Un’Italia di anziani in molti casi benestanti e istruiti. E di giovani che avvertono l’incertezza del loro futuro e sempre più spesso vanno via, anche se malvolentieri, in cerca di migliori condizioni di lavoro e di vita. È la fotografia dell’Italia contemporanea, composta secondo una serie di dati demografici e finanziari. E rivela un Paese che mentre celebra, giustamente, gli 80 anni di vita della Repubblica e le sue conquiste in termini di democrazia, sviluppo, benessere (tutte condizioni di cui essere fieri, apprezzando i valori e i contenuti di un “patriottismo dolce” di cui abbiamo parlato nel blog della scorsa settimana), non può non occuparsi delle nuvole che si intravvedono all’orizzonte in termini sociali ed economici.
Cominciamo con la crescente disparità di ricchezza tra generazioni, soprattutto in termini di proprietà immobiliari e risparmio investito in asset finanziari. Bankitalia guarda con allarme “all’aumento del gap tra generazioni” (il Sole24Ore, 31 maggio) rilevando, nella relazione del Governatore Panetta, che tra il 1991 e il 2022 la quota della ricchezza in mano alle famiglie più anziane ha raggiunto il 32%, mentre quella delle famiglie più giovani è scesa al 4%, con effetti rilevanti sul piano economico e della distribuzione delle risorse.
La ricchezza netta delle famiglie a fine ‘25 era di 12.326 miliardi, pari a 8,5 volte il reddito disponibile, in aumento rispetto all’8,3 del ‘24.
Che fine faranno tanti soldi? Bankitalia parla di un grande trasferimento intergenerazionale (gli anziani moriranno, i giovani erediteranno, con rilevanti effetti sui comportamenti economici).
Le famiglie, si sa, hanno fatto da ammortizzatore sociale nei confronti delle giovani generazioni, che entrano molto in ritardo sul mercato del lavoro e si scontrano con problemi seri per l’acquisto o l’affitto di una casa e per molte spese della vita quotidiana. Come si comporteranno da ereditieri?
Tema rilevante da affrontare: come indirizzare il risparmio verso le attività produttive del sistema Italia e come affrontare le questioni aperte da un ampio investimento immobiliare di prime e seconde case, in un’Italia che, per le giovani generazioni, di case ha bisogno?
Il fenomeno investe in pieno la questione della scarsa mobilità sociale in Italia. E la tassazione particolarmente agevolata sui beni ereditari non favorisce il dinamismo sociale né l’intraprendenza: generazioni di ereditieri e di redditieri è storicamente poco interessata al profitto (agli investimenti d’impresa) e molto alla rendita. L’Italia, in altri termini, rischia di vedere aggravate, in un breve periodo, le rigidità sociali.
La cosiddetta longevity (il limite dell’’età di vita è salito a 81 anni per gli uomini e ha superato gli 85 per le donne) pone questioni tutt’altro che irrilevanti. Di assistenza e cura, di sostegno sanitario e intervento, per gli anziani non autosufficienti e ammalati. Ma anche di utilizzo, per gli interessi generali della comunità, di una o più generazioni di ex lavoratori che spesso non hanno alcuna voglia di sentirsi inutili e tagliati fuori dai processi produttivi e sociali.
Usarne le competenze, in azienda, per fare training per le nuove generazioni? Dare spazi e incentivi perché le loro capacità professionali possano essere utili per tutte le attività sociali del Terzo Settore (Sodalitas, associazione di ex manager, legata ad Assolombarda, offre parecchie indicazioni in merito). Aprire ancora di più le porte delle università perché le generazioni anziane, ricominciando a studiare, non soffrano troppo di un digital divide che le trasformazioni dell’economia digital impongono a molti aspetti della vita quotidiana?
Il tema sociale e politico ha dimensioni rilevanti. Che fare, appunto, degli anziani, soprattutto nei grandi contesti urbani e metropolitani, anche per evitarne la crescente solitudine, aggravata da un senso di inutilità e la fratture sociali e politiche conseguenti (anche in termini di partecipazione più o meno attiva alla vita politica, anche solo con il voto?)
L’Italia, in piena glaciazione demografica e con forti problemi di competenze e capacità professionali indispensabili a farne crescere il livello di produttività, non può permettersi un così ingente spreco di risorse.
Vale la pena, allora, approfondire la discussione e studiare un vero e proprio patto generazionale che può dare effetti rilevanti non solo in azienda (tutoraggio, insegnamento, affiancamento, trasferimento di esperienze, allungamento concordato dei rapporti di lavoro anche con contratti part time), ma pure nella cura del patrimonio e dei beni pubblici, della gestione degli archivi, nella tutela dell’ambiente e dei beni storici.
A una società democratica ben equilibrata servono maestri, in grado di essere utili nel trasferimento della conoscenza (non basta l’AI). Gli anziani sanno fare. E i giovani sanno cose che per gli anziani sono un mistero (a cominciare dall’uso dell’AI). Gli anziani hanno la forza della memoria e dell’esperienza. I giovani, le competenza per le nuove tecnologie. Un incrocio di reciproca istruzione? Perché no?
“La sfida demografica: le università si attrezzano: in 20 anni i 19enni saranno il 37% in meno”, scrive un’inchiesta de “Il Giorno” (24 maggio). Raccontando come siano in aumento i corsi per lavoratori (il futuro si chiama lifelong learning). E già comunque aumenta il numero delle persone che dopo i 40 anni tornano a iscriversi nelle università (nel blog del 4 maggio scorso).
Un mondo in movimento. Cui guarda anche il mondo della finanza con proposte per un accorto impiego del risparmio legato appunto alla longevity.
L’età media continua ad innalzarsi. E il fenomeno – dicono i demografi – è destinato a crescere. E se è vero che non si possono aggiungere giorni alla vita ma semmai vita ai giorni, adesso sappiamo che quella vita più essere molto attiva, soddisfacente, socialmente utile e produttiva. Una sfida importante, politica e culturale.
Abbiamo, è vero, classi dirigenti anziane, in Italia e in Europa, in politica ma anche in azienda. E il passaggio generazionale, comunque in corso, non si rivela semplice. Gli anziani, comunque, anche se hanno il senso della memoria e dichiarano di sentire la responsabilità di preparare il futuro, sono spesso poco inclini a scommettervi, preferendo la un “presentismo” che sperano duri a lungo.
Anche questo è tema su cui riflettere, senza schematismi né pregiudizi. Sulla relazione tra età e responsabilità. Sul senso della storia. Sulle capacità di scommessa per il futuro. Sul cosiddetto “avvenire della memoria”. Che richiede anziani capaci di essere maestri di esperienza e di vita, saggi consiglieri. E giovani in grado di saper lavorare per una condizione sociale e politica migliore.
(foto Getty Images)