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E adesso arriva il tempo dei “nonni con la valigia”, per seguire figli e nipoti nelle più comode città del Nord

“Votare con i piedi”, si dice, quando si vuole indicare la scelta di un posto per lavorare meglio, pagare meno tasse, avere garanzie di migliori condizioni di vita e, perché no? di tempo libero. È un’espressione che usano spesso i ragazzi, quando devono decidere dove andare a studiare. Le popolazioni migranti, in cerca di un più conveniente mercato del lavoro. Ma anche i detentori di grandi redditi, se vanno in cerca di comodi paradisi fiscali o più semplicemente minori carichi su pensierini e redditi. Cambiare posto, insomma, per trovare più agevoli condizioni di lavoro e di vita. È una scelta molto politica, naturalmente, perché implica un giudizio sui servizi pubblici locali, la qualità dell’amministrazione civile, le opportunità del mercato del lavoro, il rapporto tra sistema fiscale e servizi, ma anche le condizioni generali di qualità della vita civile, l’accoglienza, le relazioni tra le persone. Negli Usa, è una scelta frequente, magari ripetuta più volte nel corso della vita.

Adesso scopriamo, grazie a una acuta inchiesta su “La Stampa” di Chiara Saraceno, che l’abitudine si sta diffondendo non solo tra i giovani italiani (quella che oramai comunemente chiamiamo “fuga dei cervelli”) ma, perché no?  pure tra le persone più adulte.

“Nonni con la valigia”, titola La Stampa (18 febbraio), notando che nel corso degli ultimi vent’anni più di 184mila over 75 hanno lasciato i loro paesi di provincia, soprattutto nel meridione, per andare a vivere, senza cambiare ufficialmente residenza, nelle grandi e piccole città del Nord d’Italia. Erano poco meno di 100mila nel 2002. Sono raddoppiati in quasi vent’anni.

Perché? Dalle cure sanitarie (nelle regioni del centro nord mediamente migliori) all’aiuto ai figli, dal sostegno per fare fronte alle spese della casa, con i valori immobiliari tutti in crescita (uno studio Ocse documenta una vera e propria “emergenza giovanile: l’80% degli under 30 vive in casa con i genitori e l‘Italia, tra i paesi europei, è tra quelli messi peggio: è la seconda per incidenza di ventenni che non possono o non vogliono vivere da soli: un impressionante depauperamento di capitale sociale ma anche di aspettative di futuro).

Tutte queste pratiche di sostegno e di assistenza familiare (ai bambini piccoli ma anche ai grandi anziani delle famiglie) stanno ricomponendo un nuovo ritratto d’Italia. Con un originale tipo di emigrazione all’interno del Paese stesso (i dati dell’ultimo rapporto Svimez non tengono conto, da questo punto di vista, dei grandi flussi migratori dall’estero, che hanno comunque l’effetto positivo di ripopolare vaste aree territoriali soprattutto nelle campagne meridionali).

Qui vale la pena osservare l’effetto di ricomposizione delle famiglie, per fare fronte, nelle città del nord, alle grandi carenze dei servizi pubblici, sia per gli asili nido sia per assistenza agli anziani. E pongono alle autorità locali esigenze forti di investimento sui servizi sociali generali, spesso in carenza di risorse tagliate a livello di potere centrale.

È una migrazione che spesso non si rileva statisticamente, perché “i nonni con la valigia” non lasciano la loro residenza a Campobasso, Agrigento o Polignano, dove sperano prima o poi di tornare, per la fine della vecchiaia, dopo aver dato una mano a fare crescere figli e nipoti, ma ha comunque anche un effetto rilevante sull’andamento delle strutture sociali pubbliche e sugli incroci e le ibridazioni dei costumi privati.

Sostiene il Rapporto Svimez: c’è una forte polarizzazione territoriale tra un centro nord come area di attrazione e trattenimento del capitale umano e un Mezzogiorno che svolge, in misura rilevante rilevante una funzione di area di formazione per il sistema produttivo centro-settentrionale, con ulteriore e crescente degrado del Sud.

In altre parole, che molti giovani meridionali oramai non vedano un futuro nelle regioni in cui sono nati e hanno i loro affetti è segnalato dal fenomeno relativamente nuovo che il Rapporto chiama “emigrazione anticipata”, ovvero dallo spostamento al centro nord non più una volta laureati, per cercare un’occupazione adeguata, ma già per studiare nelle Università, consapevoli che questo li faciliterà nella ricerca del lavoro e a livello di migliore reputazione.

I genitori anziani e i nonni seguiranno.

Questo è il segno di una minore attrattività del sistema Paese, soprattutto per quel che riguarda il centro Sud. Con una conseguenza ampiamente rilevante: un crescente depauperamento di risorse attive, ma anche di pur minime spinte imprenditoriali.

C’è in corso, insomma, al di là del ritratto stereotipato dal Paese, un movimento profondo, che rischia di alterare profondamente condizioni sociali, aspettative ma anche equilibri politici e sociali. Il costo di questo movimento è tutt’altro che irrilevante. Si rompono legami sociali e familiari, si alterano equilibri di comunità, si modificano le stesse condizioni economiche di pur minima sussistenza. Le campagne continuano a svuotarsi, i centri storici deperiscono (o faranno, come a Niscemi).

Chi guarda in profondità l’andamento del sistema Pese nota anche anche altri fenomeni di segno diverso. Il permanere in certe aree del Mezzogiorno di ragazze e ragazzi delle nuove generazioni, attenti ai servizi turistici e culturali o a una stessa ripresa dell’agricoltura di qualità legata al turismo di livello. Così come aumentano le offerte per tecnici competenti (ingegneri, informatici, matematici, che vengono assunti nelle città del Mezzogiorno (Bari, Napoli, Palermo, Catania, ne offrono significative testimonianze) facendo leva su un nuovo livello di formazione universitaria e sui legami con le case-madre aziendali di Milano per poter fornire servizi high tech su vari mercati internazionali, legati magari alla diffusione dell’Artificial Intelligence. Ma sono piccoli segnali, comunque da non trascurare.

Vale la pena guardare intanto con più attenzione ai “nonni con la valigia” e ai genitori che, appena raggiunto il livello di pensione, seguono in figli nelle grandi e medie città del Centro Nord. Un’ondata di neo-emigrazione che modificherebbe radicalmente culture, abitudini, servizi in ampie aree dell’Italia. Una dimensione da non trascurare, soprattutto se si ricordano i numeri: 185 mila adesso, il doppio di dieci anni fa, con una curva in costante crescita.

(photo Getty Images)

“Votare con i piedi”, si dice, quando si vuole indicare la scelta di un posto per lavorare meglio, pagare meno tasse, avere garanzie di migliori condizioni di vita e, perché no? di tempo libero. È un’espressione che usano spesso i ragazzi, quando devono decidere dove andare a studiare. Le popolazioni migranti, in cerca di un più conveniente mercato del lavoro. Ma anche i detentori di grandi redditi, se vanno in cerca di comodi paradisi fiscali o più semplicemente minori carichi su pensierini e redditi. Cambiare posto, insomma, per trovare più agevoli condizioni di lavoro e di vita. È una scelta molto politica, naturalmente, perché implica un giudizio sui servizi pubblici locali, la qualità dell’amministrazione civile, le opportunità del mercato del lavoro, il rapporto tra sistema fiscale e servizi, ma anche le condizioni generali di qualità della vita civile, l’accoglienza, le relazioni tra le persone. Negli Usa, è una scelta frequente, magari ripetuta più volte nel corso della vita.

Adesso scopriamo, grazie a una acuta inchiesta su “La Stampa” di Chiara Saraceno, che l’abitudine si sta diffondendo non solo tra i giovani italiani (quella che oramai comunemente chiamiamo “fuga dei cervelli”) ma, perché no?  pure tra le persone più adulte.

“Nonni con la valigia”, titola La Stampa (18 febbraio), notando che nel corso degli ultimi vent’anni più di 184mila over 75 hanno lasciato i loro paesi di provincia, soprattutto nel meridione, per andare a vivere, senza cambiare ufficialmente residenza, nelle grandi e piccole città del Nord d’Italia. Erano poco meno di 100mila nel 2002. Sono raddoppiati in quasi vent’anni.

Perché? Dalle cure sanitarie (nelle regioni del centro nord mediamente migliori) all’aiuto ai figli, dal sostegno per fare fronte alle spese della casa, con i valori immobiliari tutti in crescita (uno studio Ocse documenta una vera e propria “emergenza giovanile: l’80% degli under 30 vive in casa con i genitori e l‘Italia, tra i paesi europei, è tra quelli messi peggio: è la seconda per incidenza di ventenni che non possono o non vogliono vivere da soli: un impressionante depauperamento di capitale sociale ma anche di aspettative di futuro).

Tutte queste pratiche di sostegno e di assistenza familiare (ai bambini piccoli ma anche ai grandi anziani delle famiglie) stanno ricomponendo un nuovo ritratto d’Italia. Con un originale tipo di emigrazione all’interno del Paese stesso (i dati dell’ultimo rapporto Svimez non tengono conto, da questo punto di vista, dei grandi flussi migratori dall’estero, che hanno comunque l’effetto positivo di ripopolare vaste aree territoriali soprattutto nelle campagne meridionali).

Qui vale la pena osservare l’effetto di ricomposizione delle famiglie, per fare fronte, nelle città del nord, alle grandi carenze dei servizi pubblici, sia per gli asili nido sia per assistenza agli anziani. E pongono alle autorità locali esigenze forti di investimento sui servizi sociali generali, spesso in carenza di risorse tagliate a livello di potere centrale.

È una migrazione che spesso non si rileva statisticamente, perché “i nonni con la valigia” non lasciano la loro residenza a Campobasso, Agrigento o Polignano, dove sperano prima o poi di tornare, per la fine della vecchiaia, dopo aver dato una mano a fare crescere figli e nipoti, ma ha comunque anche un effetto rilevante sull’andamento delle strutture sociali pubbliche e sugli incroci e le ibridazioni dei costumi privati.

Sostiene il Rapporto Svimez: c’è una forte polarizzazione territoriale tra un centro nord come area di attrazione e trattenimento del capitale umano e un Mezzogiorno che svolge, in misura rilevante rilevante una funzione di area di formazione per il sistema produttivo centro-settentrionale, con ulteriore e crescente degrado del Sud.

In altre parole, che molti giovani meridionali oramai non vedano un futuro nelle regioni in cui sono nati e hanno i loro affetti è segnalato dal fenomeno relativamente nuovo che il Rapporto chiama “emigrazione anticipata”, ovvero dallo spostamento al centro nord non più una volta laureati, per cercare un’occupazione adeguata, ma già per studiare nelle Università, consapevoli che questo li faciliterà nella ricerca del lavoro e a livello di migliore reputazione.

I genitori anziani e i nonni seguiranno.

Questo è il segno di una minore attrattività del sistema Paese, soprattutto per quel che riguarda il centro Sud. Con una conseguenza ampiamente rilevante: un crescente depauperamento di risorse attive, ma anche di pur minime spinte imprenditoriali.

C’è in corso, insomma, al di là del ritratto stereotipato dal Paese, un movimento profondo, che rischia di alterare profondamente condizioni sociali, aspettative ma anche equilibri politici e sociali. Il costo di questo movimento è tutt’altro che irrilevante. Si rompono legami sociali e familiari, si alterano equilibri di comunità, si modificano le stesse condizioni economiche di pur minima sussistenza. Le campagne continuano a svuotarsi, i centri storici deperiscono (o faranno, come a Niscemi).

Chi guarda in profondità l’andamento del sistema Pese nota anche anche altri fenomeni di segno diverso. Il permanere in certe aree del Mezzogiorno di ragazze e ragazzi delle nuove generazioni, attenti ai servizi turistici e culturali o a una stessa ripresa dell’agricoltura di qualità legata al turismo di livello. Così come aumentano le offerte per tecnici competenti (ingegneri, informatici, matematici, che vengono assunti nelle città del Mezzogiorno (Bari, Napoli, Palermo, Catania, ne offrono significative testimonianze) facendo leva su un nuovo livello di formazione universitaria e sui legami con le case-madre aziendali di Milano per poter fornire servizi high tech su vari mercati internazionali, legati magari alla diffusione dell’Artificial Intelligence. Ma sono piccoli segnali, comunque da non trascurare.

Vale la pena guardare intanto con più attenzione ai “nonni con la valigia” e ai genitori che, appena raggiunto il livello di pensione, seguono in figli nelle grandi e medie città del Centro Nord. Un’ondata di neo-emigrazione che modificherebbe radicalmente culture, abitudini, servizi in ampie aree dell’Italia. Una dimensione da non trascurare, soprattutto se si ricordano i numeri: 185 mila adesso, il doppio di dieci anni fa, con una curva in costante crescita.

(photo Getty Images)

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