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I limiti di Milano, città di single e di “folla solitaria”

“La folla solitaria”, aveva scritto nel 1950 David Riesman, uno dei maggiori sociologi americani. E il libro nell’arco di pochissimi anni era entrato nell’elenco dei testi obbligatori per cercare di capire come si stessero muovendo, dal punto di vista sociale, le grandi città americane. Pubblicato nel ‘56 in Italia da Einaudi, aveva smosso un certo dibattito, come spesso succedeva con la pubblicazione delle opere di sociologia, per l’Italia, quasi una novità. Il cinema di Hollywood ci aveva a poco a poco fatto conoscere le strade affollate di persone frettolose, ognuna occupata per i fatti suoi, le villette unifamiliari di periferia, gli appartamenti minuscoli a Manhattan, i vagoni della metropolitana pieni di sconosciuti uno all’altro indifferente. Ma per noi era ancora cinema, racconto di un altro mondo. Vivevamo in paesi affollati e densi di legami familiari, di piazze piene dove tutti si conoscevano, di parentele complesse.

Il contesto cambia anche da noi quando, appunto dalla metà degli anni Cinquanta sino alla fine degli anni Sessanta, le grandi ondate migratorie svuotano i paesi del Sud e affollano le città industriali. Tutto un altro mondo.

Nuovi lavori, nuovi ritmi urbani, nuovi fenomeni di aggregazione sociale. Riesman incontra anche qui, tra Milano e Torino, le sue folle solitarie. In poco più di mezzo secolo le città hanno cambiato ritmi, composizione sociale, abitudini. E fanno i conti, ogni giorno di più, con le nuove solitudini, sempre più spesso legate a nuove povertà, non solo economiche ma anche sociali e culturali.

Una recente inchiesta de “Il Giorno” (11 marzo) rivela i dati del fenomeno: “La vita dei 435mila single milanesi”. Guardiamo i numeri: il 57% degli oltre 780mila nuclei familiari è composto da una sola persona: anziani, pensionati, vedove e vedovi, giovani che affollano i corsi universitari (Milano, con circa 230mila studenti, è la maggiore città universitaria italiana, ancora molto ambita, garanzia di qualità degli studi, opportunità di lavoro, buoni stipendi: al Politecnico, per restare in Italia, rimane il 61% dei giovani stranieri; la Repubblica, 15 ottobre).

Una straordinaria trasformazione in corso, che riguarda i servizi, l’urbanistica e il mercato immobiliare, i trasporti, il tempo libero, la stessa pendolarità quotidiana tra la metropoli e il suo hinterland: ogni giorno entrano a Milano circa un milione di persone, che si aggiungono agli attuali 1,4 milioni di abitanti e che modificano radicalmente il corso delle cose.

La situazione è molto cambiata nel corso degli ultimi trent’anni. Nel 1990 le famiglie di una sola persona erano 295mila, sono salite a 368mila nel 2011, hanno superato le 400mila nel 2019 e oggi sono, appunto, 434mila (dati ’24). E il fenomeno è in crescita.

Città di anziani, in aumento. E di bambini in diminuzione. Le nascite sono calate del 14% in 5 anni e le previsioni dicono che il 40% degli asili nido spariranno entro il 2036.

Le statistiche e le previsioni vanno prese con prudenza e giudizio. Ma un dato è certo: i servizi su cui si punta sono soprattutto quelli legati alle “grandi età” e alla salute e non all’età infantile (anche se Milano, tra strutture pubbliche e private, può contare su situazioni di eccellenza).

Milano città costosa. Soprattutto da quando la legge Renzi, pagando una tassa piatta di 200mila euro all’anno, permette di prendere residenza a Milano con grande facilità.

Non sembra che la misura abbia portato grandi investimenti industriali, commercial e finanziari in città. Ma certo ha incrementato il numero degli hotel a 5 stelle, dei grandi ristoranti e dello shopping di lusso. Ma anche fatto crescere il costo della vita generale della città.

Le città sono corpi vivi, mobili, in trasformazione. Vivono sul mercato e di mercato. Non possono però essere ricondotte solo al mercato. E Milano, adesso, proprio dopo gli anni del grande successo dell’attrattività, del boom turistico e dell’arrivo di decine di migliaia di giovani universitari, ha finalmente preso coscienza che serve un vero e proprio piano per il welfare. E di ricostruire nuove catene di solidarietà, nei quartieri, nelle scuole, nelle strutture sociali. Anche nelle biblioteche: nella città ove si vendono più libri in Italia l’Assessorato alla Cultura ha varato un piano per fare crescere il numero delle biblioteche e metterle in relazione: biblioteche scolastiche, aziendali, di quartiere, di condominio, ma anche negli ospedali e nelle carceri.

Talvolta, la disperazione della folla solitaria si cura anche con un posto in cui andare a leggere un buon libro.

(photo Getty Images)

“La folla solitaria”, aveva scritto nel 1950 David Riesman, uno dei maggiori sociologi americani. E il libro nell’arco di pochissimi anni era entrato nell’elenco dei testi obbligatori per cercare di capire come si stessero muovendo, dal punto di vista sociale, le grandi città americane. Pubblicato nel ‘56 in Italia da Einaudi, aveva smosso un certo dibattito, come spesso succedeva con la pubblicazione delle opere di sociologia, per l’Italia, quasi una novità. Il cinema di Hollywood ci aveva a poco a poco fatto conoscere le strade affollate di persone frettolose, ognuna occupata per i fatti suoi, le villette unifamiliari di periferia, gli appartamenti minuscoli a Manhattan, i vagoni della metropolitana pieni di sconosciuti uno all’altro indifferente. Ma per noi era ancora cinema, racconto di un altro mondo. Vivevamo in paesi affollati e densi di legami familiari, di piazze piene dove tutti si conoscevano, di parentele complesse.

Il contesto cambia anche da noi quando, appunto dalla metà degli anni Cinquanta sino alla fine degli anni Sessanta, le grandi ondate migratorie svuotano i paesi del Sud e affollano le città industriali. Tutto un altro mondo.

Nuovi lavori, nuovi ritmi urbani, nuovi fenomeni di aggregazione sociale. Riesman incontra anche qui, tra Milano e Torino, le sue folle solitarie. In poco più di mezzo secolo le città hanno cambiato ritmi, composizione sociale, abitudini. E fanno i conti, ogni giorno di più, con le nuove solitudini, sempre più spesso legate a nuove povertà, non solo economiche ma anche sociali e culturali.

Una recente inchiesta de “Il Giorno” (11 marzo) rivela i dati del fenomeno: “La vita dei 435mila single milanesi”. Guardiamo i numeri: il 57% degli oltre 780mila nuclei familiari è composto da una sola persona: anziani, pensionati, vedove e vedovi, giovani che affollano i corsi universitari (Milano, con circa 230mila studenti, è la maggiore città universitaria italiana, ancora molto ambita, garanzia di qualità degli studi, opportunità di lavoro, buoni stipendi: al Politecnico, per restare in Italia, rimane il 61% dei giovani stranieri; la Repubblica, 15 ottobre).

Una straordinaria trasformazione in corso, che riguarda i servizi, l’urbanistica e il mercato immobiliare, i trasporti, il tempo libero, la stessa pendolarità quotidiana tra la metropoli e il suo hinterland: ogni giorno entrano a Milano circa un milione di persone, che si aggiungono agli attuali 1,4 milioni di abitanti e che modificano radicalmente il corso delle cose.

La situazione è molto cambiata nel corso degli ultimi trent’anni. Nel 1990 le famiglie di una sola persona erano 295mila, sono salite a 368mila nel 2011, hanno superato le 400mila nel 2019 e oggi sono, appunto, 434mila (dati ’24). E il fenomeno è in crescita.

Città di anziani, in aumento. E di bambini in diminuzione. Le nascite sono calate del 14% in 5 anni e le previsioni dicono che il 40% degli asili nido spariranno entro il 2036.

Le statistiche e le previsioni vanno prese con prudenza e giudizio. Ma un dato è certo: i servizi su cui si punta sono soprattutto quelli legati alle “grandi età” e alla salute e non all’età infantile (anche se Milano, tra strutture pubbliche e private, può contare su situazioni di eccellenza).

Milano città costosa. Soprattutto da quando la legge Renzi, pagando una tassa piatta di 200mila euro all’anno, permette di prendere residenza a Milano con grande facilità.

Non sembra che la misura abbia portato grandi investimenti industriali, commercial e finanziari in città. Ma certo ha incrementato il numero degli hotel a 5 stelle, dei grandi ristoranti e dello shopping di lusso. Ma anche fatto crescere il costo della vita generale della città.

Le città sono corpi vivi, mobili, in trasformazione. Vivono sul mercato e di mercato. Non possono però essere ricondotte solo al mercato. E Milano, adesso, proprio dopo gli anni del grande successo dell’attrattività, del boom turistico e dell’arrivo di decine di migliaia di giovani universitari, ha finalmente preso coscienza che serve un vero e proprio piano per il welfare. E di ricostruire nuove catene di solidarietà, nei quartieri, nelle scuole, nelle strutture sociali. Anche nelle biblioteche: nella città ove si vendono più libri in Italia l’Assessorato alla Cultura ha varato un piano per fare crescere il numero delle biblioteche e metterle in relazione: biblioteche scolastiche, aziendali, di quartiere, di condominio, ma anche negli ospedali e nelle carceri.

Talvolta, la disperazione della folla solitaria si cura anche con un posto in cui andare a leggere un buon libro.

(photo Getty Images)

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