{"id":98477,"date":"2023-11-07T09:32:45","date_gmt":"2023-11-07T08:32:45","guid":{"rendered":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/?p=98477"},"modified":"2023-11-07T09:32:45","modified_gmt":"2023-11-07T08:32:45","slug":"i-pericoli-della-crescita-piatta-e-del-declino-europeo-servono-nuove-scelte-di-politica-fiscale-e-industriale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fondazionepirelli.org\/it\/cultura-dimpresa\/i-pericoli-della-crescita-piatta-e-del-declino-europeo-servono-nuove-scelte-di-politica-fiscale-e-industriale\/","title":{"rendered":"I pericoli della crescita piatta e del declino europeo: servono nuove scelte di politica fiscale e industriale \u00a0"},"content":{"rendered":"<p>Ed eccola qua, la \u201c<strong>crescita zero<\/strong>\u201d per l\u2019economia italiana. La documenta l\u2019Istat, nel terzo trimestre di quest\u2019anno. Con effetti di trascinamento anche sul quarto trimestre e sull\u2019anno prossimo, quando la crescita del Pil dell\u20191% o addirittura 1,2% prevista dal governo somiglia proprio un miraggio e sembrano invece pi\u00f9 realistiche le previsioni di chi parla di uno 0,5%, come fa il Centro Studi Confindustria. <strong>Niente recessione<\/strong>, per ora (nell\u2019area Ue, ne soffre solo la Germania, che per\u00f2 \u00e8 il nostro principale partner commerciale e anche il Paese cui fanno capo molte delle catene di subfornitura delle imprese italiane). Ma i timori di rallentamento e dunque di nuovi e maggiori squilibri per il rapporto tra debito pubblico e Pil sono quanto mai fondati.<\/p>\n<p>Non c\u2019\u00e8 per\u00f2 alcuna ricaduta negativa, statisticamente, sull\u2019occupazione. I posti di lavoro, sempre secondo l\u2019Istat, sono aumentati, nel settembre \u201823, di 42mila unit\u00e0 rispetto al mese precedente. E, guardando al confronto anno su anno, si registra un incremento di 512mila posti di lavoro, la stragrande maggioranza dei quali (443mila) posti fissi. \u201c<strong>Tanto lavoro, poco Pil<\/strong>\u201d, sintetizza Dario Di Vico su \u201cIl Foglio\u201d (4 novembre), parlando di \u201cproduttivit\u00e0 ferma ma occupazione in crescita\u201d e cercandone la spiegazione o in una \u201cresilienza\u201d delle imprese che non si liberano di mano d\u2019opera aspettando una ripresa che si stima vicina (l\u2019inflazione si riduce, i tassi smetteranno di crescere e ripartiranno gli investimenti) o, a essere pessimisti, in un aumento dei lavori a bassi costo e bassi salari, come succede in tempi di crisi.<\/p>\n<p>Il tempo, e le nuove statistiche, ci diranno quali tendenze prevarranno nel prossimo futuro. Resta fermo, comunque, un dato: le imprese continuano a non trovare persone da assumere (l\u2019ultimo allarme arriva dalle fabbriche meccaniche del Nord Est; \u201cla Repubblica\u201d, 28 ottobre) mentre i <em>baby boomers<\/em> (i figli degli anni Cinquanta e Sessanta) se ne vanno in pensione al ritmo di mezzo milione all\u2019anno e, secondo Prometeia, \u201cle forze di rincalzo siano nell\u2019ordine di 400mila persone all\u2019anno, da qui al 2030, con un buco, dunque, di 100mila unit\u00e0 di difficile rimpiazzo\u201d (\u201cla Repubblica\u201d, 3 novembre).<\/p>\n<p>Eppure, nonostante tutto, la nave Italia va, con un<strong> lungo e ostinato sforzo delle imprese manifatturiere<\/strong> che, anche in tempi difficili, producono, innovano, investono, affrontano la difficile <em>twin transition <\/em>ambientale e digitale e continuano a esportare e a conquistare nuovi spazi nelle nicchie a maggior valore aggiunto dei mercati internazionali (lo abbiamo documentato e spiegato nel blog della scorsa settimana).<\/p>\n<p>Le imprese, per\u00f2, non possono fare tutto da sole. Hanno bisogno di scelte politiche, sia nazionali che europee, sapienti e coerenti con le strategie di lungo periodo dell\u2019attuale fase di sviluppo della \u201c<strong>economia della conoscenza<\/strong>\u201d. E invece si ritrovano con una finanziaria che \u201cdestina appena l\u20198% alle imprese\u201d e non sostiene gli investimenti, come ripete da tempo Confindustria. E con una Ue che non ha messo in campo adeguate politiche comuni per fronteggiare sia l\u2019Ira (Inflation and Reduction Act) degli Usa sia i giganteschi investimenti della Cina per sostenere le proprie imprese <em>high tech<\/em>.<\/p>\n<p>Ecco il punto di riflessione essenziale, per evitare i rischi di declino. Come muoversi? Per capire meglio, sono utili le considerazioni di Marco Buti e Marcello Messori, un g<em>rand commis <\/em>di Bruxelles a lungo capo di Gabinetto del Commissario Ue Paolo Gentiloni e un economista di spessore europeo, affidate a una serie di articoli su \u201cIl Sole24Ore\u201d (14 e 22 settembre) su \u201cLe strade che l\u2019Italia deve percorrere per rilanciarsi\u201d e su \u201cUn modello produttivo per accompagnare la Ue nel futuro\u201d.<\/p>\n<p>Sostengono Buti e Messori che \u201cil rischio di stagflazione non \u00e8 stato scongiurato\u201d e spiegano che proprio un modello produttivo dominato dalla Germania e fondato, tra l\u2019altro, sull\u2019export di prodotti manifatturieri frutto di tecnologie solide ma mature, su piccole imprese poco innovative, su dipendenze da fonti energetiche concentrate e poco sicure (l\u2019invasione russa dell\u2019Ucraina ha reso drammatico un fenomeno gi\u00e0 evidente da tempo), su servizi <em>high tech<\/em> non sufficientemente competitivi rende difficile \u201cl\u2019effettivo integrazione del mercato unico europeo che, pure, rappresenta uno punto di forza dell\u2019area\u201d.<\/p>\n<p>Ci sono \u201critardi europei nel digitale e nell\u2019intelligenza artificiale rispetto a Usa e Cina\u201d e \u201cnuovi rischi di divergenza all\u2019interno della Ue\u201d, accentuati proprio dalla \u201crelativa debolezza dell\u2019economia tedesca che si ripercuote sui paesi pi\u00f9 integrati nella sua catena del valore (Olanda e Italia)\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019economia europea, \u201csenza un cambio di passo, sarebbe condannata a ruoli marginali e a un progressivo indebolimento del proprio modello sociale\u201d. Il quadro \u00e8 aggravato da \u201cuna demografia stagnante\u201d. E dunque \u201cil benessere europeo pu\u00f2 essere salvaguardato solo se la Ue sapr\u00e0 costruire un modello produttivo pi\u00f9 competitivo\u201d.<\/p>\n<p>Come? \u201cGli ingredienti sono noti, perch\u00e9 alla base dell\u2019iniziativa adottata in risposta allo shock pandemico: Next Generation Eu. Si tratta della <strong>tripla transizione \u2018verde\u2019, digitale e sociale\u201d<\/strong>. Risorse comuni europee per la sostenibilit\u00e0 vissuta come fattore competitivo, per il potenziamento dell\u2019economia della conoscenza, per la formazione e la ricerca.<\/p>\n<p>Una \u201cstrada impervia\u201d, \u00e8 vero. Ma indispensabile. Da percorrere \u201crafforzando la capacit\u00e0 fiscale europea e raccordandola a un\u2019allocazione efficiente delle risorse, pubbliche e private, dei singoli Stati membri\u201d.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 Europa integrata, dunque, pensando anche alle questioni della sicurezza in tutti i loro aspetti, ai fondi comuni Ue per l\u2019energia e le materie prime strategiche.<\/p>\n<p>Tutto il contrario dei neo-nazionalismi e dell\u2019idea di usare l\u2019Europa come un bancomat per singoli vantaggi dei vari paesi, sottovalutando vincoli, obblighi, valori comuni.<\/p>\n<p>E l\u2019Italia? Sostengono Buti e Messori che \u00e8 nel nostro massimo interesse \u201csuperare l\u2019attuale stallo istituzionale sulla governance economica della Ue\u201d, contribuendo a approvare \u201cnuove regole fiscali che, in conformit\u00e0 alla proposta della Commissione dell\u2019aprile scorso, calibrino gli aggiustamenti nazionali di bilancio in base alle specificit\u00e0 dei singoli Paesi, nel rispetto della crescita macroeconomica e della sostenibilit\u00e0 fiscale\u201d. Regole indispensabili, appunto, per un\u2019Italia che, dato l\u2019altissimo debito pubblico, ha pochissimo spazio di manovra per usare la leva della spesa pubblica per investimenti produttivi e stimoli alle imprese. Anche una rapida approvazione del Mes, finalmente, rientra in questo quadro positivo.<\/p>\n<p>Secondo punto: \u201cFare s\u00ec che i detentori privati della consistente ricchezza finanziaria del Paese sottoscrivano non solo strumenti liquidi ma anche attivit\u00e0 per il finanziamento delle produzioni\u201d. Con stimoli fiscali adeguati. E dunque con una ben diversa idea del fisco, che non premi gli evasori (con condoni comunque rivestiti) o i ceti protetti corporativamente da licenze e concessioni a basso costo ma agevoli chi investe e produce.<\/p>\n<p>Terzo punto: l\u2019utilizzo puntuale e corretto delle grandi risorse messe a disposizione dal <strong>Pnrr<\/strong>, il vero \u201csostegno fiscale\u201d alla crescita. Insomma, \u201csolo percorrendo tali strade, l\u2019Italia non rimarr\u00e0 intrappolata in politiche fiscali pro-cicliche e potr\u00e0 contribuire a quel modello imprenditore per la decarbonizzazione dell\u2019industria\u201d invocato, a met\u00e0 settembre, dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo stato dell\u2019Unione europea. Europa, sviluppo sostenibile ed economia civile, appunto. Una strada adatta all\u2019Italia.<\/p><p><em>(immagine Getty Images)<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ed eccola qua, la \u201ccrescita zero\u201d per l\u2019economia italiana. La documenta l\u2019Istat, nel terzo trimestre di quest\u2019anno. 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