Un libro affronta il tema del diversity managementcercando di capirne situazione e prospettive

Diversità è ricchezza. Non si tratta di una scoperta dell’oggi, ma di un assunto ormai provato dal tempo. E che dovrebbe trovare nuove conferme, anche se spesso non è così. Spesso, anzi, l’affermazione pare prendere forma di domanda. Mentre, ciò che viene indicato come diversity management viene segnalato da molti come in crisi. Anzi, detto in altro modo, pare che l’attenzione alla diversità nella società e nelle organizzazioni, sia diventata più divisiva che inclusiva.

“Per un diversity management di classe” libro scritto da Marco Guerci, Alberto Lulli e Gabriele Ballarino e appena pubblicato, ragiona proprio su quanto sta accadendo su questo fronte. E cerca di capire perché, oltre che di individuare delle soluzioni.

Tutto inizia da una costatazione: il termine “woke”, e cioè lo stare allerta di fronte ai problemi della diversità, pare sia diventato un’etichetta divisiva, mentre la legittimità sociale delle attività di DEI (l’acronimo inglese di Diversity, Equity, and Inclusion ovvero Diversità, Equità e Inclusione) sembra essere venuta meno. Così, dopo un periodo di espansione, aziende e istituzioni stanno arretrando, spinte da una crescente polarizzazione politico-culturale nei confronti, appunto, della valorizzazione della diversità.

Gli autori del libro cercano quindi di rispondere ad una serie di domande. Cosa è accaduto? E perché un’idea nata per ridurre le disuguaglianze oggi sembra dividere più che unire? E, soprattutto, come rilanciare la valorizzazione delle diversità come valore condiviso?

Il libro ricostruisce le ragioni della crisi del diversity management e propone una via d’uscita: ampliare lo sguardo, includendo l’origine socio-economica tra le dimensioni di diversità da proteggere e valorizzare in azienda. Detto in altro modo, le tradizionali dimensioni di diversità come genere, etnia, orientamento sessuale o disabilità restano fondamentali, ma bisogna anche riconoscere che le persone provenienti dalle classi svantaggiate continuano a essere penalizzate nell’accesso alle opportunità professionali. Gli autori sono dell’opinione che siano proprio le evidenze empiriche a mostrare come spesso siano le stesse politiche dedicate alle risorse umane adottate delle imprese a rafforzare questa penalizzazione, lasciando intatti potenti meccanismi che generano disuguaglianza e così minando la credibilità di tutte le politiche di inclusione aziendali.

Ma quindi che fare? La tesi centrale del libro è che il diversity management possa ritrovare significato e consenso affrontando le penalizzazioni professionali generate dalle differenze di background sociale. Questa prospettiva non implica solo un’estensione teorica del concetto di diversity management, ma richiede alla comunità professionale di chi segue le risorse umane, e in generale alle imprese, di sviluppare nuove sensibilità e competenze.

Il libro di Guerci, Lulli e Ballarino non troverà tutti d’accordo. Per questo deve essere letto. E con attenzione.

Per un diversity management di classe

Marco Guerci, Alberto Lulli, Gabriele Ballarino

Franco Angeli, 2026