Una democrazia si regge anche su un patto sociale tra le diverse componenti di un Paese: tutti concorrono, ognuno come può e come deve (lo dice anche la Costituzione), alla costruzione del bene comune e del futuro delle nuove generazioni. E lo strumento per essere buoni cittadini e cioè appartenenti responsabilmente alla civitas, alla comunità, è rappresentato dal sistema fiscale. Dal pagare regolarmente le tasse. In Italia da questa condizione siamo ancora molto lontani. E tutte le volte in cui ci troviamo di fronte ai dati sulle dichiarazioni dei redditi rimaniamo profondamente colpiti e ovviamente scandalizzati dagli squilibri tra chi paga le tasse e chi no.
Un rapporto recente di “Itinerari previdenziali” (autorevole centro studi sulla situazione del welfare State) mostra come il 78,7% dell’Irpef gravi sulle spalle del 30,2% dei contribuenti, che dichiarano dai 29mila euro in più. In sintesi, meno di un terzo degli italiani si fa carico di tutti gli altri per finanziare la scuola, la sanità, la sicurezza e tutto ciò che riguarda l’efficacia della nostra spesa pubblica (se guardiamo chi dichiara oltre i 100mila euro, vediamo che l’1,8% dei contribuenti paga il 22,3% dell’Irpef). E per finirla con i numeri, il 69,8% dei contribuenti (che dichiarano fino a 29mila euro) paga il 21,3% dell’Irpef e nove milioni di persone pagano zero, sono cioè sotto la soglia della tassabilità.
Chi paga, dunque? Lavoratori dipendenti pubblici e privati, pensionati, imprenditori che si tengono in regola (le società quotate in Borsa e ipercontrollate, per esempio). C’è insomma una intollerabile asimmetria del sistema fiscale, ai danni non solo dei “ceti medi” i cui stipendi e salari sono “tagliati” alla fonte, ma di tutto il Paese nel suo complesso.
Dentro quei dati c’è di tutto: una robusta quota di evasione fiscale, di “lavoro nero” e di denaro proveniente da illegalità e attività criminali. Una “economia sommersa”, stima il Censis, che vale 197,6 miliardi, pari al 9,2% del Pil, in crescita rispetto agli anni precedenti (Il Sole24Ore, 26 settembre). Una tendenza diffusa alle sottodichiarazioni, come negli anni hanno documentato numerose indagini che hanno messo in evidenza i redditi ridicoli di alcune categorie, soprattutto nelle aree del lavoro autonomo. Una vera e propria giungla dei redditi “dove un gioielliere, con 27mila euro lordi di reddito, dichiara meno di un insegnante, con i suoi 28,3 mila euro” (la Repubblica, 25 settembre).
Siamo un paese di poveri, in cui il 70% dei contribuenti ha in tasca meno di 29mila euro? Sì, certamente, visto che parecchi dati e fatti documentano come la povertà e i divari sociali siano realmente aumentati. Ma anche no, perché in quest’area ci sono pure quei “finti poveri” protagonisti dell’evasione (non solo del fisco, ma anche della tasse scolastiche e universitarie, dei vincoli dei ticket sanitari, etc.).
L’evasione fiscale, nel tempo, è leggermente diminuita, grazie anche ad alcune norme che per esempio legano gli scontrini ai Pos (effetto di emersione previsto per quest’anno pari a 11,8 miliardi, rispetto al 2025). Ma la montagna di squilibri resta. Si pagano in contanti 235 miliardi, sfuggendo così a molti controlli (nonostante le norme che per molti servizi artigianali e professionali impongano il pagamento elettronico oltre una soglia minima). E un economista attento come Marco Leonardi sintetizza: “Troppe flat tax per gli autonomi, mentre l’inflazione erode le buste paga” e, per di più, mette in moto un fiscal drag sempre a carico soprattutto di stipendi e salari.
C’è dunque, in questi dati, ancora una volta, la crepa nel patto sociale tra i vari ceti. E il rischio di una frattura della fiducia nelle istituzioni democratiche. Ma anche nella tenuta del patto generazionale. Un’evasione fiscale sempre così alta, infatti, sottrae risorse agli investimenti pubblici necessari per i servizi sociali (asili nido, scuole, centri di assistenza, sanità) per le nuove famiglie, per l’hausing sociale (le case a prezzo più basso della media di mercato), ma anche per gli investimenti in innovazione, produttività e competitività delle imprese, comprimendo i salari e contribuendo alla fuga dei nostri giovani verso altri paesi europei, che offrono salari e prospettive di crescita professionale più chiare e sicure.
Eccolo, allora un buon programma di governo: mettere in primo piano la questione fiscale, legandola al futuro delle nuove generazioni e alla competitività del sistema Paese. Chi non paga le tasse ferisce l’interesse comune e i valori della cittadinanza. Le imprese che evadono fanno concorrenza sleale alle imprese per bene. E l’asimmetria fiscale nuoce gravemente alla democrazia. Lo sapevamo da tempo, è vero. Ma non è mai inutile ribadirne le negatività, i rischi, l’ingiustizia, il danno.
(foto Getty Images)