“Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. La frase, oramai famosa, sta nelle pagine di “Lettera a una professoressa”, di don Lorenzo Milani, libro fondamentale di pedagogia e di educazione civica, di buona politica, insomma: una lettura fondamentale per decine di migliaia di ragazze e di ragazzi che, a metà degli anni Sessanta del Novecento, scoprirono le ingiustizie del sistema scolastico, la sua tendenza all’emarginazione dei bambini più deboli e più poveri, la sua aperta contraddizione con il dettato della Costituzione che intende aprire la strada e anzi favorisce “i capaci e i meritevoli”.
Vale la pena rileggerlo attentamente, don Milani, proprio in una stagione in cui sulle nuove generazioni si riversa un carico di giudizi contrastanti: il disinteresse, l’apatia, la disattenzione per l’impegno civile e solidale, l’emotività sulle grandi questioni del mondo ma anche l’eccesso di volubile emotività.
C’è, nel giudizio di don Milani, una parola su cui soffermarsi: “insieme”. Ed è proprio quell’insieme di impegno e mobilitazione che ha avuto una grande incidenza sui risultati del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati e sulla clamorosa vittoria del no, fortemente condizionata dalla scelta delle nuove generazioni di andare a votare e di bocciare, massicciamente, quella che è stata percepita come una alterazione della Costituzione che ne tocca punti essenziali.
È ancora poco per dire che tira un certo vento di politica e di rinnovato interesse per le sorti generali del Paese. Ma certo, la sensazione di chi osserva i movimenti di idee, tensioni e passioni delle nuove generazioni trova una crescente sensibilità sui grandi temi sociali: le incertezze sul futuro, soprattutto sotto i lampi delle guerre in corso, le travolgenti trasformazioni del mondo del lavoro, la carenza di punti di riferimento di autorità, i limiti percepiti di una scuola che non offre ai propri studenti soddisfacenti strumenti di comprensione delle radicali modifiche del mondo né strumenti adatti per ritrovarsi a proprio agio nel cambiamento delle tecnologie che portano all’ingresso e alla crescita del mondo del lavoro.
Tempi di incertezza, tempi di disagio. Ma adesso con qualcosa in più, come dimostrato dall’andamento del voto per il Referendum: la voglia di essere presenti insieme alla scelta di dire la propria senza fidarsi dei protagonisti della politica tradizionale. “Se i ragazzi votano per un’idea ma non per i nomi della politica: il No al referendum non è un atto di fiducia per il centro sinistra ma un’opinione personale”, commenta Matteo Lancini, studioso dei tempi dell’adolescenza inquieta (La Stampa, 27 marzo).
Bene che torni l’attenzione per la politica. E per i valori civili. Per quelle che si chiamano “virtù repubblicane” e incarnano la capacità di fare vivere, proprio nella politica, i sistemi di valore che decenni di cinismo e di pura gestione del potere per il potere hanno messo da parte.
Già il mondo del volontariato, in tutte le sue articolazioni, cattoliche e laiche, rivela un’attenzione sociale e civile di grande spessore, mostrando una crescente attitudine, di fronte a un problema, “a sortirne insieme”, appunto tutto il contrario dell’avarizia.
Ma ci sono anche altri segnali, che val la pena cogliere e farne segnali di partecipazione, comprensione delle realtà in cambiamento, impegno personale. La nascita di una serie di scuole “di politica”, diverse dalla tradizionale (e da tempo fallimentari, scuole di partito). Le associazioni (come Vedrò, che anni fa ebbe un certo successo di dibattito e analisi politica). O, ancora, più di tutti, la crescente partecipazione ai festival letterari e storici, ai circoli di lettura, alle discussioni sui libri, ai gruppi di lettura comune. Spirito di comunità. Ma anche desiderio di confronto fuori dalle secche di una politica che purtroppo non sembra avere molto da dire sul futuro: l’ambiente, il lavoro, la pace, i diritti sociali e i civili, le condizioni dell’eguaglianza. E la speranza di una condizione di futuro migliore.
Proprio seguendo queste considerazioni, sembra perfettamente azzeccato il tema del nuovo Salone del Libro che si apre tra alcuni giorni a Torino: “Il mondo salvato dai ragazzini”.
Il titolo riprende uno dei più bei libri di Elsa Morante, una raccolta di poesie e canzoni, filastrocche, giochi e commenti e un movimento “contro la falsità degli adulti”, uno stimolo a rompere i recinti del potere e dell’egoismo.
Il titolo ha il peso di una sorridente speranza. I ragazzini del Salone del libro possono farne vivere bene lo spirito.
(foto di Giulia Travaglio)