Il racconto denso di umanità di quando l’industria era diversa
Lavorare in fabbrica. E viverla, la fabbrica. E lavorare con un sogno in testa, che poi va in mille pezzi. Perché fare impresa – e lavorarci nell’impresa – può comportare anche questo: arrivare ad un punto in cui i sogni non si trasformano in progetti e, anche quando ci riescono, poi falliscono o comunque diventano altro. Eppure, anche ricordare i fallimenti, oppure i cambi di rotta, serve per avere memoria del passato e così agire meglio nel presente (certo, se si ha intenzione di farlo). Per questo serve leggere “L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica”, libro di un centinaio di pagine o poco più scritto da Niccolò Zancan.
Libro tra il reportage d’autore, la raccolta di ricordi registrati sotto forma di racconti e quasi di poesie, l’ultima fatica letteraria di Zancan narra la morte di una fabbrica (quella della Fiat Mirafiori a Torino) per mezzo delle voci degli ultimi operai che ci hanno lavorato. Percorso fatto di testi brevi, composti, spesso, da frasi di poche parole. Testi in cui emergono i nomi di tanti che nella fabbrica di una volta ci hanno passato una vita, che racconta come si lavorava lì e come si viveva fuori da quelle mura.
Zancan ha l’abilità di scrivere una cronaca urticante – come è stata definita – che diventa storia ma che si fa leggere come un romanzo (se non fosse tutta verità), fatto anche di misteri, di fascinazioni, di nebbie e di freddi, di orgoglio d’appartenenza, di tecnologie fatte a mano e poi di smarrimenti e delusioni, di frammenti di vite dentro e fuori il grande stabilimento e, naturalmente, di sogni. Si legge ad un certo punto: “Questo posto è immenso. Venti chilometri di ferrovie. Trenta chilometri di sotterranei. Era la fabbrica piú grande d’Europa. Partivi da qua, e potevi sbucare ovunque. Una volta avevamo le nostre strade interne, indirizzi speciali della città della Fiat, vie segrete che conoscevamo soltanto noi”. Patrimonio di chi ci lavorava, la fabbrica. Quella fabbrica che adesso non c’è più, ma che ha lasciato tracce un po’ ovunque, sostituita da altre fabbriche magari più tecnologiche, high tech (come si dice oggi), luoghi in cui la produzione va a braccetto con la ricerca ed entrambe con il marketing e la comunicazione. E senza dimenticare, naturalmente, l’Intelligenza Artificiale, per molti nuovo “operaio modello”. Fabbriche che rappresentano una cultura del produrre differente da quella del passato (seppur recente).
Chi legge le pagine scritte da Niccolò Zancan si ritrova così a ripercorrere da una parte una storia di lavoro fatta da donne e uomini che presto non ci saranno più (ma che a loro volta hanno contribuito allo sviluppo della grande industria automobilistica italiana), dall’altra – però – chi legge apprende da un altro punto di vista l’origine delle fabbriche di oggi, del mondo industriale di oggi.
A metà tra romanzo – come si è detto – e saggio storico ma anche antropologico, il libro di Zancan è da leggere con grande attenzione fino in fondo, per scoprire che se da una parte quel tipo di fabbrica non c’è più (“Noi siamo gli ultimi operai”, si legge nel penultimo capitolo del libro) dall’altra un futuro ci deve essere comunque (“Il mio futuro, io ci ho pensato….” è l’incipit dell’ultima pagina del libro).
L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica
Niccolò Zancan
Einaudi, 2026