È il tempo delle megalopoli, dicono urbanisti e geografi, raccontando come oramai il 45% della popolazione del mondo viva nelle città e che le megacities sono in costante espansione: immense aree urbanizzate, sistemi territoriali interconnessi che ospitano decine di milioni di abitanti e vivono un’intensa, continua, nevrotica e contrastata fusione di attività fisiche ed economiche. Gigantesche concentrazioni di iniziative, imprese, idee, ricchezze, movimenti. E altrettanto giganteschi problemi sociali, economici e ambientali.
Megalopoli, metropoli, megacittà, a seconda delle dimensioni e degli abitanti. Spazi in cui si concentra la vita politica, economica, culturale e sociale. “Una città infinita”, per usare la più poetica definizione di Aldo Bonomi, sociologo attento ai dati e creativo con le parole. I numeri ci diranno, tra poco, le dimensioni del fenomeno. Ma, prima di tutto, oltre che all’Asia e agli Usa (sono lì, gran parte delle megalopoli maggiori), vale la pena dare uno sguardo all’Italia, dove da qualche tempo è cominciato un interessante dibattito sul futuro, i problemi e le opportunità di un’area speciale, il Nord del sistema Paese. E in cui la “questione industriale” (il grande cambiamento tecnologico e produttivo che va avanti velocemente, fra crisi e nuove opportunità) si intreccia con le questioni sociali (la crescita dei divari tra ricchezze e qualità della vita, conoscenze e opportunità) e le crescenti difficoltà politiche e amministrative nel governo di aree quanto mai complesse.
Una nuova, difficile, inedita “questione settentrionale”, proprio nel cuore della “questione europea”, dai cui esiti dipende il futuro di sistemi in cui siamo abituati a vivere, tra democrazia, lavoro, welfare, valori civili e patrimoni culturali.
Guardiamo alla geografia dei luoghi e a quella economica, allora. A quella che potremmo chiamare la megalopoli padana, dalle Alpi piemontesi ai confini orientali verso i Balcani, o anche la macro-regione A1-A4 (dal nome delle autostrade che l’attraversano). Un grande rettangolo di intraprendenza e cultura, proprio nel cuore dell’Europa e con due grandi “vie d’acqua” che attraverso i porti di Genova e di Trieste (e una miriade di porti minori) è ben inserito nelle relazioni mediterranee, verso l’Africa e l’Asia, innanzitutto. Relazioni ritornate peraltro centrali dopo le recenti evoluzioni geopolitiche e geoeconomiche e gli squilibri commerciali che hanno modificato mercati, catene del valore e ragioni di scambio.
Cosa dicono i numeri, secondo le elaborazioni del Centro Studi Assolombarda su dati Istat? Le aree della “megalopoli padana” riguardano otto regioni (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Liguria, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta). Producono il 59% del Pil nazionale (in testa la Lombardia, con il 23%), pur avendo il 49% della popolazione, poco più di 28 milioni di persone. Hanno una superficie pari al 44% dell’intero Paese e ospitano 2milioni 600 imprese, di cui 224.315 “unità locali di manifattura” e cioè il 56,2% di tutta l’industria italiana, con 10milioni 765mila addetti, di cui 2milioni 623mila operai e tecnici industriali.
Eccola, in gran parte “nordista”, l’Italia ancora vitale delle fabbriche, delle tecnologie, dell’innovazione e quindi del futuro. L’Italia che esporta (il 67,9% di tutto il nostro export, un quarto nella sola Lombardia), soprattutto nei settori a maggior valore aggiunto: meccanica, meccatronica, robotica, avionica, cantieristica navale, chimica, farmaceutica, gomma, oltre ai tradizionali abbigliamento, arredamento e agroalimentare. L’Italia high tech, legata ai centri di ricerca e alle università e già impegnata a utilizzare al meglio le opportunità dell’AI (Artificial Intelligence). Milano metropoli ne è il baricentro, soprattutto per la forza del suo sistema di servizi (a cominciare dalla finanza) ma non la capitale né un “modello” onnivoro.
Proprio in queste aree si investe il 75,5% di tutta la spesa nazionale privata per “ricerca e sviluppo”, il 62,8% di tutti gli stanziamenti R&D pubblici e privati (quelli privati sono i due terzi dell’intero ammontare). E qui si registra l’80,3% dei brevetti, soprattutto in Lombardia (28,4%) ed Emilia Romagna (21,4%).
Ecco i numeri, dunque, che connotano una delle aree più produttive dìEuropa, la leva reale per un futuro europeo e mediterraneo dell’Italia. Perché in quelle imprese ci sono tutti gli elementi fondamentali che riguardano l’innovazione, la produttività e la competitività, quello speciale “umanesimo industriale”, sintesi dei saperi umanistici e delle conoscenze scientifiche, della bellezza come equilibro e misura e dell’innovazione come sviluppo della scienza in tecnologie, che ci garantisce di essere ancora il secondo paese industriale europeo dopo la Germania e tra i primi quattro paesi esportatori al mondo per valore aggiunto.
La “megalopoli padana” è dunque un grande rettangolo produttivo. Ma non solo. È esempio originalissimo, semmai, di un grande spazio urbano di connessioni e relazioni, un territorio denso di industria e cultura, grandi città (Milano metropoli, Torino, Genova, Bologna), città medie attivissime e ricche (Parma, Modena, la “Motor Valley, Vicenza e Padova…), borghi e campagne. Con una ventina di università, alcune delle quali tra le migliori d’Europa e con il Politecnico di Milano tra le cento migliori al mondo. Teatri. Musei (anche musei e archivi storici d’impresa, strutture indispensabili non solo per ricostruire l’avventura dell’innovazione nell’industria italiana ma anche per marcare la qualità storicamente radicata della nostra competitività.). E ancora: accademie artistiche e laboratori scientifici, centri studi economici e istituzioni sanitarie d’avanguardia. E Leonardo, una delle migliori strutture d’Europa per l’AI.
E ancora, l’universtità di Pollenzo degli studi di scienze gastronomiche, fondata da Carlin Petrini, un tempio dell’eccellenza della cucina italiana. La Triennale di Milano e la Biennale di Venezia. E giornali e tv, case editrici e festival cinematografici, letterari e culturali dove si ritrovano decine di migliaia di persone (Mantova e Pordenonelegge, il Salone del libro a Torino e il Festival dell’economia a Trento, per dire solo dei maggiori). Un continuum originalissimo, una delle maggiori leve di quella identità italiana intessuta di intraprendenza e conoscenza.
Le megalopoli nel mondo (Giakarta, Dacca, Tokyo, New Delhi, Shanghai, Città del Messico, San Paolo, New York, Il Cairo, Mumbai) crescono soprattutto in altezza (distese di grattacieli).
La megalopoli padana è orizzontale, ricca di diversità, di ambienti e di condizioni sociali, con una serie di legami tra provincia e città, “tra la via Emilia e il West”, come cantava con una straordinaria metafora poetica Francesco Guccini. Uno spazio creativo.
Ecco, questo spazio con una identità complessa, aperta, mobile, variabile (“L’identità sta nelle relazioni”, ci ha insegnato Emmanuel Lévinas) merita un’attenzione particolare, più intensa, competente, capace di guardare in profondità i processi economici e sociali più di quanto non sia successo sino a ora.
L’Italia cresce poco. “Non è povera ma improduttiva”, commenta Mauro Magatti (Corriere della Sera, 12 luglio). Il debito pubblico è in parte riequilibrato dal basso debito privato. Ma “la prosperità privata non si traduce in prosperità pubblica. Mentre una parte significativa della popolazione accumula e consolida la propria posizione economica, il sistema nel suo insieme si impoverisce in termini di servizi, infrastrutture, investimenti, innovazione e capacità di crescita”. Una prosperità privata, un risparmio che, attraverso leve fiscali di favore, va orientato vero le imprese private e la loro crescita.
L’unico motore funzionante è, appunto, quello industriale. E anch’esso perde colpi, sotto il peso dei radicali e stravolgenti cambiamenti provocati dalle crisi geopolitiche in corso e dal crescente costo dell’energia. Ci sono interi settori industriali che ne avvertono i contraccolpi negativi. L’auto, per esempio e dunque parzialmente tutto il mondo automotive, la componentistica in cui l’industria italiana ha posizioni eccellenti. Gli elettrodomestici. L’acciaio.
Ecco perché serve una politica industriale europea che riguardi naturalmente anche l’Italia. E un robusto piano di investimenti pubblici in ricerca, innovazione, formazione, produttività. Ciò che è stato fatto con il Pnrr non è sufficiente.
Un piano urgente per rilanciare l’industria, chiede Confindustria, a cominciare dall’energia. E i cinque assessori allo sviluppo di altrettante regioni del Nord (Guido Guidesi per la Lombardia, Massimo Bitonci del Veneto, Vincenzo Colla per l’Emilia, Andrea Tronzano per il Piemonte e Alessio Piana per la Liguria (quattro di centro destra, uno di centro sinistra) hanno istituito già da mesi un gruppo di lavoro comune per chiedere alle autorità di Bruxelles una serie di iniziative per l’industria del nord, sui temi dell’energia, della mano d’opera qualificata che non si trova, della semplificazione burocratica.
Non è la riproposizione del vecchio separatismo del Nord di sapore leghista, una iniziativa che sa di secessione e frattura tra le “due Italie”. Semmai, è la consapevolezza delle regioni più industrializzate che se si ferma la “locomotiva settentrionale” si ferma l’intero paese (pure le filiere produttive di automotive, componentistica, meccatronica, avionica, fiorenti nel Mezzogiorno ne dipendono).
Anche la Conferenza delle Regioni, tutte d’accordo, ha preparato per il governo “un piano speciale per l’industria del Nord”. Per ricordare forza, solidità e valore europeo della megalopoli padana di cui abbiamo parlato. Si chiedono non bonus o sussidi di settore, ma una vera e propria politica industriale: innovazione, formazione, competitività, lavoro.
Il made in Italy su cui costruire il futuro delle nuove generazioni non è il “tipico e caratteristico” per cui siamo conosciuti nel mondo, ma la produttività dei nostri settori più innovativi, una vera cultura industriale nei settori d’avanguardia (si torna all’AI, dunque).
Di questa politica fanno parte leggi, investimenti, semplificazioni burocratiche. Conoscenza. E un’attenzione particolare alla comunicazione.
Passare dal “saper fare al “fare sapere”, sostiene Confindustria, con l’impegno del Gruppo che si occupa di cultura d’impresa.
Costruire un nuovo e migliore racconto delle caratteristiche produttive e culturali della “megalopoli padana”. E della sua industria.
Ci vorrebbe un’opera d’arte, come le mappe di Alighieri Boetti. Un viaggio, fotografico, nei luoghi della produzione high tech. Un film (i festival del cinema d’impresa si vanno diffondendo: esemplare quello di Roma). Un’opera teatrale (un paio ci sono già: “Settimo, la fabbrica e il lavoro”, regia di Serena Sinigaglia al Piccolo Teatro ). E, perché no? una musica (come “il Canto della fabbrica” scritto su iniziativa della Fondazione Pirelli da Francesco Fiore e interpretato dall’Orchestra da Camera Italiana diretta da Salvatore Accardo per raccontare i ritmi della fabbrica digitale Pirelli di Settimo Torinese, progettata da Renzo Piano).
C’è una relazione stretta, tra industria e cultura. Una solida cultura politecnica. Anche perché “industria è cultura”, scientifica e tecnologica, umanistica ed economica, Imprenditoriale e sociale.
La megalopoli padana, il grande rettangolo produttivo del Nord, ne ha tutti gli strumenti.
(foto Getty Images)