Le imprese sono attori economici, protagoniste dello sviluppo del Paese, delle tecnologie e dell’innovazione. Ma anche attori sociali e culturali, d’una “cultura politecnica” che sa tenere insieme le conoscenze umanistiche con quelle scientifiche, il “saper fare” con il “far sapere”, la produzione con il racconto delle donne e degli uomini che mandano avanti le imprese e dunque anche l’Italia. Ed ha quindi un senso profondo la scelta del Fai (il Fondo per l’Ambiente italiano) e di Confindustria e Museimpresa di inserire, tra i luoghi delle “Giornate d’autunno” del Fondo, il 10 e l’11 ottobre, nell’elenco dei 700 posti ed edifici da visitare in 350 città italiane, oltre a musei, palazzi, antiche ville, giardini e castelli, anche alcune imprese.
“Alle Giornate del Fai vanno in scena i luoghi del made in Italy, per valorizzare la storia produttiva e il legame tra lavoro, innovazione, identità e territorio”, sintetizza Il Sole24Ore (1 ottobre). Quali? L’antica tipografia di Rubbettino a Soveria Mannelli, in Calabria e la “fabbrica della felicità” a Collegno, in Piemonte, dove si producono le Pastiglie Leone dalla metà dell’Ottocento (appena riaperta dopo un’importante ristrutturazione ), la Banca Bff a Milano (con le sue collezioni d’arte contemporanea), la Kartell (design di alta qualità, sui mercati internazionali dell’arredamento) e il Museo Mumac (macchine per il caffè): cinque musei e archivi storici scelti tra gli oltre 170 iscritti a Museimpresa, oltre che Librandi e Lanificio Leo, appartenenti al sodalizio “Sud Heritage”, e la Bolla sul tetto del Lingotto, a Torino.
Non solo imprese. Ma anche Palazzo Piacentini in via Veneto a Roma, l’edificio del Ministero delle imprese e del Made in Italy. E Villa Blanc, sede della Luiss Business School, accanto ad altri luoghi che hanno segnato e segnano ancora storia e attualità dell’economia italiana. Una collaborazione importante, appunto, tra imprese e il Fai (in passato, ne era stata protagonista anche la Fondazione Pirelli, con un Archivio Storico che testimonia gli oltre 150 anni di vita di una multinazionale nata e ancora ben radicata in Italia), perché mostra che “la cultura d’impresa è parte viva del patrimonio culturale italiano e può stimolare con il suo racconto pure le nuove generazioni”, come sostiene Francesco Somma, vicepresidente di Confindustria per la cultura”. Un giudizio in sintonia con quello di Marco Magnifico, presidente del Fai, impegnato “a valorizzare il patrimonio culturale italiano”, anche come qualificato stimolo per un turismo responsabile e consapevole.
In quel patrimonio c’è infatti la capacità “di produrre, fin dal Medio Evo, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo”, come sintetizzava efficacemente un grande storico dell’economia come Carlo M. Cipolla. E ci sono adesso le leve per dare senso e competitività a un “made in Italy”, che oltre ai settori tradizionali dell’agroindustria, dell’abbigliamento e dell’arredamento (comunque profondamente impegnati nell’innovazione di prodotto e di processo) comprende meccanica e meccatronica, robotica e avionica, cantieristica navale e automotive, chimica e farmaceutica, gomma e plastica. Protagoniste di un vero e proprio “umanesimo industriale” che oggi si declina pure in “umanesimo digitale”.
Sono proprio le dimensioni e le prospettive culturali a dare forza e capacità competitiva a un’Italia che deve continuare a essere una grande potenza industriale, la seconda manifattura europea dopo la Germania (pena il degrado riduttivo del Paese a un Grand Hotel o a una Disneyland per i ricchi turisti di tutto il mondo). Perché nell’industria sta la funzione principale del progresso quando anima e migliora la vita di tutti noi e un welfare, tra contributo alle casse pubbliche e sostegni aziendali, che continua a fare da riferimento di un legame originale tra produttività e solidarietà.
Nell’epoca della diffusione dell’economia della conoscenza e dell’AI, bisogna appunto impegnarsi a “conoscere per competere”, come dichiara quest’anno il titolo della Settimana della cultura d’impresa (a metà novembre). E aprire dunque le nostre imprese agli operatori della cultura (scrittori, fotografi, registi, artisti, persone del mondo del teatro e della musica), agli studenti e agli stakeholders dei territori. L’obiettivo: costruire insieme un nuovo e migliore racconto dell’impresa, della tecnologia e della scienza. Rafforzare cioè un vero e proprio “avvenire della memoria”. Nella consapevolezza, tipica del mondo imprenditoriale, che “il futuro ha un cuore antico” e uno sguardo rivolto alle nuove e migliori dimensioni dell’economia e della sua sostenibilità sociale.
(foto Getty Images)