{"id":52449,"date":"2018-05-15T00:00:00","date_gmt":"2018-05-15T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.fondazionepirelli.org\/fondazione-pirelli\/fuzzy-o-techie-per-le-imprese-servono-piu-filosofi-e-poeti-oltre-che-ingegneri\/"},"modified":"2019-10-28T16:25:28","modified_gmt":"2019-10-28T14:25:28","slug":"fuzzy-o-techie-per-le-imprese-servono-piu-filosofi-e-poeti-oltre-che-ingegneri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/it\/cultura-dimpresa\/fuzzy-o-techie-per-le-imprese-servono-piu-filosofi-e-poeti-oltre-che-ingegneri\/","title":{"rendered":"Fuzzy o Techie? Per le imprese servono pi\u00f9 filosofi e poeti, oltre che ingegneri"},"content":{"rendered":"<p><strong><em>Fuzzy<\/em><\/strong>, dicono gli americani della Stanford University, per indicare gli <strong>studenti delle<\/strong> <em>humanities<\/em>, le <strong>materie umanistiche<\/strong>. <em><strong>Techie<\/strong> <\/em>sono invece quelli d\u2019<strong>ingegneria e matematica<\/strong>, fisica e chimica, le cosiddette \u201cscienze dure\u201d. Nelle accese discussioni su ci\u00f2 che serve all\u2019economia e alle imprese, per crescere meglio, l\u2019opinione pubblica prevalente insiste sui <em>techie<\/em>. E soprattutto in Italia sono in tanti a lamentare la grave carenze di figure professionali formate per fare fronte alle nuove sfide produttive del mondo <em>digital<\/em>, di quella particolare dimensione di <strong><em>Industry4.0<\/em><\/strong> che lega manifattura <em>hi tech<\/em>, servizi innovativi, <strong><em>big data <\/em><\/strong>e <em>internet of things<\/em>: gli ingegneri, appunto, i tecnologi, gli informatici, i tecnici.<\/p>\n<p>Le esigenze delle imprese per una buona mano d\u2019opera aperta all\u2019innovazione sono certamente fondate, legittime: tedeschi e americani, cinesi e giapponesi investono molto in formazione scientifica e tecnica e dunque hanno tutti quei <em>techie <\/em>che servono alla produttivit\u00e0, alla competitivit\u00e0, alla crescita economica. Ed \u00e8 dunque essenziale potenziare gli ITS, gli Istituti tecnici superiori (800mila iscritti in Germania, 160mila in Francia, appena poco pi\u00f9 di 8mila in Italia: troppo pochi, per la seconda manifattura d\u2019Europa)<\/p>\n<p>Ma stanno proprio cos\u00ec, le cose? La sfida della crescita, se davvero vogliamo che sia \u201csostenibile ed equilibrata\u201d, ha bisogno soprattutto di ingegneri e chimici ma anche di altre dimensioni culturali? E, per andare un po\u2019 pi\u00f9 a fondo, di che tipo di ingegneri e chimici? E come integrare conoscenze, per farle diventare competenze originali utili allo sviluppo equilibrato del Paese?<\/p>\n<p>Per cercare di trovare risposte, vale la pena riflettere fuori dai luoghi comuni. E fermarsi un attimo proprio a Stanford, eccellenza della formazione Usa. Prendendo in mano un libro recente di <strong>Scott Hartely<\/strong>: <em>The Fuzzy and the Techie,<\/em> appunto. Ovvero <em>Why the Liberal Arts will rule the Digital World<\/em>. Pubblicato da Houghton Mifflin Harcourt, \u00e8 un saggio di grande interesse (ne ha parlato acutamente un bravo filosofo italiano, Sebastiano Maffettone, su \u201cIlSole24Ore\u201d del 18 marzo). Per le qualit\u00e0 dell\u2019autore, innanzitutto: non un filosofo n\u00e9 un letterato, ma un uomo d\u2019impresa esperto in <em>venture capital<\/em> e in <em>start up <\/em>innovative, un\u2019intensa stagione di lavoro con Google e Facebook e una competenza tecnica sofisticata nel mondo delle nuove tecnologie. La tesi di Hartley \u00e8 chiara: <strong>i <em>big data <\/em>sono vuoti se non li supporta il fattore umano, interpretandoli<\/strong> e dando loro una struttura di senso. <strong>Bisogna aggiungere conoscenza umana e umanistica alla tecnologia<\/strong>, per farla funzionare in maniera ottimale. E chi pu\u00f2 farlo meglio d\u2019un filosofo, per cui l\u2019ermeneutica (cio\u00e8 il lavoro d\u2019interpretazione dei testi, ma anche della realt\u00e0) \u00e8 pane quotidiano? Gli algoritmi che guidano la nuova civilt\u00e0 delle macchine vanno scritti, modificati nel tempo, interpretati. Devono tradurre la complessit\u00e0 di elementi e comportamenti, gestire fenomeni molteplici, trovare una linea tra conflitti. Mestiere da filosofi, appunto. Da chi sa tutto di tecniche ma ne conosce e le governa anche il senso, gli indirizzi, le questioni aperte. E da chi, proprio nel mondo segnato da macchine tecnologicamente sofisticatissime, deve non dimenticare mai l\u2019umanit\u00e0 e i valori. Filosofi e ingegneri. O anche ingegneri-filosofi. E poeti-ingegneri. \u201cStudiate <em>humanities\u201d<\/em>, dunque, consigliano i professori di Stanford ai loro studenti.<\/p>\n<p>Quello di Hartely \u00e8 un messaggio analogo all\u2019appello a essere \u201crinascimentali\u201d lanciato da Steve Jobs agli studenti americani. E proprio nelle due parole italiane, Umanesimo e Rinascimento, sta la chiave di riflessione migliore: erano uomini dal sapere completo, gli umanisti, non separavano scienza da conoscenza, bellezza da matematica, equilibrio di forme architettonica da urbanistica, macchine da uomini. Avevano una sapienza complessa e completa, una solida \u201ccultura politecnica\u201d. Attitudini da ritrovare. E su cui fondare un rilancio della \u201cbuona scuola\u201d.<\/p>\n<p>\u201cFarsi guidare dall\u2019intelligenza artificiale, dai suoi algoritmi, finisce per fare di noi delle macchine banali\u201d, avverte <strong>Edgar Morin<\/strong>, uno dei maggiori filosofi contemporanei, nell\u2019introduzione a \u201cIl tempo della complessit\u00e0\u201d di<strong> Mauro Ceruti<\/strong>, Raffaello Cortina Editore. L\u2019interrogazione sul senso delle cose e dunque sulla stessa nuova fase di sviluppo ad alta tecnologia \u201cha bisogno di una conoscenza transdisciplinare, capace di estrarre, assimilare e integrare le conoscenze ancora separate, compartimentate, frammentate. Ha bisogno di un pensiero complesso, cio\u00e8 capace di legare, di articolare le conoscenze e non soltanto di giustapporle\u201d.<\/p>\n<p>Non basta insomma la tecnica, anche alla stessa crescita tecnologica, se di tanto avanzare non si colgono significati, limiti, valori di fondo. Se, accanto al \u201ccome\u201d, scienza ed economia non si pongono anche il problema del \u201cperch\u00e9\u201d e del \u201cfine\u201d.<\/p>\n<p>Anche da questa strada si torna al valore delle conoscenze umanistiche, da tenere ben strette alle competenze.<\/p>\n<p>Ne avremo anche delle imprese migliori, pi\u00f9 produttive e competitive. \u201cI filosofi in azienda fanno decollare il profitto\u201d, ha titolato \u201cAffari&amp;Finanza\u201d, il settimanale economico de \u201cla Repubblica\u201d (23 aprile)\u00a0 citando il quotidiano inglese \u201cThe Guardian\u201d e raccontando il lavoro di Lou Marinoff, filosofo da pi\u00f9 di vent\u2019anni consulente aziendale e di <strong>Paolo Cervari<\/strong>, autore, con Neri Pollastri, d\u2019un libro di successo, nella letteratura manageriale, \u201cIl filosofo in azienda &#8211; Pratiche filosofiche per le organizzazioni\u201d, edito da Apogeo Education. Ci sono crisi da affrontare, valori da condividere (responsabilit\u00e0, inclusione, fiducia, passione, partecipazione), relazioni da interrompere o da ristabilire. E non servono pratiche manageriali n\u00e9 strumenti economicistici, ma discussioni sul senso delle cose che si fanno, sullo spirito di comunit\u00e0, sull\u2019importanza delle persone. E senza persone consapevoli e responsabili non c\u2019\u00e8 impresa.<\/p>\n<p>Lo spiega bene un altro filosofo d\u2019azienda, <strong>Roger Steare<\/strong>, professore alla Cass Business School della City University di Londra: \u201cSpesso si sostiene la tesi che profitto e filosofia siano incompatibili, ma \u00e8 un grande equivoco. La difficolt\u00e0 infatti non \u00e8 tra filosofia e profitto, quanto tira la saggezza e il tentativo di raggiungere il profitto a breve termine. Quello che bisogna cercare di realizzare \u00e8 un valore sostenibile e a lungo termine\u201d. Un\u2019efficace filosofia della buona economia e dell\u2019impresa capace di pensieri lunghi e di solidi valori.<\/p>\n<p><strong><em>\u00a0<\/em><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Fuzzy, dicono gli americani della Stanford University, per indicare gli studenti delle humanities, le materie umanistiche. Techie sono invece quelli d\u2019ingegneria e matematica, fisica e chimica, le cosiddette \u201cscienze dure\u201d. Nelle accese discussioni su ci\u00f2 che serve all\u2019economia e alle imprese, per crescere meglio, l\u2019opinione pubblica prevalente insiste sui techie. 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