 anni, 260mila persone. In gran parte con alto titolo di studio. E dunque con un altissimo costo per il Paese. Fare studiare tanti giovani (calcola sempre il Centro Studi Confindustria) \u00e8 costato alle famiglie e al sistema pubblico 42,8 miliardi di euro. In altri termini: quasi 43 miliardi di investimenti pubblici e privati in formazione di cui beneficeranno quei Paesi in cui i nostri giovani sono andati a lavorare e vivere. 43 miliardi \u201cbruciati\u201d per l\u2019economia italiana. Il peggio \u00e8 che quel dato si fa via via pi\u00f9 pesante: 14 miliardi solo nel 2015. Un punto di Pil. La \u201cfuga dei talenti\u201d costa un punto di Pil, di ricchezza, di sviluppo. Tutto induce a pensare che nel 2016 e nel 2017 il fenomeno resti di analoghe allarmanti dimensioni.<\/p>\n<p>Che fare? <strong>Investire sull\u2019innovazione<\/strong>. E sulla formazione. Sulle scuole superiori (con occhi molto pi\u00f9 attenti alle scuole tecniche) e sulle universit\u00e0, migliorando la qualit\u00e0 degli studi e la loro relazione con l\u2019evoluzione del mondo digitale (anche per dare ai ragazzi le conoscenze critiche e le competenze necessarie e capire e \u201cgovernare\u201d le trasformazioni in corso). E continuare a stimolare le imprese perch\u00e9 anche i loro investimenti in ricerca, innovazione e tecnologie digitali vadano avanti. La competitivit\u00e0 ha come leva essenziale un capitale umano che sappia non solo reggere le sfide dell\u2019innovazione, ma definirle, anticiparle, dare loro \u201cforma\u201d.<\/p>\n<p>Pu\u00f2 essere utile rileggere <strong>Keynes<\/strong>: \u201cSiamo colpiti da un nuovo malessere\u2026 la disoccupazione tecnologica. Una forma di disoccupazione causata dal fatto che scopriamo nuovi modi per risparmiare lavoro a una velocit\u00e0 superiore a quella alla quale scopriamo nuovi modi per impiegare il lavoro. Ma \u00e8 soltanto un disallineamento temporaneo\u201d. Era il 1930, quando Keynes scriveva un libro di grande successo, \u201cPossibilit\u00e0 economiche per i nostri nipoti\u201d. Adesso, a quasi novant\u2019anni di distanza, vale la pena riflettere sulla ancora pi\u00f9 rapida trasformazione tecnologica in corso e sulla velocit\u00e0 di cambiamenti e problemi. Il \u201cdisallineamento temporaneo\u201d, come Keynes, interventista in economia, sapeva benissimo, va governato. Appunto con politiche dell\u2019innovazione e del lavoro.<\/p>\n<p>Nel dibattito in corso sulle caratteristiche e le conseguenze dell\u2019economia digitale, sugli effetti di \u201c<strong>Industry4.0<\/strong>\u201d, si confrontano opinioni diverse, non solo tra gli economisti, ma anche tra gli imprenditori hi tech: se i robot distruggano lavoro o ne stimolino anche di nuovi, se e come avvenga il \u201criallineamento\u201d keynesiano. Un fatto \u00e8 certo: non innovare non crea lavoro. O, ribaltando il concetto, \u201csolo l\u2019innovazione pu\u00f2 creare i nuovi posti\u201d (Luca De Biase, \u201cIlSole24Ore, 20 agosto). Dunque, meglio investire. L\u2019economia digitale non \u00e8 la terra promessa. Ma va comunque seguita.<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sono troppo pochi, i laureati in Italia. Soprattutto nei settori che riguardano l\u2019innovazione digitale, vero cardine di sviluppo economico, nel cosiddetto mondo Stem (science, technology, engineering e mathematics). E troppi, tra quei laureati, coloro che vanno all\u2019estero a cercare nuove e migliori opportunit\u00e0 di lavoro e di vita. 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