{"id":94038,"date":"2023-01-18T10:07:13","date_gmt":"2023-01-18T09:07:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/?p=94038"},"modified":"2023-01-18T10:07:13","modified_gmt":"2023-01-18T09:07:13","slug":"la-scelta-di-un-fondo-sovrano-ue-per-evitare-i-danni-dei-protezionismi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/it\/cultura-dimpresa\/la-scelta-di-un-fondo-sovrano-ue-per-evitare-i-danni-dei-protezionismi\/","title":{"rendered":"La scelta di un Fondo sovrano Ue per evitare i danni dei protezionismi"},"content":{"rendered":"<p>\u201cAttenzione ai <strong>protezionismi<\/strong>. La storia insegna che non \u00e8 mai una buona idea\u201d. <strong>Raghuram Rajan<\/strong> \u00e8 uno dei pi\u00f9 importanti economisti del mondo (ex Governatore della Bank of India e a lungo ai vertici del Fondo monetario internazionale). E da Davos, durante i lavori del <strong>World Economic Forum<\/strong>, guarda con preoccupazione alle scelte politiche dei maggiori protagonisti economici globali (i provvedimenti dell\u2019amministrazione Biden a tutela delle imprese Usa, le mosse della Cina che privilegiano il mercato interno, le ombre delle tante guerre commerciali in corso) e insiste sulla necessit\u00e0 di mercati aperti e competitivi: \u201cLa dipendenza eccessiva da qualsiasi paese (per l\u2019energia, le materie prime, la componentistica) \u00e8 sbagliata. Ma il problema \u00e8 evitarla mantenendo comunque un equilibrio che non avveleni le relazioni internazionali. Abbiamo bisogno di cooperazione in certi ambiti, come gli investimenti \u2018verdi\u2019. E sui microchip \u00e8 irragionevole che ogni paese si faccia le sue fabbriche. Pensiamo all\u2019Inflation Reduction Act americano. Bisognerebbe concentrarsi sulle questioni strategiche, non dare solamente l\u2019impressione di volere contenere la Cina, anche rischiando di farsi male da soli, di imbrigliare la crescita\u201d (\u201cla Repubblica\u201d, 17 gennaio).<\/p>\n<p>Rajan ha perfettamente ragione. Il protezionismo provoca danni. Rallenta lo sviluppo economico. Distorce la migliore allocazione delle risorse attraverso mercati aperti e competitivi. Dietro il paravento della tutela di interessi popolari, alimenta squilibri economici e sociali all\u2019interno degli stessi paesi di cui si vogliono tutelare le imprese. E alimenta fantasmi politici quanto mai negativi (il populismo, il sovranismo, profondi mali della nostra faticosa contemporaneit\u00e0, quanto mai negativi, nel medio periodo, proprio per i ceti sociali pi\u00f9 deboli e incerti, di cui si cerca strumentalmente il consenso). Vale la pena leggere un paio dei suoi libri, per averne documentata conferma, valorizzando il ruolo degli scambi globali: per esempio, \u201cFault Lines. How Hidden Fractures Still Threaten the World Economy\u201d, pubblicato nel 2010 dalla Princeton University Press (Premio Financial Times e Goldman Sachs come \u201clibro dell\u2019anno) o anche \u201cSalvare il capitalismo dai capitalisti\u201d, scritto con Luigi Zingales e pubblicato in Italia da Einaudi nel 2004.<\/p>\n<p>Proprio in tempi in cui \u00e8 necessario ripensare la <strong>globalizzazione<\/strong>, sapendo per\u00f2 che \u201cnon si torna indietro\u201d e che servono \u201cregole comuni\u201d (Giorgio Barba Navaretti, \u201cla Repubblica\u201d, 9 gennaio), \u00e8 utile prendere atto della crisi delle politiche di chiusura e degli steccati protezionisti (\u201cThe end of magical thinking. How Britain can build a better relationship with Europe\u201d, ha titolato in copertina \u201c<strong>The Economist<\/strong>\u201d il 13 gennaio, documentando il fallimento della Brexit). E dunque la sfida che i protagonisti della politica e dell\u2019economia devono saper affrontare riguarda la costruzione di condizioni di <strong>sviluppo sostenibile<\/strong> pi\u00f9 equilibrate e socialmente accettabili. Con effetti positivi anche per i tentativi di sciogliere i nodi delle crescenti tensioni geopolitiche (la guerra in Ucraina ne \u00e8 l\u2019espressione pi\u00f9 drammatica). Forti di una consapevolezza, che nasce dalla opportuna rilettura di Frederic Bastiat, lungimirante economista francese dell\u2019Ottocento : \u201cDove non passano le merci passeranno gli eserciti\u201d.<\/p>\n<p>Si tratta, insomma, di valorizzare le interconnessioni che segnano ancora le economie del mondo, passando dall\u2019ideologia del free trade (commerci globali in balia del pi\u00f9 forte, con privilegio per gli oligopolisti delle materie prime e delle componenti high tech) alle migliori convenienze del <strong>fair trade<\/strong>, cercando punti di equilibrio tra esigenze e interessi diversi e rivalutando e rilanciando gli organismi internazionali come la World Trade Organization, con le sue regole e le sue sanzioni.<\/p>\n<p>Tutto il contrario delle parole d\u2019ordine care alla stagione di Trump su \u201cAmerica First\u201d e delle sollecitazioni per il \u201cBuy American\u201d, cui \u00e8 incline anche l\u2019amministrazione Biden (l\u2019Inflation Reduction Act, con i suoi 369 miliardi di dollari di sostegni e sussidi alle imprese Usa e a chi investe in America ne \u00e8 preoccupante strumento).<\/p>\n<p>L\u2019<strong>Europa<\/strong> pu\u00f2 avere un ruolo fondamentale, in questo quadro. Non solo per evitare di essere vaso di coccio tra i giganti Usa e Cina, con conseguenze negative per tutta l\u2019economia mondiale. Ma anche per proporsi come paradigma positivo di conciliazione tra crescita economica e benessere diffuso (riformando le strutture del welfare State dei vari paesi), libert\u00e0 economiche e democrazia liberale e di mercato, competitivit\u00e0 attuale delle imprese e prospettive di sviluppo sostenibile. Facendo leva anche su un\u2019altra idea forte: la necessit\u00e0 di coordinare gli interessi nazionali sotto la spinta di organismi europei e di migliorare la solidit\u00e0 dell\u2019economia e la qualit\u00e0 della vita e del lavoro. La Ue, con la storia dei suoi Trattati, della Comunit\u00e0 del carbone e dell\u2019acciaio, del Mec e poi del \u201cserpente monetario\u201d, dell\u2019euro e della Bce, ne offre, appunto, significative testimonianze.<\/p>\n<p>Le discussioni in corso a Bruxelles e nelle stanze dei principali governi europei (Roma compresa) sugli \u201caiuti di Stato\u201d, sulle politiche industriali della Ue e su un \u201cFondo sovrano europeo\u201d che investa sulla sicurezza strategica e cio\u00e8 sulle forniture di energia e di materie prime e sulle tecnologie d\u2019avanguardia vanno proprio in questa direzione. Un Fondo da finanziare anche con l\u2019emissione di Eurobond: un\u2019idea cara a un altro dei protagonisti dell\u2019Europa unita, Jacques Delors e di nuovo sul tavolo del dibattito pubblico. Ne parla con insistenza opportuna anche Carlo Bonomi, presidente di Confindustria (\u201cla Repubblica, 18 gennaio).<\/p>\n<p>Le trattative aperte con gli Usa e la fermezza politica di Bruxelles nel pretendere un rilancio delle relazioni transatlantiche si spera possano avere buon esito.<\/p>\n<p>Ne \u00e8 consapevole innanzitutto la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, che proprio al Forum di Davos ha sostenuto che l&#8217;Unione Europea \u201cdeve realizzare la transizione verso l&#8217;obiettivo delle emissioni zero senza creare nuove dipendenze\u201d e ha annunciato \u201cun Piano industriale per il Green Deal\u201d. Un piano da finanziare con il bilancio Ue e con ricorsi al mercato. Gli \u201caiuti di Stato sarebbero una soluzione limitata\u201d. La soluzione, semmai, per evitare la frammentazione del mercato unico, \u00e8 quella di aumentare i finanziamenti Ue. E dunque \u201cper il medio termine prepareremo un Fondo sovrano europeo nella revisione del bilancio Ue nel 2023\u201d. La posizione trova consenso in Italia. Come spiega bene il ministro dell\u2019Economia Giancarlo Giorgetti: in risposta all&#8217;<strong>Inflation Reduction Act Usa<\/strong> \u201cil semplice allentamento delle regole degli aiuti di Stato non \u00e8 una soluzione, perch\u00e9 sarebbe sproporzionato avvantaggiare gli Stati membri che godono di un margine di bilancio pi\u00f9 ampio, aggravando cos\u00ec le divergenze economiche all&#8217;interno dell&#8217;Unione e la conseguente frammentazione del mercato interno\u201d. Servono, appunto, strumenti europei comuni. Dopo il \u201cRecovery Plan\u201d, il Fondo sovrano Ue \u00e8 una scelta strategica fondamentale. Un Fondo &#8211; \u00e8 necessario insistere &#8211; destinato a tutte le filiere produttive di un\u2019Europa fortemente vocata all\u2019industria, alla manifattura di qualit\u00e0.<\/p>\n<p>La crisi, insomma, porta consiglio. E chi conosce la storia europea proprio adesso ricorda le parole lungimiranti di uno dei suoi padri, Jean Monnet, nel 1954: \u201cL\u2019Europa si far\u00e0 nelle crisi e sar\u00e0 la somma delle soluzioni apportate a queste crisi\u201d. Una lezione attualissima di buona politica.<\/p><p><em>(foto: Getty Images)<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cAttenzione ai protezionismi. La storia insegna che non \u00e8 mai una buona idea\u201d. Raghuram Rajan \u00e8 uno dei pi\u00f9 importanti economisti del mondo (ex Governatore della Bank of India e a lungo ai vertici del Fondo monetario internazionale). 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