{"id":73699,"date":"2020-01-14T14:11:10","date_gmt":"2020-01-14T13:11:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/?p=73699"},"modified":"2020-01-14T14:11:10","modified_gmt":"2020-01-14T13:11:10","slug":"ecco-perche-ce-unitalia-buy-e-non-sell-con-imprese-che-si-ostinano-a-crescere-e-costruire-un-migliore-futuro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/it\/cultura-dimpresa\/ecco-perche-ce-unitalia-buy-e-non-sell-con-imprese-che-si-ostinano-a-crescere-e-costruire-un-migliore-futuro\/","title":{"rendered":"Ecco perch\u00e9 c\u2019\u00e8 un\u2019Italia \u201cbuy\u201d e non \u201csell\u201d, con imprese che si ostinano a crescere e costruire un migliore futuro"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: left;\">\u201cL\u2019Italia \u00e8 un buy, non un sell\u201d. <strong>Francesco Daveri<\/strong> e <strong>Gianmario Verona<\/strong> usano il linguaggio degli investitori di Borsa per parlare delle <strong>prospettive dell\u2019economia italiana<\/strong>, sostenendo, in sintesi, che nonostante tutto, ci si pi\u00f9 ancora fidare del nostro Paese. Nonostante la fragilit\u00e0 di una crescita economica inchiodata sullo \u201czero virgola\u201d, visto che le nostre esportazioni, comunque, vanno bene. E nonostante la <strong>crescita del debito pubblico<\/strong>, perch\u00e9 riusciamo sempre a non essere, anche in <strong>tempi di crisi<\/strong>, debitori morosi.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Daveri e Verona sono economisti autorevoli, direttore del <strong>Master in Business Administration<\/strong> <strong>della Sda Bocconi<\/strong> il primo, Rettore della Bocconi il secondo. E hanno affidato alle pagine del \u201cCorriere della Sera\u201d (12 gennaio) la loro opinione a effetto, per cercare di introdurre alcuni elementi di riflessione critica in un coro, soprattutto internazionale, che guarda all\u2019economia italiana come a un punto di crisi per tutta la Ue e che trova ampia eco sulla grande stampa (\u201cThe New York Times\u201d, \u201cThe Economist\u201d).<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Sostengono Daveri e Verona che <strong>i timori di recessione sono stati sopravvalutati<\/strong>, visto che \u201cnegli ultimi due anni l\u2019economia italiana \u00e8 rimasta pi\u00f9 o meno ferma dov\u2019era\u201d e che comunque \u201cla sua incapacit\u00e0 di crescere a tassi decenti non \u00e8 una novit\u00e0\u201d: siamo pi\u00f9 o meno fermi da vent\u2019anni. Eppure, in questo quadro, <strong>molte imprese, soprattutto nelle regioni del Nord, innovano, investono, crescono<\/strong>, cambiano lo stile manageriale (pure in tante piccole e medie d\u2019origine familiare) ed esportano, per 655 miliardi di dollari, confermandoci all\u2019ottavo posto nel mondo dopo Cina, Usa, Germania, Giappone, Francia, Regno Unito e Corea.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\"><strong>Siamo, insomma un paese con un alto livello di \u201cresilienza\u201d<\/strong> e anche nel Mezzogiorno, in piena crisi di deindustrializzazione, ci sono aree dinamiche, come dimostra, per esempio, \u201cil duraturo successo dell\u2019industria meccatronica di Bari\u201d. Senza negare e dimenticare tutte le nostre negativit\u00e0, dunque, <strong>all\u2019Italia si pu\u00f2 guardare con interesse e attenzione, anche per importanti investimenti internazionali<\/strong>. Un altro economista bocconiano di gran nome, <strong>Francesco Giavazzi<\/strong>, usa toni critici ma lontani dal pessimismo totale: \u201cTornare a crescere si pu\u00f2. Proviamoci insieme\u201d, \u00e8 il titolo di un lungo editoriale su \u201cSette\u201d, il magazine del \u201cCorriere della Sera\u201d (10 gennaio), in cui si nota che \u201cci sono due paesi: uno che lotta per dividersi una torta sempre pi\u00f9 piccola, un altro che compete nel mondo\u201d e si insiste sulla necessit\u00e0 di aiutare le imprese a crescere, sviluppare le tecnologie 4.0 e \u201cspostare le risorse dalle aziende improduttive a quelle produttive\u201d, con <strong>scelte opportune di politica industriale e fiscale<\/strong>. E\u2019 vero, \u201cqueste riallocazioni hanno dei costi\u201d politici e sociali, rompono abitudini, clientele, aspettative, spostano equilibri. Ma \u201cvale la pena pagarli\u201d, proprio in nome dello sviluppo, del lavoro, delle prospettive delle nuove generazioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">C\u2019\u00e8 un\u2019altra voce rilevante da ascoltare, in questo contesto di cauto, critico ottimismo sull\u2019Italia: quella di <strong>Marco Fortis<\/strong>, vicepresidente della <strong>Fondazione Edison<\/strong>, economista tra i pi\u00f9 competenti sui movimenti dell\u2019economia reale. Guardando agli andamenti di lungo periodo, Fortis, in un articolo su \u201cIl Sole24Ore\u201d (7 gennaio) intitolato \u201cPil, quando l\u2019Italia fa meglio della Germania\u201d, documenta che da 2015 al 2017 \u201cla nostra manifattura ha creato pi\u00f9 valore aggiunto di tedeschi e francesi, sostenendo gli investimenti\u201d, mentre \u201cil periodo 2010-2014 \u00e8 stato segnato da un eccesso d\u2019austerit\u00e0 che ha colpito la crescita economica\u201d. <strong>Bisogna puntare sull\u2019industria, dunque,\u00a0 per rimettere in moto la crescita e riequilibrare cos\u00ec deficit e debito<\/strong>. Non tagli (se non alla spesa pubblica improduttiva), ma investimenti produttivi. Una indicazione chiara per tutta la strategia dell\u2019Europa.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Cosa ricavare da questi interessanti punti di vista? Nessuno, naturalmente, nega \u201cla stagnazione\u201d (confermata proprio ieri dagli ultimi dati del Centro Studi Confindustria) n\u00e9 la perdurante stasi della produttivit\u00e0 in Italia. Cos\u00ec come vanno registrati con preoccupazione i dati che dicono di un rallentamento dell\u2019industria anche nelle aree forti del Paese, in Lombardia, Emilia e Nord Est (lo rivelano anche le pi\u00f9 recenti indagini del Centro Studi Assolombarda). E, quanto all\u2019<strong>occupazione<\/strong>, \u00e8 vero che sono cresciuti i posti di lavoro, ma non le ore lavorate, segno di un peggioramento di condizioni, redditi e, appunto, produttivit\u00e0, come nota un giornalista acuto e ben informato, <strong>Dario Di Vico<\/strong>, evidenziando \u201clo strano caso del divorzio tra Pil e occupazione\u201d (\u201cCorriere della Sera\u201d, 11 gennaio) e documentando \u201cil boom dei \u2018lavoretti\u2019, il nodo del terziario debole, a basso valore aggiunto e l\u2019industria che frena\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Eppure, nonostante tutto, ci sono margini per la ripresa (il governo prevede una crescita 2020 dello 0,6% del Pil), con \u201cfondamentali economici\u201d da non dimenticare. Come? <strong>Il \u201ccambio di paradigma\u201d necessario per la nostra economia, secondo criteri di sostenibilit\u00e0 ambientale e sociale<\/strong>, facendo leva sul <strong>green new deal<\/strong> tanto caro alla Ue e sulle misure contro le diseguaglianze sociali e per un miglioramento della formazione e della \u201c<strong>economia della conoscenza<\/strong>\u201d trova molte delle nostre imprese in piena sintonia, per caratteristiche sociali e culturali di fondo, per diffusa <strong>sensibilit\u00e0 verso l\u2019inclusione sociale e il welfare<\/strong>, per consapevolezza del legame stretto tra competitivit\u00e0 e solidariet\u00e0 (lo documentano bene le pagine delle ricerche di Symbola e del Centro Studi Confindustria).<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">La crescita, pur in tempi di crisi, delle imprese pi\u00f9 dinamiche (proprio quelle cui guardano gli economisti citati in questo blog) conferma un\u2019<strong>innovativa forza di larghi settori della nostra economia<\/strong>, in grado di reggere la concorrenza. Lo racconta anche <strong>Federico Fubini<\/strong> su \u201cL\u2019Economia\u201d del \u201cCorriere della Sera\u201d, 13 gennaio: \u201cSommersi &amp; salvati, l\u2019industria che resiste al passo della recessione: farmaceutica, macchine, food e beverage sono tornati ben oltre i livelli di fatturato pre-Lehman, anche con politiche di investimento sostenute e sopra la media\u201d, anche se \u201ci quattro quinti del manifatturiero restano in mezzo al guado\u201d. In sintesi: c\u2019\u00e8 da essere preoccupati, ma non disperati. E &#8211; ecco un punto importante &#8211; tutto questo succede in tempi di disattenzione se non di vera e propria ostilit\u00e0 verso le imprese presente in ambienti di governo. Una ostilit\u00e0 irresponsabile, un grave errore politico. Cui le imprese, comunque reagiscono, come possono e come sanno.<\/p>\n<p style=\"text-align: left;\">Al quadro va aggiunta pure la vitalit\u00e0 che si registra in ampie zone dell\u2019Italia, nel Nord ma anche nel Mezzogiorno (qui purtroppo molto pi\u00f9 sporadicamente) e che rivela una <strong>grande voglia di sviluppo<\/strong>, fuori dalle secche della crescita stentata e dalle irresponsabili derive della \u201cdecrescita infelice\u201d. Sono, tutti questi, elementi cui il mondo politico deve guardare con molta attenzione e profondo senso di responsabilit\u00e0. Le imprese, i lavoratori italiani, i nostri giovani, meritano scelte politiche e di governo che sappiano valorizzare e dare prospettive a quando di buono sta maturando, senza nutrire, con la propaganda cinica sulla crisi, disperazioni e rancori, ma dando forza alle speranze e alla volont\u00e0 ragionevole di cambiamento. Spazio a un\u2019Italia, appunto, buy e non sell. Nonostante tutto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cL\u2019Italia \u00e8 un buy, non un sell\u201d. Francesco Daveri e Gianmario Verona usano il linguaggio degli investitori di Borsa per parlare delle prospettive dell\u2019economia italiana, sostenendo, in sintesi, che nonostante tutto, ci si pi\u00f9 ancora fidare del nostro Paese. 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