{"id":69923,"date":"2019-10-15T11:26:59","date_gmt":"2019-10-15T09:26:59","guid":{"rendered":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/?p=69923"},"modified":"2019-10-15T11:26:59","modified_gmt":"2019-10-15T09:26:59","slug":"fare-le-cose-difficili-la-priorita-per-la-scuola-e-una-formazione-continua-trasversale-e-politecnica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/it\/cultura-dimpresa\/fare-le-cose-difficili-la-priorita-per-la-scuola-e-una-formazione-continua-trasversale-e-politecnica\/","title":{"rendered":"&#8220;Fare le cose difficili\u201d: la priorit\u00e0 per la scuola e una formazione continua, trasversale e politecnica"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: left;\">Ecco la lezione di un grande maestro, Gianni Rodari: \u201c\u00c8 difficile fare le cose difficili:\/ parlare al sordo,\/ mostrare la rosa al cieco.\/ Bambini, imparate a fare cose difficili:\/ dare la mano al cieco,\/ cantare per il sordo,\/ liberare gli schiavi che si credono liberi\u201d.<\/p>\n<p>Rodari \u00e8 stato uno scrittore molto amato da generazioni di genitori, che hanno letto le sue \u201cFavole al telefono\u201d e \u201cIl libro delle filastrocche\u201d a migliaia di bambini che, diventati a loro volta genitori, hanno continuato a leggerle ai figli, in un circuito virtuoso che ancora dura. Imparare \u201cla grammatica della fantasia\u201d e \u201cfare le cose difficili\u201d: la scelta sapiente di chi prova, fin dalla minore et\u00e0, a fare bene le cose e s\u2019impegna a cambiarle.<\/p>\n<p>Quella frase sull\u2019attenzione per \u201cfare le cose difficili\u201d, gi\u00e0 dai primi anni di scuola, \u00e8 risuonata pi\u00f9 volte durante le discussioni degli Aspen Seminars for Leaders di Venezia, dedicati quest\u2019anno a discutere, tra l\u2019altro, di identit\u00e0 italiana nel contesto europeo, centralit\u00e0 dell\u2019industria e del \u201cnuovo triangolo industriale\u201d (Lombardia, Emilia e Veneto) nella rivoluzione digitale, societ\u00e0 data driven, salute e turismo, disparit\u00e0 sociali. Tutte le discussioni, per strade diverse, hanno portato verso un\u2019attenzione particolare per i temi della formazione e della scuola, dalle prime classi delle elementari ai pi\u00f9 sofisticati master universitari. Una scuola in cui \u201csi impari a imparare\u201d e ad avere gli strumenti necessari per fare fronte, lungo tutta la vita, alle evoluzioni di scienza, cultura, processi economici, fenomeni sociali e politici. Una scuola che sia consapevole della \u201cobsolescenza della conoscenza\u201d accelerata dall\u2019evoluzione frenetica della societ\u00e0 digitale e dunque sappia affrontare le sfide della conoscenza critica, del tempo della riflessione e della comprensione, della necessit\u00e0 di fornire persone utili al mondo delle imprese e del lavoro ma anche persone critiche, cittadini consapevoli della complessit\u00e0 della cultura e della necessit\u00e0 di un pensiero ben informato, critico e responsabile. Questioni generali, come si vede. Che riguardano la scuola come strumento essenziale di scelte che sono pi\u00f9 ampie, generali: politiche, culturali, di equilibri sociali e civili.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9 il ricordo della lezione di Rodari sulle \u201ccose difficili\u201d. E\u2019 indispensabile non cedere alla banalizzazione della conoscenza, al degrado del linguaggio, all\u2019appiattimento delle competenze, alla caduta nella volgarit\u00e0 (fare cultura popolare, indispensabile, non vuol dire affatto cedere alla sciattezza e ai comportamenti volgari). Ma, semmai, dare spazio a una crescente consapevolezza diffusa del bisogno di ridurre la complessit\u00e0 a semplicit\u00e0 e di capire il pi\u00f9 possibile senso e direzione dei cambiamenti, per cercare di governarli e indirizzarli. Abbiamo ancora una scuola costruita secondo i modelli della vecchia civilt\u00e0 industriale: si studia per diciassette\/ diciotto anni (dalle elementari alla laurea) acquisendo conoscenze utili per il resto della vita e poi si va a lavorare, quasi sempre nello stesso posto, facendo carriera per accumulo di competenze settoriali o (nel peggiore dei casi) per anzianit\u00e0.<\/p>\n<p>L\u2019economia digitale, la globalizzazione, i rapidi progressi di scienza e tecnologia, negli ultimi anni, hanno cambiato radicalmente il quadro: i saperi si usurano nell\u2019arco di pochi anni, i lavori si cambiano spesso. Dunque? Il ciclo della formazione deve durare tutta la vita: long life learning, dicono gli esperti. Il che cambia metodi di insegnamento e apprendimento, stili didattici, ma anche gli stessi luoghi fisici in cui si studia: non pi\u00f9 le classi tradizionali buoni per\u00a0 la \u201clezione frontale\u201d, ma luoghi aperti e dinamici di insegnamento, confronto, interazione, nell\u2019incrocio virtuoso tra lavoro e formazione, almeno dalla fine dell\u2019universit\u00e0 in poi. Con una didattica &#8211; ecco un altro punto chiave &#8211; che sia soprattutto multidisciplinare e trasversale (abbiamo parlato pi\u00f9 volte, in questo blog, degli ingegneri poeti e filosofi e dei medici ingegneri: tutte attivit\u00e0 didattiche gi\u00e0 in corso, laddove si va avanti con l\u2019innovazione scolastica)<\/p>\n<p>Queste considerazioni sommarie portano a dire che proprio sulla scuola, sulla formazione, dovrebbero concentrarsi gli investimenti maggiori di un Paese responsabilmente in cerca di come costruire un futuro migliore per le nuove generazioni. Ci si ferma invece, appena a poco pi\u00f9 dell\u20191,2% del Pil. Una miseria. La legge finanziaria in preparazione da parte del governo Conte bis non fa eccezione alla trasandatezza del passato (ma ci si ostina su quel provvedimento anti-giovani e anti-sviluppo che \u00e8 \u201cquota 100\u201d: troppa gente mandata anzitempo in pensione, ingiustamente, costosamente e improduttivamente).<\/p>\n<p>Ci sono, insomma, pochi soldi per la sicurezza e l\u2019efficienza degli edifici, pochi per la qualificazione degli insegnanti e il premio a chi lavora meglio, pochi per le tecnologie della nuova didattica, pochi per le relazioni tra scuola e lavoro. Ma senza investire sulla formazione non c\u2019\u00e8 sviluppo che tenga. E nessuno o quasi, negli ambienti di governo e tra la maggior parte delle forze politiche, se ne preoccupa e se ne occupa. Continuiamo a essere in coda ai paesi europei per numero di laureati. I dati resi noti alcuni giorni fa (\u201cLa Stampa\u201d, 13 ottobre) dalla Fondazione Italia Education e dal rapporto Unioncamere-Anpal dicono che da oggi al 2023 mancheranno almeno 165mila laureati per fare fronte ai fabbisogni di lavoro nelle aziende (quasi 182mila, secondo le stime di maggior crescita dell\u2019offerta). In Italia si laurea, insomma, troppo poca gente. E molti si laureano in settori che non hanno mercati di sbocco. Mancano matematici e ingegneri, medici, economisti, statistici e filosofi bravi a lavorare nel mondo dei big data ed esperti nei settori dell\u2019energia e della sostenibilit\u00e0, ambientale e sociale. Sono sovrabbondanti i laureati in lettere e scienza della comunicazione.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 tutto un riequilibrio da progettare con intelligenza e flessibilit\u00e0, tutto un mondo da riavviare, lungo le strade delle \u201creti politecniche\u201d che innovino l\u2019incrocio dei saperi e dei lavori, tra scienza, tecnologia e materie umanistiche. Come? Un governo e una politica responsabilmente interessati a costruire un migliore futuro dovrebbero occuparsene, come una priorit\u00e0. Purtroppo, coloro che stanno tra Palazzo Chigi e il Parlamento non sembra proprio che ne siano anche pallidamente consapevoli. Non saprebbero mai, appunto, \u201cfare le cose difficili\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ecco la lezione di un grande maestro, Gianni Rodari: \u201c\u00c8 difficile fare le cose difficili:\/ parlare al sordo,\/ mostrare la rosa al cieco.\/ Bambini, imparate a fare cose difficili:\/ dare la mano al cieco,\/ cantare per il sordo,\/ liberare gli schiavi che si credono liberi\u201d. 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