{"id":77341,"date":"2020-05-04T07:56:11","date_gmt":"2020-05-04T06:56:11","guid":{"rendered":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/?p=77341"},"modified":"2020-05-04T07:56:11","modified_gmt":"2020-05-04T06:56:11","slug":"una-crisi-da-non-sprecare-seguendo-la-cattiva-strada-dello-stato-padrone-e-dei-sussidi-invece-di-sostenere-il-rilancio-di-imprese-lavoro-e-innovazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/it\/cultura-dimpresa\/una-crisi-da-non-sprecare-seguendo-la-cattiva-strada-dello-stato-padrone-e-dei-sussidi-invece-di-sostenere-il-rilancio-di-imprese-lavoro-e-innovazione\/","title":{"rendered":"Una crisi \u201cda non sprecare\u201d seguendo la cattiva strada dello \u201cStato padrone\u201d<br> e dei sussidi, invece di sostenere il rilancio di imprese, lavoro e innovazione"},"content":{"rendered":"<p>\u201cLe crisi peggiori sono quelle che si sprecano\u201d, sosteneva <strong>Winston Churchill<\/strong>. Perch\u00e9 la crisi \u00e8 appunto frattura e cambiamento. E chiede, per non essere sprecata, una buona politica, lungimirante, ambiziosa, contemporaneamente visionaria e concreta. Nei nostri giorni difficili, sotto l\u2019urto di pandemia e recessione, stiamo rischiando quello spreco.<\/p>\n<p>I <strong>segnali d\u2019allarm<\/strong>e sono evidenti. A cominciare dall\u2019incrocio tra scarsa capacit\u00e0 di governo nell\u2019usare bene le risorse finanziarie per salvare le imprese dal disastro e la crescita d\u2019una tendenza inquietante alla statalizzazione dell\u2019economia. Avevamo gi\u00e0 messo in luce, nei blog delle scorse settimane, l\u2019affermarsi, in parecchi settori dell\u2019opinione pubblica e purtroppo anche in ambienti politici e di governo, di un <strong>clima anti imprese<\/strong>, di una ostilit\u00e0 nei confronti dell\u2019intraprendenza privata, delle culture del mercato e del merito, dei valori sociali dell\u2019industria e dell\u2019innovazione economica. Adesso, proprio l\u2019appesantirsi della crisi, con le sue conseguenze di caduta dei redditi, disagio, paura e preoccupazione per il futuro, ha fatto riemergere un bisogno diffuso di protezione, di aiuto, di sostegno pubblico.<\/p>\n<p>Nella fase dell\u2019emergenza, certo, \u00e8 indispensabile un intervento della mano pubblica per fare rapidamente fronte ai rischi di chiusura delle attivit\u00e0 economiche, soprattutto quelle dei servizi e delle piccole e piccolissime imprese e per garantire un sostegno economico a chi ha perso lavoro e reddito. Ma, dietro questa urgenza, si fa strada una tentazione di ben altra natura, e di lungo periodo: \u00e8 riemersa\u00a0 l\u2019antica passione italiana per un\u2019<strong>economia del sussidio<\/strong>, dell\u2019assistenza, della tutela di corporazioni e clientele, contrapposta a un\u2019economia della produzione. Un reddito di cittadinanza, d\u2019emergenza, universale o comunque lo si voglia chiamare, senza lavorare, invece che un lavoro che produce reddito. La tendenza diventa generale, va oltre i confini dell\u2019emergenza, assume i contorni di una sub-cultura che guarda al sussidio, non al salario. Ed \u00e8 una vera e propria minaccia di sconvolgimento radicale della convivenza civile, oltre che delle possibilit\u00e0 di ripresa.<\/p>\n<p>Ala passione per il sussidio s\u2019aggiunge la strada insidiosa del \u201c<strong>ritorno dello Stato padrone<\/strong>\u201d. Gi\u00e0 adesso la mano pubblica controlla quasi met\u00e0 di Piazza Affari, si prepara a entrare nell\u2019Ilva e a dominare del tutto Alitalia. E guarda all\u2019influenza su migliaia di imprese, convertendo i crediti garantiti dallo Stato in azioni. Ci si prepara a un\u2019ondata di nazionalizzazioni? Lo strumento principe di questa strategia da \u201c<strong>Iri2<\/strong>\u201d \u00e8 la Cassa Depositi e Prestiti, l\u2019istituto che raccoglie il risparmio postale degli italiani ed \u00e8 saldamente presidiato dal governo (anche se azionisti rilevanti sono pure alcune importanti fondazioni bancarie, che non sembrano particolarmente inclini a facili statalizzazioni).<\/p>\n<p>Per rispondere alla crisi e salvare imprese, un intervento pubblico temporaneo, naturalmente, pu\u00f2 avere un senso. La Germania, la Francia e altri paesi europei si muovono in questa direzione, con la forza tradizionale di strutture pubbliche potenti ed efficienti. \u201cPi\u00f9 di un euro su due degli aiuti alle imprese \u00e8 speso dalla Germania\u2026 quasi mille miliardi di euro\u201d, documenta \u201cIl Foglio\u201d. E il caso Lufthansa (dieci miliardi per acquisire il 25% della compagnia aerea e finanziarne la ripresa) \u00e8 solo l\u2019esempio pi\u00f9 noto di una strategia di intervento pubblico. Gli effetti, a conclusione della crisi, si faranno sentire.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 Stato, allora? Dipende dalle forme di finanziamento e di investimento. Meglio di no, se l\u2019intervento pubblico \u00e8 visto come condizionamento della strategia delle imprese. E se un intervento va fatto, pena il fallimento di parte rilevante del sistema industriale, allora sarebbero indispensabili limiti chiari: finanziamento a fondo perduto e non solo credito, una scadenza di rimborso a lungo periodo e, nel caso di una scelta di <em><strong>equity<\/strong> <\/em>pubblica, una <strong><em>governance<\/em><\/strong> delle imprese indipendente e autorevole, per riportare sul mercato e verso l\u2019azionariato privato le imprese, evitando le tentazioni, abbastanza forti, di rafforzare, proprio con lo \u201cStato padrone\u201d, la presa di partito e delle burocrazie pubbliche sull\u2019economia e sulle societ\u00e0.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 una retorica affascinante, che ha preso corpo in questi mesi di crisi. La <strong>retorica della Ricostruzione<\/strong>. Una retorica bella, carica di valori politici e civili straordinari. Ma anche una retorica fuorviante. Quegli anni, dal 1945 ai primi Cinquanta, avevano all\u2019opera una classe dirigente giovane ed entusiasta, formata nelle tensioni politiche e morali della battaglia contro il nazifascismo e appassionata dalle idee delle libert\u00e0 democratica. Era alla testa delle nuove istituzioni della Repubblica e si muoveva con spirito unitario verso un miglior futuro dell\u2019Italia, pur nel mezzo di durissimi conflitti politici e sociali. Avvertiva un forte senso di responsabilit\u00e0, che dava corpo istituzionale e politico alle intraprendenze e ai desideri di ripresa, occupazione, benessere di lavoratori e imprenditori (come il \u201cpatto per il lavoro\u201d tra la Cgil guidata da Giuseppe Di Vittorio e la Confindustria di Angelo Costa: \u201cPrima le fabbriche, poi le case\u201d). E si guardava all\u2019Europa unita come orizzonte positivo di ulteriori libert\u00e0 e di opportunit\u00e0 di crescita economica. Il \u201c<strong>boom economico\u201d<\/strong> successivo, sino alla met\u00e0 degli anni Sessanta, era un incrocio tra vitalismo degli attori sociali e scelte di buon intervento pubblico (con un riformismo, per\u00f2, frustrato nel tempo dagli istinti pi\u00f9 conservatori).<\/p>\n<p>Era stato essenziale, l\u2019Iri (l\u2019Istituto per la Ricostruzione Industriale), nato dei primi Anni Trenta del Novecento, per salvare la gracile industria italiana dalle conseguenze della Grande Crisi del 1929 partita da Wall Street e poi rilanciato nel dopoguerra. Era stato governato, fin dalla sua fondazione, da manager ispirati da una cultura e un\u2019etica delle responsabilit\u00e0 da <em>civil servant<\/em>, come Alberto Beneduce, un economista di formazione socialista e capace di grande autonomia, anche sotto un regime pervasivo come il fascismo. E nel dopoguerra, soprattutto per impulso di altri<strong> grandi manager<\/strong>, come Oscar Sinigaglia, Agostino Rocca, Giuseppe Luraghi e Pasquale Saraceno (che avrebbe guidato la stagione migliore della Cassa per il Mezzogiorno) e di banchieri colti e di ampie vedute, come Raffaele Mattioli, presidente della Banca Commerciale Italiana, l\u2019Iri aveva avuto, insieme all\u2019Eni di <strong>Enrico Mattei<\/strong>, un ruolo fondamentale per avviare la ricostruzione e sostenere il rilancio dell\u2019economia e dell\u2019industrializzazione del Paese: infrastrutture (come l\u2019Autostrada del Sole, per citare la pi\u00f9 nota), energia, servizi, finanza, industria di base, dall\u2019acciaio alla chimica. Poi, dagli anni Settanta, l\u2019inizio del degrado: un\u2019eccessiva influenza politica, i frequenti salvataggi di imprese decotte (l\u2019inutilit\u00e0 del famoso \u201cpanettone di Stato\u201d), un management, tranne poche eccezioni, scelto per fedelt\u00e0 di partito pi\u00f9 che per competenza e lungimiranza aziendale e per cultura d\u2019impresa produttiva e competitiva. E un sistema bancario inefficiente, ridotto alla fine degli anni Ottanta, a una \u201cforesta pietrificata\u201d (l\u2019espressione, quanto mai efficace, \u00e8 di Giuliano Amato, ministro del Tesoro e poi presidente del Consiglio nei primi anni Novanta, la stagione complessa del rinnovamento economico e delle privatizzazioni).<\/p>\n<p>Quei tempi sono passati. Senza rimpianto. Il mondo economico italiano, semmai, ha bisogno, proprio per uscire dalla crisi, di rilancio, internazionalizzazione, maggiore produttivit\u00e0, migliore competitivit\u00e0, impegno per la <em><strong>green economy<\/strong> <\/em>e un\u2019impresa sostenibile efficiente e responsabile. Al potere pubblico, allo Stato, ai governi, compete definire regole chiare, impostare controlli efficaci, investire in infrastrutture di base, ricerca e formazione, garantire le condizioni per un mercato aperto e trasparente. Essere non \u201cuno Stato imprenditore\u201d che s\u2019impiccia nella gestione d\u2019impresa ma un buon costruttore di strategie politiche, nazionali ed europee, per fare crescere le imprese e rendere efficienti i mercati.<\/p>\n<p>Abbiamo, insomma, bisogno di <strong>buona politica<\/strong>, non di scelte ideologiche da mano pubblica pervasiva e trame da piccolo cabotaggio di potere.<\/p>\n<p>Il problema \u00e8 che purtroppo ci tocca fare i conti con una situazione politica quanto mai fragile e poco all\u2019altezza delle sfide che incombono. Usciamo da anni di polemiche (un po\u2019 fondate un po\u2019 tanto strumentali) contro la \u201ccasta\u201d dei politici e delle \u00e9lite, di un populismo anti-parlamentare che si proponeva di \u201caprire il Parlamento come una scatoletta di tonno\u201d e di un sovranismo localistico e anti-europeo, con le istituzioni segnate da una popolazione di rappresentanti \u201cnominati\u201d dai vertici di partito per fedelt\u00e0 ai leader piuttosto che per capacit\u00e0 e competenze. La buona politica, con i suoi progetti, \u00e8 stata sostituita dall\u2019ossessione per la comunicazione frenetica dei <em>social media<\/em>, in un contesto, peraltro, affollato da <strong><em>fake news <\/em>e<\/strong> da un rumore di fondo che non favorisce n\u00e9 la consapevolezza n\u00e9 la capacit\u00e0 critica responsabile. L\u2019orizzonte delle trasformazioni di lungo periodo (il lavoro politico da buon politico, da statista) \u00e8 offuscato dalla mediocrit\u00e0 del successo personale istantaneo e compulsivo dei <em>like<\/em>.<\/p>\n<p>Risalire la china, per uscire dalla crisi, \u00e8 per\u00f2 indispensabile. E un cambiamento di toni, scelte, cultura di governo, \u00e8 l\u2019orizzonte immediato di un impegno comune. Ci sono, in Parlamento e al governo, personalit\u00e0 e settori che mostrano una certa lungimiranza e un chiaro senso di responsabilit\u00e0. E ci sono forze sociali attente, dotate di conoscenza e competenze, capaci di critica consapevole, di proposta, di collaborazione. Il Quirinale \u00e8 punto di riferimento saldo, di regole, competenze e garanzie democratiche, con una sicura visione europea. Questo paese, cos\u00ec generoso e responsabile proprio nell\u2019attuale stagione di difficolt\u00e0 e di dolore, merita scelte serie, un <strong>migliore futuro<\/strong>.<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cLe crisi peggiori sono quelle che si sprecano\u201d, sosteneva Winston Churchill. Perch\u00e9 la crisi \u00e8 appunto frattura e cambiamento. E chiede, per non essere sprecata, una buona politica, lungimirante, ambiziosa, contemporaneamente visionaria e concreta. Nei nostri giorni difficili, sotto l\u2019urto di pandemia e recessione, stiamo rischiando quello spreco. I segnali d\u2019allarme sono evidenti. 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