{"id":98413,"date":"2023-10-31T10:37:48","date_gmt":"2023-10-31T09:37:48","guid":{"rendered":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/?p=98413"},"modified":"2023-10-31T10:40:04","modified_gmt":"2023-10-31T09:40:04","slug":"litalia-e-in-crisi-ma-non-e-condannata-al-declino-ascoltando-bartali-de-rita-e-chi-conosce-lindustria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/it\/cultura-dimpresa\/litalia-e-in-crisi-ma-non-e-condannata-al-declino-ascoltando-bartali-de-rita-e-chi-conosce-lindustria\/","title":{"rendered":"L\u2019Italia \u00e8 in crisi ma non \u00e8 condannata al declino, ascoltando Bartali, De Rita e chi conosce l\u2019industria"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019<strong>economia italiana<\/strong> torna a crescere appena dello \u201czero virgola\u201d, con un decimale via via sempre pi\u00f9 piccolo, tra lo 0,7% di quest\u2019anno e lo 0,5% previsto per il 2024. E ci si ritrova mestamente nella condizione piatta e stagnante degli ultimi vent\u2019anni, in coda a tutti i principali paesi europei, dopo le impetuose stagioni del rimbalzo post Covid e della ripresa (8,3% nel \u201821 e 3,7% nel \u201822). Cadono i consumi delle famiglie e gli investimenti, diminuiscono le scorte nei magazzini delle imprese e le loro esportazioni, calano i prestiti bancari e la produzione industriale. Il futuro \u00e8 inquietante.<br \/>\nI dati diffusi sabato dal <strong>Centro Studi Confindustria<\/strong>, nel rapporto intitolato \u201cL\u2019Italia torna alla bassa crescita?\u201d (\u201cIl Sole24Ore\u201d, 29 ottobre) conferma le tendenze gi\u00e0 evidenziate dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Ue e dai principali osservatori internazionali. Quel punto interrogativo nel titolo, per\u00f2, pu\u00f2 avere una doppia valenza: di preoccupazione, se la situazione economica dovesse ancora subire gli effetti delle tensioni e delle incertezze attuali, ma anche di possibilit\u00e0 che quella bassa crescita possa essere interrotta e modificata in meglio, se arrivassero scelte di politica economica, fiscale e industriale in grado di invertire il ciclo negativo.<\/p>\n<p>Il futuro della nostra economia, del lavoro e dei redditi, insomma, non \u00e8 definito. <strong>Il declino non \u00e8 inevitabile<\/strong>. C\u2019\u00e8 spazio per un periodo migliore. Naturalmente se\u2026<br \/>\nPartiamo degli elementi negativi gi\u00e0 noti: la <strong>crisi generale della iperglobalizzazione<\/strong> che aveva segnato tutto il corso del passaggio del Novecento al nuovo millennio, con squilibri e disuguaglianze inaccettabili, le tensioni geo-politiche di un mondo multipolare segnato dai conflitti tra Usa e Cina e dalle spinte sconvolgenti di nuovi e potenti attori internazionali (a cominciare dall\u2019India in impetuosa crescita), la<strong> drammatica esplosione degli scontri armati,<\/strong> dall\u2019invasione russa dell\u2019Ucraina alla guerra in Medio Oriente) che hanno aggravato l\u2019andamento gi\u00e0 incerto dei commerci internazionali e stravolto gli assetti nel Mediterraneo, con ripercussioni sui temi della sicurezza e dell\u2019energia.<br \/>\nL\u2019Europa, che potrebbe giocare il ruolo fondamentale di riequilibrio e di indicazione positiva, anche per la forza di una storia che ha saputo legare in modo originale sviluppo economico e benessere diffuso, democrazia e giustizia sociale (Patrizio Banchi su \u201cla Repubblica\u201d, 11 settembre) e per il successo di una transizione politica e culturale verso politiche monetarie e fiscali comuni, non riesce ad esprimere un\u2019autorevole voce unitaria.<br \/>\nSi aggiungono, ad appesantire un clima generale gi\u00e0 negativo, l\u2019andamento dell\u2019inflazione e del costo del denaro, gli squilibri demografici ma anche le conseguenze di tensioni legate alla transizione tecnologica e a quella ambientale, con fenomeni di cui oggi paghiamo i costi sociali, in attesa (troppo lunga e incerta, purtroppo) di governarne l\u2019evoluzione e goderne delle opportunit\u00e0 positive.<\/p>\n<p>Viviamo, insomma, in un\u2019et\u00e0 di drammatiche incertezze. E, giorno dopo giorno, il precipitare degli eventi stimola i pensieri pi\u00f9 cupi. Il clima generale non \u00e8 affatto in sintonia con i bisogni di crescita e sviluppo.<br \/>\nIn Italia paghiamo prezzi particolari, che aggravano il quadro. Siamo un paese esportatore e la caduta degli scambi internazionali frena la nostra economia. La recessione in Germania (il nostro principale partner industriale e commerciale) si ripercuote su parecchi settori manifatturieri, a cominciare dall\u2019automotive e dalla meccatronica (\u201cIl grande malato tedesco zavorra il nostro Pil\u201d, documenta Mario Deaglio, \u201cLa Stampa\u201d, 13 settembre). Il debito pubblico crescente non consente di usare, come fanno gli Usa e la Germania, le leve fiscali e di spesa pubblica per stimolare gli investimenti e la ripresa. Le incapacit\u00e0 politiche e della pubblica amministrazione non hanno consentito sinora di costruire condizioni per usare bene le grandi risorse (237 miliardi tra prestiti e soldi a fondo perduto) messe a disposizione dal Pnrr (un ritratto interessante sta nelle pagine del libro \u201cPnrr. La grande abbuffata\u201d di Tito Boeri e Roberto Perotti, appena pubblicato da Feltrinelli).<\/p>\n<p>Il nostro declino \u00e8 dunque segnato, inarrestabile? Tutto sbagliato, tutto da rifare? No. A quella battuta, comunque di successo, non credeva fino in fondo neanche il suo autore, Gino Bartali, grande campione, che mugugnava e criticava ma poi vinceva trionfalmente Tour di Francia e Giri d\u2019Italia.<br \/>\nUna riflessione in <strong>controtendenza<\/strong> arriva da uno dei pi\u00f9 acuti osservatori dell\u2019economia e della societ\u00e0 italiana, <strong>Giuseppe De Rita<\/strong>, presidente del Censis: \u201cEconomia reale, nessuno parla della parte di Paese che va, non si discute sulle componenti vitali del sistema\u201d (\u201cCorriere della Sera\u201d, 25 ottobre). Si parte da un ricordo, di quegli anni Settanta in cui, dopo la guerra dello Yom Kippur, vinta da Israele contro una fortissima alleanza di paesi arabi, i prezzi dell\u2019energia impazzirono, le economie occidentali entrarono in una durissima stagione di ristrutturazione, l\u2019inflazione in Italia super\u00f2 ampiamente la soglia delle due cifre, i conti pubblici ne risentirono duramente e tra tensioni sociali e terrorismo si visse nell\u2019incubo degli \u201canni di piombo\u201d. Nessuno lo not\u00f2, ma la nostra industria si era via via riorganizzata sui territori (anche in modo sommerso, \u201cinformale\u201d) e aveva costruito nuove ragioni di competitivit\u00e0. Ce ne accorgemmo solo nei primi anni Ottanta, quando emerse una straordinaria liquidit\u00e0 finanziaria in cerca di collocazione e di buoni investimenti e l\u2019Italia si ritrov\u00f2 ricca e dinamica, tra distretti industriali innovativi e nuovi spregiudicati \u201ccapitani\u201d e \u201ccavalieri \u201ddell\u2019industria, della finanza, della moda e della pubblicit\u00e0.<br \/>\nE oggi? De Rita invita a guardare bene nelle pieghe della societ\u00e0 italiana e, pur nella consapevolezza dei dati di crisi, a dare voce e spazio a chi<strong> lavora, innova, cresce<\/strong>, fa: \u201cPer chi ancora gira l\u2019Italia, la realt\u00e0 d\u00e0 segnali contrastanti ma non inerti: il motore milanese e lombardo batte bene i colpi, l\u2019economia del Nord-Est sta superando la crisi di dipendenza dal declino della locomotiva tedesca, l\u2019Emilia Romagna e una parte delle Marche sono piene di soggetti di eccellenza, il turismo toscano, umbro, laziale (romano), pugliese e siciliano ha mostrato una grande potenza di fuoco\u201d.<\/p>\n<p>Insomma, insiste De Rita, \u201csarebbe quanto mai utile riservare un po\u2019 di attenzione a queste componenti vitali del sistema: per la tenuta della psicologia collettiva del Paese, di fronte a un inverno che si preannuncia difficile, sono pi\u00f9 importanti di tante elucubrazioni di finanza pubblica\u201d.<br \/>\nChi conosce la realt\u00e0 molto articolata e talvolta controversa e pur contraddittoria della manifattura italiana, non pu\u00f2 che confermare il giudizio di De Rita, parlando di <strong>distretti e filiere produttive<\/strong> che si stanno riorganizzando con successo, di grandi e medi produttori di acciaio green fra Cremona e Brescia, di imprese che sanno usare bene la sostenibilit\u00e0 ambientale e sociale come leva robusta di competitivit\u00e0 internazionale, di iniziative che rilanciano il Nord Ovest industriale con la collaborazione fertile delle associazioni imprenditoriali di Milano, Torino e Genova, di industrie che innovano prodotti e processi e fanno acquisizioni e alleanze all\u2019estero. Di un dinamismo che non \u00e8 ancora motore generale n\u00e9 sistema ma pu\u00f2 continuare a resistere al declino e fare da base di sviluppo. Sintetizza Carlo Bonomi, presidente di Confindustria: \u201cLo scenario \u00e8 complesso, ma l\u2019industria \u00e8 forte. L\u2019Italia ce la pu\u00f2 fare\u201d (\u201cIl Sole24Ore\u201d, 5 ottobre).<br \/>\nServirebbe una buona politica, sia italiana che europea, per rafforzare questo solido capitale sociale di intraprendenza e voglia positiva di cambiamento. Servirebbe una nuova e migliore cultura della responsabilit\u00e0.<\/p><p><em>(foto Getty Images)<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019economia italiana torna a crescere appena dello \u201czero virgola\u201d, con un decimale via via sempre pi\u00f9 piccolo, tra lo 0,7% di quest\u2019anno e lo 0,5% previsto per il 2024. 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